GLI SPACE INVADERS SONO FIGLI MIEI

GLI SPACE INVADERS SONO FIGLI MIEI

Vedendo in libreria una corposa biografia dedicata a Tomohiro Nishikado forse alzereste le spalle domandandovi cos’abbia mai fatto questo sconosciuto per meritarsi tanta attenzione. Se, leggendo più oltre, scopriste che questo giapponese, laureatosi alla facoltà di ingegneria elettronica dell’università di Tokyo nel 1963, è il creatore di Space Invaders probabilmente un grande sorriso si allargherebbe sul vostro viso, insieme al ricordo delle ore trascorse a combattere in video un’invasione extraterrestre di colorati granchi e piovre spaziali.

A dedicargli un libro è stato l’editore francese Omaké Books. “Space Invaders: comment Tomohiro Nishikado a donné naissance au jeu vidéo japonais!” (Space Invaders: come Tomohiro Nishikado ha fatto nascere il videogioco giapponese!) di Florent Gorges è uscito recentemente e, per l’occasione, l’ingegnere nipponico ha incontrato discretamente i giornalisti d’Oltralpe alla Fondazione Edf di Parigi, subito prima dell’esposizione “Game, le jeu video à travers le temps” (Game, il videogioco nel tempo). Nishikado, fresco di laurea, iniziò a lavorare alla Taito, azienda produttrice di macchine da gioco basate sull’elettromeccanica, all’epoca diffuse in molti bar (qui sotto ne vedete qualche esempio tratto dal volume della Omaké Books).

Macchinari che non avevano niente a che fare con i pixel: i videogiochi ancora non esistevano. Fino all’arrivo nel 1972 del gioco americano Pong della Atari, creato da Nolan Bushnell e Allan Alcorn. La Taito puntò subito gli occhi sulla novità e mise al lavoro Nishikado che l’anno successivo ne creò una variante calcistica, Soccer, primissimo videogioco originale nato in Giappone. Né quello né altre sue creazioni successive dedicate alle gare automobilistiche e alla pallacanestro sfondarono però nel mercato internazionale. La svolta arrivò nel 1976, quando l’ingegnere nipponico scoprì Breakout, che lo spinse a cambiare approccio. “Fu uno shock per me vedere che erano tornati alle origini, ma con un concetto nuovo che aveva riscosso un grande successo di pubblico”, confessa Nishikado. Anche se un gioco tennistico e uno “rompimuri” sembrano non avere niente in comune con uno di battaglia spaziale, in realtà sia Pong che Breakout si basano su uno stesso concetto: spostare lateralmente un rettangolo per intercettare e rispedire un punto bianco. Il secondo aveva rotto la simmetria del primo introducendo un muro di mattoni che lo avvicinava a una specie di “palla contro il muro”. Con Space Invaders, Tomohiro Nishikado si è spinto ancora oltre: al posto del muro di mattoni mette un “muro” di nemici e attribuisce anche a loro, come al rettangolo, una capacità di tiro. Per complicare ulteriormente le cose, li fa muovere da sinistra a destra e viceversa mentre avanzano verso le armi terrestri. E il gioco è fatto!

Il campionato mondiale di Space Invaders del 1980

Alla versione finale del gioco l’ingegnere giapponese arriverà in varie tappe. All’inizio, invece di crostacei e piovre aveva messo in scena esseri umani, ma l’idea preoccupò i responsabili della Taito. Certi timori possono sembrare assurdi oggi che nei videogiochi, con protagonisti ben più realistici di quelle essenziali figurette monocolori fatte di pochi pixel, si versa senza problemi sangue a litri, ma i tempi erano quelli che erano, e Nishikado ripiegò sulle aliene creature “mostruose” che conosciamo. In quegli anni negli Stati Uniti scoppiava il fenomeno di Star Wars, ma il Nostro non l’aveva ancora visto, così per inventare i suoi extraterrestri si ispirò alla più classica delle Guerre dei Mondi, quella di H. G. Wells. Dall’iconografia delle illustrazioni del romanzo e dei film che ne erano stati tratti derivano piovre e granchi che, come nel suo videogioco, si spostano lateralmente. La cosa buffa è che questa creazione un po’ “a tentoni” nella testa dell’ingegnere elettronico non era minimamente finalizzata all’inseguimento di un successo commerciale. “Per me non era che un pretesto per imparare la tecnologia dei computer che non esistevano ancora”, confessa divertito Nishikado in una recente intervista a Pixel. Il successo arrivò comunque, suo malgrado: uscito nel 1978 Space Invaders s’impose subito in Giappone e in breve tempo nel resto del mondo. “Ho capito solo trent’anni più tardi che la mia creazione aveva cambiato l’industria. Anche durante il boom di vendite di Space Invaders non ero consapevole della sua importanza”.

 

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