I FUMETTI DI GUERRA DELLA ATLAS-MARVEL

I FUMETTI DI GUERRA DELLA ATLAS-MARVEL

I fumetti americani di guerra hanno un loro primo sviluppo durante la Golden Age parallelamente all’avvicinarsi della discesa in campo degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, soprattutto dopo che Capitan America di Joe Simon e Jack Kirby della Timely-Marvel ha preso Adolf Hitler a pugni in faccia sulla iconica copertina del numero uno.

Ma con la fine della guerra l’interesse per questo genere va scemando insieme ai supereroi e altri generi emergono proponendosi all’interesse dei lettori degli albi a fumetti. Nel 1947 debutta il genere poliziesco, nel 1948 il genere sentimentale e il western, nel 1949 l’horror.

Il 25 giugno del 1950, con il sostegno delle confinanti Cina e Unione Sovietica, i comunisti coreani cercano di assumere il potere in Corea, da pochi anni liberata dai giapponesi. Gli Stati Uniti, preoccupati per il dilagare del pericolo comunista, entrano in guerra per respingerli sotto le insegne dell’Onu.

Martin Goodman, alla guida della casa editrice che ancora si chiamava Timely (cambierà il nome in Atlas l’anno dopo), chiede a Stan Lee e al team redazionale di mettersi al lavoro per la realizzazione di fumetti di guerra e nel settembre 1950 esce War Comics n. 1 (datato dicembre perché un tempo la data di copertina degli albi a fumetti era sempre tre mesi avanti per motivi distributivi).

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Il genere ebbe subito successo tanto che già nel 1952 la Atlas pubblicava ben 17 serie mensili o bimestrali per un totale di 125 numeri all’anno. Nel 1953 la guerra in Corea terminò con un compromesso che divideva il Paese in due Stati, ma la fortuna degli albi Atlas non accennò a diminuire.

Tutto continuò fino al 1957, quando il distributore di Martin Goodman fallì e l’editore fu costretto a ridimensionarsi chiudendo decine di testate. Questo perché il vecchio distributore accettava di trattare anche gli albi venduti poco, come erano la maggior parte di quelli della Atlas (rifacendosi sull’esorbitante numero delle testate), che nessuno degli altri distributori accettava.

Gli albi a fumetti di guerra sopravvissuti con il nuovo distributore erano solo tre: Battle, Marines in Battle e Navy Combat, e dopo il 1958 rimase solo il primo. Battle terminò la sua corsa nel giugno 1960 con il n. 70, mettendo così la parola fine alla più consistente linea di fumetti di guerra che si fosse vista sul mercato americano.

Durante tutti gli anni cinquanta, in tempi diversi, la Atlas produsse in tutto 34 testate di guerra per un totale di 533 albi. Con una media di 4/6 episodi per numero abbiamo un totale di circa 2700 storie, prodotte grazie al lavoro di 121 disegnatori.

Ma non bisogna pensare che la Atlas per raggiungere questi numeri abbia messo da parte la qualità. Era l’epoca dei disegnatori bravi e veloci: a titolo di esempio, da questa immensa produzione abbiamo selezionato 10 storie tra quelle realizzate dai migliori disegnatori che lavorarono su queste pubblicazioni.

 

“5 Hours ‘til Dawn”, Battlefield n. 1 – Aprile 1952 (Russ Heath)

È difficile immaginare che qualcuno potesse rivaleggiare con Joe Kubert nel disegnare il genere del Sgt. Rock, ma Russ Heath ci riusciva. Figure perfette e splendidamente rese, sfondi completi e ben delineati, totale padronanza dell’illuminazione hanno reso Russ Heath il più importante disegnatore americano di fumetti di guerra.

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Heath è passato alla storia per i suoi fumetti bellici improntati al massimo realismo, pieni di dettagli architettonici e meccanici, ma anche intrisi di toccanti risvolti umani e popolati di personaggi di grande risonanza emotiva.
Nonostante tra i disegnatori di questa carrellata ci siano nomi altisonanti, quando si parla di questo genere lui è indubbiamente una spanna sopra a tutti gli altri.

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Anche se aveva solo 26 anni quando disegnò questo piccolo gioiellino, la qualità della sua arte era già pienamente evidente.
Si tratta di una storia ambientata di notte, dove un pugno di soldati americani asserragliati in una trincea cerca di respingere gli assalti dei nemici.

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I nemici sono una presenza quasi metafisica, Heath li mostra solo di sfuggita. Quei pochi uomini combattono una battaglia epica che ha come posta la loro vita.
Alcune vignette sorprendono ancora oggi per l’abilità compositiva e la qualità dei dettagli.

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In un’intervista del 1987, Russ Heath disse: “Penso che il fatto che la Seconda guerra mondiale fosse in corso quando ero un adolescente mi abbia influenzato molto. Guardavo alle attrezzature militari con l’occhio del disegnatore. So ancora disegnare a memoria tutti i bombardieri, gli aerei e le armi leggere della maggior parte delle forze armate delle maggiori potenze belligeranti”.

 

“Rain”, War Action n. 1 – Aprile 1952 (Joe Maneely)

Joe Maneely, il creatore del primo Cavaliere Nero, di Ringo Kid, di Yellow Claw e Jimmy Woo, fu il partner di Stan Lee alla Atlas negli anni cinquanta. Tra i due c’era una profonda amicizia e per entrambi era un piacere lavorare insieme. Quando morì in un incidente ferroviario, a soli 32 anni, lasciò un enorme vuoto.

A distanza di anni Lee, ricordando le sue grandi capacità, disse: “Per me Joe Maneely avrebbe potuto diventare un altro Jack Kirby. Anche lui come Jack era capace di disegnare qualsiasi cosa, e ogni cosa sapeva rendere eccitante e penso che fosse ancora più veloce di Jack”.

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L’episodio che presentiamo qui è esemplificativa della sua arte. Si tratta di 6 pagine tutte ambientate sotto una pioggia incessante. Le invenzioni grafiche si sprecano a partire dalla pioggia che cola copiosa in mille rivoli dagli elmetti dei soldati.
Tutte le pagine sono realizzate nello stile vibrante e ricco di dettagli che lo ha reso famoso. Quello che affascina di più nelle sue tavole è il ripasso a china molto naturale, di cui si occupava egli stesso.

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Il disegnatore Herb Trimpe, che lo vide all’opera, ci svela il suo segreto. “Le sue matite erano molto grezze, quasi inesistenti, sarebbe più appropriato chiamarle schizzi. Il segno era molto leggero, c’erano ovali, bastoncini e cose del genere, nessun lineamento sui volti. Praticamente disegnava inchiostrando, con una sicurezza che aveva dell’incredibile!”.

 

“Close-up”, Man Comics n. 23 – Febbraio 1953 (Gene Colan)

Non per niente Stan Lee lo aveva soprannominato “il decano”. Versatile all’estremo, Gene Colan riusciva ad adattare il proprio stile a una varietà di soggetti e a uscirne sempre vincitore. Così fu anche per i fumetti di guerra, che pure non erano molto nelle sue corde.
Guardando queste pagine capiamo di trovarci di fronte a un grande disegnatore capace di creare atmosfere di grande tensione. Inoltre, Colan non disdegnava alcune sperimentazioni grafiche, soprattutto nel campo delle ombre.

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John Romita Senior ricorda: “Mi avevano stupito soprattutto alcune sue storie di guerra ambientate nel Pacifico meridionale con i piloti. Ne ricordo una in particolare: fece una vignetta che rappresentava un aereo che cadeva in mare ripreso dall’alto. Fece tutto nero con solo un piccolo schizzo. Io non avrei mai avuto il coraggio di fare una cosa del genere!”.

Certamente si tratta di un Gene Colan ancora stilisticamente acerbo, che si lascia prendere dall’entusiasmo e appesantisce il disegno con troppi dettagli. Risulta evidente che non ha ancora trovato una sua maniera personale e che metta insieme le tavole scopiazzando un po’ da tutti.
Eppure c’è una energia nascosta in queste pagine che chiede solo di essere lasciata libera di fluire, come avverrà nella decade successiva quando inizierà a disegnare supereroi.

 

“Last Bullet”, Battle n. 23 – Novembre 1953 (Bernie Krigstein)

Forse più di qualunque altro autore di comic book dell’epoca Bernard Krigstein è riuscito, grazie al suo background di illustratore e di pittore, a portare nel fumetto la sensibilità di un artista raffinato.

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Al fumetto ha dato molto. Con ogni lavoro nella sua carriera relativamente breve Krigstein ha provato qualcosa di nuovo, non solo visivamente, ma anche “filosoficamente”.
Ha compreso che il settore, in cui era entrato solo per esigenze di sostentamento, stava producendo espressioni artistiche autonome. Pertanto si è impegnato ogni giorno per trasformare ogni sceneggiatura, anche la più banale, in qualcosa che valesse la pena leggere.
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Krigstein fu “un pensatore, un provocatore, un radicale, un uomo di cultura che amava l’arte in tutte le sue forme, inclusa quella umile dei fumetti”, così lo definì il critico del fumetto Paul Gravett.
Ne dà una prova anche in questo breve racconto di guerra dove il paesaggio, trattato in modo quasi astratto, di fatto ha la stessa importanza delle figure umane stabilendo da solo la cifra emotiva della storia stessa.

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Il suo stile prevede un’alternanza tra zone fatte di grandi macchie nere informi e zone bianche, dove abbondano le linee sottili e intricate. In questo modo tutte le vignette hanno un equilibrio spettacolare.

 

“Bazooka Battle!”, Battle n. 49 – Novembre 1956 (Jack Davis)

Jack Davis ha realizzato una quantità incredibile di immagini che sono entrate di diritto nella cultura popolare. Sebbene il grande pubblico americano non ne conosca l’autore, ha certamente visto le sue illustrazioni commerciali per Time, Tv Guide, Raid e innumerevoli altri periodici.

Conosciuto come uno dei migliori caricaturisti e umoristi della rivista Mad, Jack Davis ha anche disegnato alcune delle più belle storie dell’orrore della Ec Comics. Naturalmente non potevano mancare nel suo curriculum i fumetti di guerra.

In questo episodio Davis, affronta il genere con il suo stile ruvido e graffiante, adattissimo a rappresentare le divise sudicie e spiegazzate, le barbe incolte e gli occhi stralunati dei combattenti. Il disegnatore dà il meglio di sé quando può rappresentare scene di caos, confusione, scoppi, esplosioni e disegnare ambienti degradati.

I suoi personaggi sono nervosi, sembrano sempre attanagliati da un’insanabile tensione interna. I suoi disegni hanno un’energia e una vitalità tremende, persino quando ritrae due soldati seduti che stanno parlando.
La leggendaria rapidità gli permetteva di essere sempre in linea con le scadenze. Si diceva che fosse in grado di tirare fuori disegni eccellenti anche mentre era seduto nelle sale d’attesa.

 

“The Hidden Doom”, Battle n. 63 – Aprile 1959 (Steve Ditko)

La maggior parte dei fumetti di guerra erano fumetti “pro-guerra”, specialmente durante i periodi in cui era in corso un conflitto armato. Da questo punto di vista sono stati a lungo una sorta di strumento per la propaganda politica.
Steve Ditko era diverso. Ditko era strano. Era un bastian contrario. Se c’era l’occasione per esprimere un parere diverso dalla maggioranza lui lo faceva.

Come in questa breve storia che ha come protagonista un piccolo beagle di nome Gyrene. Gyrene era un epiteto affibbiato ai marines dai membri degli altri corpi. In breve divenne un’espressione affettuosa che li distingueva dagli altri.

In questo episodio Gyrene aiuta un gruppo di marines a non finire su un campo minato. La presenza di un cagnolino stempera alquanto le dinamiche del conflitto armato e introduce, forse, una sottile polemica antimilitarista.

L’arte dì Ditko è già una delle più riconoscibili, ancora più riconoscibile di quella di Kirby, anche per il fatto che mentre Ditko si inchiostrava da sé, Kirby era inchiostrato ogni volta da un disegnatore diverso.

Il disegno è molto definito, chiaro e senza ombre, quasi un anticipo di pop art. Ci sono già alcune pose particolari che anticipano lo Steve Ditko maturo, anche se la maggior parte degli elementi stilistici sono ancora in via di sviluppo.

 

“Ring of Steel”, Battle n. 65 – Agosto 1959 (Jack Kirby)

Jack Kirby torna a lavorare per la Atlas come freelance dopo il fallimento dello studio che condivideva con Joe Simon e la successiva espulsione dalla Dc Comics per contrasti con un editor.
Jack ricordava ancora la promessa non mantenuta che gli aveva fatto Martin Goodman sui diritti d’autore per Capitan America, ma aveva una famiglia da mantenere e quindi dovette ingoiare il proprio orgoglio. Le prime storie che realizza sono fumetti di guerra.

Questo episodio, che racconta la rivolta ungherese contro l’occupante sovietico di tre anni prima, inizia davvero alla maniera di Jack Kirby, con una funambolica ripresa dall’alto che mette le vertigini e ci immerge completamente nel pieno dell’azione.

L’azione è ciò che riesce meglio a Kirby, come possiamo apprezzare in questo fumetto pieno di pose dinamiche. Il ragazzo ungherese in bicicletta che avverte dell’arrivo dei carriarmati, il soldato russo con la pistola che spara all’indietro mentre fugge, il partigiano con il fucile che spara correndo: tutto questo è puro Kirby.

Le vignette di Kirby hanno il pregio di portare il lettore all’interno del dramma, sono riprese da vicino. Kirby sapeva com’era una guerra, lui c’era stato, non aveva bisogno di molte references.
Il punto debole del Kirby di questo periodo sono gli inchiostratori sempre diversi. Qui le chine sono di Cristopher Rule, che minimizza le aree nere dando all’intero fumetto un aspetto più chiaro.

Fino alla morte di Joe Maneely, Jack Kirby venne sottovalutato alla Atlas. La casa editrice mise a confronto i due artisti e decise che Maneely era il migliore. Presumibilmente questo giudizio fu espresso da Stan Lee che, come abbiamo visto più sopra, aveva un debole per lui, e rimase valido finché Joe Maneely fu in vita.
A Maneely venivano affidate la maggior parte delle copertine mentre a Kirby non davano nemmeno quelle dove si occupava della principale storia degli interni. Le storie di Maneely erano sempre nelle prime pagine, mentre Kirby veniva relegato nelle retrovie.
Molte cose sarebbero cambiate negli anni a venire.

 

“I Flew in Berlin Airlift!”, Battle n. 67 – Dicembre 1959 (Reed Crandall)

Reed Crandall è stato una delle star della Quality Comics e della Ec Comics. Il suo approccio a metà tra illustrazione e fumetto è uno dei più riusciti dai tempi di Hal Foster e Alex Raymond.
Il suo stile elegante e dettagliato si rifà ai grandi dell’illustrazione americana, come Herbert Morton Stoops, Henry C. Pitz e Howard Pyle. Nel corso della sua intera carriera rimase sempre un convinto realista.

Cominciò a disegnare fumetti di guerra già negli anni quaranta, su Blackhawk, e si fece subito notare per la raffinatezza del suo tratto e per l’abilità nel disegnare le figure in azione. A Crandall piaceva disegnare i tedeschi con le loro iconiche uniformi, le pistole Mauser e Luger, gli aerei, i carri armati e tutto il resto.
Eccelleva anche nelle complicate scene di battaglia, soprattutto se entravano in scena bazooka e lanciafiamme, e nei combattimenti corpo a corpo.

In questo episodio, dove è inchiostrato nientemeno che da Al Williamson, saltano all’occhio la soprannaturale eleganza delle figure umane e la resa pulita e precisa degli aeroplani.

 

“A Tank Knows no Mercy!”, Battle n. 70 – Giugno 1960 (Jack Kirby e Steve Ditko)

Stan Lee non se ne accorse subito, stava ancora metabolizzando la perdita di Joe Maneely, ma la Atlas con Jack Kirby e Steve Ditko si era messa in casa due geni che di lì a poco avrebbero dato vita a un intero universo fumettistico.

Una delle cose più interessanti di questo primo periodo furono proprio le collaborazioni tra i due, con Kirby che si occupava delle matite e Ditko delle chine. Le occasioni non furono molte, poco più di una dozzina di episodi in tutto, perlopiù storie di mostri apparse su Tales to Astonish e Strange Tales.

Ci furono anche due episodi di guerra, entrambi pubblicati su Battle, uno delle quali è quello che abbiamo selezionato. L’illustrazione in prima pagina è spettacolare perché riesce a fondere lo stile di entrambi i disegnatori dando vita a un ibrido dal notevole fascino.
La storia parla di alcuni civili francesi che hanno prestato soccorso a un soldato americano ferito e per questo vengono assaliti da un carrarmato.

Kirby propone le solite figure dinamiche, Ditko inchiostra utilizzando una trama di piccoli segni che evocano i paesaggi francesi avvolti nella nebbia. Un piccolo capolavoro.

 

“Gettysburg!”, Battle n. 70 – Giugno 1960 (Bill Everett)

Bill Everett è uno dei meno conosciuti creatori della storia del fumetto. Completamente suo è il personaggio di Sub-Mariner, il monarca degli abissi, e in gran parte suo è il personaggio di Devil, soprattutto si deve a lui la geniale intuizione di farne un supereroe cieco.


Il suo stile si è evoluto dagli anni trenta ai settanta, a partire da un iniziale schematismo iperstilizzato molto semplice e leggibile. In seguito, aggiungendo dettagli, toni e semitoni, il suo stile è diventato un ibrido tra fumetto e illustrazione.

È con questo stile che Everett realizza il fumetto dedicato a una delle battaglie più famose della storia degli Stati Uniti, il sanguinoso scontro della Guerra di secessione tra gli unionisti del Nord e i confederati del Sud nelle colline che circondano la città di Gettysburg.

L’immagine iniziale ci catapulta al centro della battaglia, in un unica vignetta Bill Everett è riuscito a inserire tutti gli elementi fondamentali della battaglia, le salve di cannone, le cariche di cavalleria, i fucilieri che sparano inginocchiati, i soldati morti e feriti.

In quattro sole pagine, fortemente evocative, il creatore di Sub-Mariner riesce a sintetizzare i momenti salienti della battaglia, il feroce assalto alla collina detta Big Round Top, l’epica e temeraria carica di cavalleria del generale George Pickett e la ritirata finale del generale Robert Lee.
Un Bill Everett al suo massimo.

 

 

 

2 commenti

  1. Solo la prima, purtroppo, pubblicata in LE GRANDI STORIE DI GUERRA, volume della Panini di qualche anno fa, che ha pubblicato solo materiale dalla collana “Battlefield”. Non so esattamente cosa altro sia disponibile in Italia di questo materiale

  2. Sarebbe interessante a tal proposito un intero articolo sulla serie “THE NAM”, una delle più belle serie Marvel, di tema bellico e in senso assoluto, a mio avviso (non credo sia stato fatto e mi farebbe piacere sia lei a redigerlo). “THE NAM” riflette al massimo la dicotomia dell’opinione pubblica di quel periodo nei confronti del conflitto. Scritta e disegnata da alcuni autori reduci da quell’inferno, rappresenta uno spaccato molto calzante della società americana del tempo.

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