I SEI APOSTOLI NERI DEL FREE JAZZ

I SEI APOSTOLI NERI DEL FREE JAZZ

Il jazz nasce come musica nera, trova origine nel desiderio di libertà che anima un popolo in schiavitù. È una musica la cui principale caratteristica è quella di riuscire a convogliare le emozioni dell’esecutore all’interno del flusso sonoro creato dallo strumento. E sull’onda dei movimenti di protesta per i diritti degli afroamericani, nasce negli anni sessanta un nuovo modo di fare jazz.

All’inizio non si capisce bene di cosa si tratti, lo chiamano “the new thing”. Presto risulterà chiaro che si tratta di una musica che vuole superare tutte le costrizioni: quelle del ritmo, dell’armonia e quelle della melodia. Una musica che ricerca con ostinata determinazione la più grande libertà espressiva. Passerà alla storia con il nome di free jazz.

Un luogo comune vuole che il free jazz sia una musica ostica, di difficile ascolto e di ancora più difficile comprensione. In realtà c’è un sistema per entrare dentro a questa musica senza essere degli esperti: lasciarsi andare. Poiché il free parla alla parte più profonda e primitiva dell’uomo, basta rinunciare agli schermi e abbassare le difese. A volte mollare gli ormeggi e lasciare che le emozioni fluiscano libere e sincere può essere indispensabile per entrare in reale contatto con ciò che abbiamo davanti a noi.
Quindi impariamo a respirare piano e a diventare tutt’uno con la danza tribale del ritmo, con gli accordi dissonanti del pianoforte e con le grida impazzite del saxofono.

Ornette Coleman

Il grande musicista texano è dai più considerato il padre del free. Sicuramente è colui che lo ha affrontato con maggiore lucidità e consapevolezza. Ha investigato i contorni di questa nuova musica con tenacia e determinazione, affrontando le critiche di un gran numero di detrattori.
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Quello che lo guidava era una visione interiore che alla lunga si rivelò vincente. Il brano che abbiamo selezionato è “Lonely woman” del 1959, una melodia nuova e struggente ma soprattutto “libera”.

“Prima di diventare noto come musicista, quando lavoravo in un grande magazzino, un giorno, durante la mia pausa pranzo, mi sono imbattuto in una galleria dove qualcuno aveva dipinto una donna bianca molto ricca che aveva assolutamente tutto ciò che si poteva desiderare nella vita, e lei aveva l’espressione più solitaria del mondo. Non mi ero mai trovato di fronte a una tale solitudine, e quando sono tornato a casa, ho scritto un pezzo che ho chiamato Lonely Woman”.

John Coltrane

“Io suono, altri scrivono, altri fanno comizi, ognuno per conto proprio; se alla fine ci ritroviamo tutti dalla stessa parte vorrà dire che nelle cose essenziali la pensiamo tutti allo stesso modo”. John Coltrane non si tirava indietro quando c’era da scegliere da che parte stare. Tantomeno quando la scelta riguardava il tipo di musica da suonare.
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Il saxofonista di Hamlet è considerato uno dei più grandi musicisti del ventesimo secolo. Arrivò al free jazz, dopo molte titubanze, solo nella parte finale della propria carriera. Ne diede però una delle interpretazioni più sentite, profonda e meditativa, ma allo stesso tempo anche viscerale e visionaria.

Il brano selezionato, del 1966, si intitola “Serenity”. Conoscendo il carattere inquieto di Coltrane si tratta di una serenità molto relativa, fatta di spigoli e asperità. Il saxofono pare quasi predicare su uno sfondo di suoni astratti.

Eric Dolphy

Eric Dolphy mori di uremia a soli 36 anni. In poco meno di sei anni di attività discografica riuscì, come un lampo nella notte, a illuminare la scena del free jazz dando un importante contributo alla sua affermazione. Musicalmente aveva le idee molto chiare.
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“Dal punto di vista armonico, non siamo più legati alla vecchia concezione dell’andare su e giù sull’accordo di settima. Certo, lo fai ancora, ma puoi usare altre note dell’accordo per dare una diversa espressività al brano. Altrimenti suoneresti quel che suonano già tutti. Quindi, se ho un accordo di Fa settima, probabilmente ci suonerò sopra un Fa diesis! Vale a dire una nona abbassata. Posso andare sull’accordo di Fa diesis. E non per il semplice gusto di farlo. Se lo faccio, è perché alle mie orecchie il Fa diesis in questo caso ci sta bene. Non so se mi spiego. È difficile dirlo così, mentre siamo seduti a parlare, perché nell’improvvisazione le cose capitano quando le fai. E, come sempre, possono cambiare”.

Il brano selezionato è “Something sweet, something tender”, tratto dall’album “ Out to lunch” del 1964. Una melodia sontuosa che si fa largo in uno spazio occupato da suoni stridenti e dissonanti, sfociando in una improvvisazione sfrenata e liberatoria.

Albert Ayler

Sassofonista fautore di una musica d’avanguardia, impegnato in una ricerca espressiva, emozionale e sentimentale fatta di dolore e istinti, poco incline al compromesso anche a costo di risultare sgradevole o eccessivamente provocatorio.
“In camera mia, a Cleveland, non facevo altro che suonare e picchiare sul pavimento, Poi scendevo dabbasso e mia madre mi diceva: «Tu non sei mica mio figlio, non può essere. Si vede che quand’ero in ospedale qualcuno ha fatto confusione e mi ha dato il bambino sbagliato!». Mi veniva da piangere. Nessuno capiva ciò che stavo cercando di fare e non ci riuscivo neanche io. Era una situazione parecchio sconcertante”.
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La ricerca di Ayler Si spinse oltre le improvvisazioni sperimentali di John Coltrane e di Ornette Coleman, portandole in un reame astratto dove timbro, armonia e melodia, venivano completamente destrutturate.
“Quando tornai a New York, presi l’abitudine di salire sul palco quando suonavano Ornette, Cecil, Dolphy, Sonny Rollins e così via. Coltrane attaccava a suonare, poi entrava Dolphy e, quando toccava a me, c’era sempre qualcuno che mi gridava di andare via. Non capivo”.
La musica del grande sassofonista di Cleveland si riallaccia, nello spirito, alle prime band di ottoni della New Orleans di inizio secolo, e comprende l’implementazione di motivi semplici e marcette militari, alternate a selvagge improvvisazioni di gruppo.

“Un giorno mi chiamò Bob Thiele e mi disse: «Albert, è morto Coltrane»; «Vuoi scherzare?»; «Ha lasciato scritto che tu e Ornette avreste dovuto suonare al suo funerale». Mi toccherà suonare piangendo, pensai. E così al funerale Ornette suonò per primo e io per ultimo”.
Il brano selezionato è “Ghosts”, del 1965, inizia come una melodia tenue e solenne nello stesso tempo, per poi cedere il passo a una improvvisazione ritmicamente forsennata.

Cecil Taylor

“Penso alla musica in termini di possessione e di trance”. Con questa filosofia, Il grande pianista Cecil Tylor non poteva non arrivare al free. Dotato di uno stile pianistico estremamente percussivo riuscì nel difficile compito di coniugare i suoni della tradizione afroamericana con la sperimentazione europea.
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All’inizio la sua musica era cosi nuova che gli ascoltatori faticavano a comprenderla. “Dopo circa otto misure del piano di Cecil”, racconterà Neidlinger rievocando uno dei tanti episodi capitati a Taylor, “il proprietario è corso su e gli ha detto di andarsene fuori. Non ha nemmeno voluto lasciarci finire un pezzo”. Persino al grande Miles Davis, che di Jazz se ne intendeva, una volta scappò un “Cecil Taylor non sa suonare” che non gli fa certo onore.

Essendo avanti anni rispetto alla musica dei suoi contemporanei, alle sue idee illuminanti ci volle tempo per imporsi. Il brano selezionato, “Enter, evening”, è del 1966: presenta una serie di acute dissonanze di saxofono che si succedono su scale di geometrici arpeggi di piano.

Archie Shepp

Fu il più politico tra i grandi del free, figlio dell’ala nera più radicale e intransigente. Forte e orgoglioso delle proprie radici. Inflessibile leader di una protesta che non si propone solo di riformulare le fondamenta stesse della musica jazz, ma anche di incidere nell’ambito dei rapporti di forza esistenti all’interno della società americana.
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“Il musicista negro è un riflesso del popolo negro come fenomeno sociale e culturale. Il suo scopo dovrebbe essere quello di liberare l’America esteticamente e socialmente dalla sua disumanità. La disumanità dell’americano bianco rispetto all’americano nero, così come l’inumanità dell’americano bianco rispetto all’americano bianco, non è basilare per l’America e può essere esorcizzato, eliminato. Penso che i negri attraverso la forza delle loro lotte siano l’unica speranza di salvare l’America, l’America politica o culturale”.

Il brano selezionato è “Theme for Ernie”, del 1967. Uno struggente tema di saxofono che si sviluppa attraverso mille sfumature timbriche inusuali e ricercate.

1 commento

  1. Bellissimo e sentito articolo.

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