GLI ANGELI RIBELLI DEL GLAM ROCK

Glam Rock

Il glam rock secondo i più sarebbe solo immagine, esteriorità e uno sciame di paillettes: questa etichetta applicata in modo superficiale ha offuscato il significato di una profonda svolta creativa e anticonformista.
L’esplosione di un fenomeno tipicamente inglese segna la fine degli spensierati anni sessanta e l’inizio dei complicati settanta.

V

 

La rivoluzione estetica e interiore del glam rock

L’estro comunicativo e le provocazioni di cui i maggiori rappresentanti del glam rock si fanno portatori trasformano la vita e le coscienze di un’intera nazione, la Gran Bretagna, anche se non mancano illustri contaminazioni negli Stati Uniti: Lou Reed, Iggy Pop e New York Dolls.
Il glam rock porta idee nuove sulla identità sessuale, aprendo la via a processi di trasformazioni culturali tuttora in corso.

H
Dice Michael Des Barres, giovane protagonista della Londra di quegli anni: “C’era un gruppo specifico di ragazzi che erano androgini ma non gay. Un sacco di persone che parlano e scrivono di questo periodo si concentrano su ragazzi che si scopano ragazzi, quando in realtà erano ragazzi che sembravano ragazze che si scopavano ragazze”.

B
Andare a un concerto di Bowie a Londra all’epoca Ziggy significa trovare uno spettacolo ancor più stimolante tra il pubblico che sul palco. I maschi gay possono giocare con il look, colorarsi i capelli, truccarsi in pubblico ed esprimere liberamente la propria sessualità. Il rock diventa un ballo in maschera. Sotto le sgargianti luci stroboscopiche, impazziscono i giovani dudes: neo-fricchettoni che trasformano i raduni musicali in sfrenati festival del kitsch.

H
Questi giovani vogliono solo divertirsi all’insegna del disimpegno e della spensieratezza. Tutto ciò che desiderano è incarnato dal glam rock: sesso, ambiguità, eccesso, decadenza. Sfida alle convenzioni borghesi, rifiuto dei modelli dominanti, gusto per il travestimento e ripensamento dell’identità maschile portato ai livelli più estremi.
Rievochiamo quei giorni attraverso alcune delle canzoni significative degli artisti britannici più noti.

 

Hot love (1971) T. Rex

“Hot Love”, saldamente al primo posto delle hit, portano i T. Rex sulla cresta dell’onda del successo. Una sera Chelita Secunda ferma Marc Bolan mentre si prepara a salire sul palco della trasmissione televisiva Top of the Pops per spruzzargli un po’ di brillantini sul viso, i quali si abbinano al top in lamé d’argento che indossa.

G
Le telecamere catturano quel momento fatidico e lo consegnano alla storia. L’estetica glam rock nasce lì: il glitter diventa un must per tutti gli adolescenti.

John Springate, futuro pilastro della Glitter Band, parla per un’intera generazione di musicisti quando ricorda: “A quel tempo io e mio fratello avevamo un gruppo di tre persone che rifaceva Cream, Hendrix e tutto il resto. Il look era jeans a zampa d’elefante e camicia da nonno, capelli lunghi, barba e baffi. Tutti erano così. E quando Marc Bolan ha fatto quello che ha fatto, quel pizzico di glitter sul suo volto in Top of the Pops, è cambiato tutto. Tutti hanno voluto essere così”.

 

Mama weer all crazee now (1972) Slade

Le canzoni degli Slade non sono musica, sono graffiti auditivi, schegge di follia. Dal punto di vista del look sono unici: Noddy con il suo cappello a specchio, la giacca a coda di rondine e le bretelle, Jim con i completini in pelle, Don in pantaloni e gilet a righe, e Dave che ha un aspetto tutto suo anche quando veste come gli altri.

S
I titoli delle canzoni degli Slade sono un incubo per i puristi del linguaggio, per il modo surreale in cui fanno a pezzi l’ortografia.

La terza hit degli Slade è il primo brano che Jim Lea ha scritto completamente da solo: “Stavo sul palco dopo uno spettacolo a Londra osservando il numero impressionante di posti a sedere sfasciati nell’auditorium e pensai: Cristo, devono essere impazziti tutti stasera”. “My My We’re All Crazy Now” presto viene modificato in “Mama Weer All Crazee Now”.

 

All the young dudes (1972) Mott the Hopple

Sono forse i più iconici tre minuti e trentatrè secondi di pop mai consegnato a un sette pollici di vinile. Un grido di battaglia, un requiem, una canzone d’amore, una marcia di morte: “All The Young Dudes”, l’inno di una generazione che chiede soltanto di trasgredire.
M
Nel 1972 i Mott the Hoople di Ian Hunter stanno per sciogliersi: dopo tre anni di attività e quattro album, la band non è riuscita a sfondare e tra i suoi membri serpeggia l’idea di lasciar perdere. Tra i loro pochi sostenitori, però, ce n’è uno piuttosto particolare: David Bowie. Venuto a conoscenza delle difficoltà del gruppo, decide di aiutarli scrivendo di getto il brano “All the Young Dudes” espressamente per loro.

Con grande riluttanza i Mott the Hoople accettano di entrare a far parte del movimento glam rock. I ragazzi del gruppo sono, nella definizione che si danno, dei “vecchi bastardi” che davvero fanno fatica ad adattarsi alle movenze androgine e all‘uso smodato del make up.

 

Virginia Plain (1972) Roxy Music

Questo singolo brano rivoluzionario è stato la colonna sonora delle vacanze scolastiche del 1972 per molti giovani fan del pop nel Regno Unito. Strutturalmente vicino a un blues a tre accordi e caratterizzato da un battito in 4/4, risulta evidente che il pezzo è completamente deviante rispetto ai canoni classici del pop.
H
La canzone non ha un vero e proprio ritornello, il titolo è menzionato solo nel suo improvviso e sconvolgente finale; il primo assolo strumentale arriva troppo presto, mentre il secondo è caratterizzato dalla stessa sequenza di note ripetuta più volte.

Il testo è a prima vista bizzarro, impressionista e “non parla di nulla”, molti strumenti convenzionali sono in un certo senso “mutilati” dal punto di vista sonoro. Bryan Ferry canta in un modo tutto suo che non assomiglia quasi a nulla di quello che viene realizzato nel pop britannico.

 

Blockbuster (1973) The Sweet

Nel dicembre 1973, “The Jean Genie” di David Bowie raggiunge il secondo posto nelle classifiche del Regno Unito. Il mese seguente, Blockbuster degli Sweet va ancora meglio posizionandosi al primo. Entrambe le canzoni hanno usato lo stesso riff degli Yardbird di “I’m A Man”, di Bo Diddley.
S
Il chitarrista Andy Scott ricorda in una intervista la reazione di panico dopo aver ascoltato “Jean Genie”. “Mi sono seduto lì con lo sguardo orripilato e qualcuno mi ha chiesto cosa c’era che non andava. Ho detto ‘Questo è lo stesso riff di chitarra di Blockbuster’, non simile: proprio lo stesso!”.

“Mi sono rivolto a Nicky Chinn, uno degli autori, e ho aggiunto: ‘Non possiamo farlo uscire’. Lui ha risposto: ‘Non preoccuparti, sono due tipi di dischi completamente diversi e prevedo che il nostro sarà un numero uno’. Alcune settimane dopo eravamo davvero al primo posto e Bowie al secondo”.
Il disco inizia in modo singolare con il suono di una sirena antiaerea.

 

I love you love me love (1973) Gary Glitter

Il brano è uno dei migliori singoli di Glitter, ma è stato anche uno dei più sorprendenti: Glitter prende il glam rock e lo rallenta fino a dimezzarne la velocità.
Il suo pezzo entra al primo posto della classifica il 17 novembre 1973, vendendo oltre un milione di copie solo in Gran Bretagna.

G
La canzone nasce quasi per caso. Glitter sta ancora beandosi del successo di “I’m the Leader of the band” quando la compagnia discografica lo chiama per chiedergli se abbia un nuovo pezzo. Senza pensarci, Glitter risponde affermativamente pronunciando la prima frase che gli salta in mente.

“Sono sempre stato affascinato da ‘I’m Left, You’re Right, She’s Gone’, il titolo del disco di Elvis, e da tempo stavo giocando con frasi del genere. Così mi venne da dire ‘I Love You Love Me Love’. Subito fui colto dal panico perché, con un titolo del genere, doveva per forza essere una ballata”.

 

Rebel rebel (1974) David Bowie

“You’ve got your mother in a whirl / She’s not sure if you’re a boy or a girl”. “Hai messo in confusione tua madre / Non sa bene se tu sia un ragazzo o una ragazza”.
La magia del genio: a David Bowie bastano un paio di versi per catturare l‘essenza della filosofia glam rock e consegnare al mondo il suo inno generazionale.

D
La canzone ci spinge a credere in ciò che siamo e a pensare solo con la nostra testa. Con le sue sgargianti sonorità chitarristiche, che richiamano in maniera evidente i riff di Keith Richards dei Rolling Stones, ci esorta a coltivare il ribelle che è in noi, a dargli più spazio possibile nella quotidiana lotta per i propri diritti come individui liberi di decidere chi siamo.

È, infatti, un’autentica esortazione a non preoccuparci del giudizio altrui, in special modo se basato sulle convenzioni sociali e sugli stereotipi comuni.

 

Sugar baby love (1974) The Rubettes

Wayne Bickerton, uno dei dirigenti della Polydor, e Tony Waddington hanno scritto una canzone che nessuno vuole, originariamente pensata per un musical.

R
Entrambi sono convinti che “Sugar Baby Love” abbia un grande potenziale, ma dopo che è stata rifiutata da tutti gli artisti ai quali l’hanno proposta cominciano a sospettare di essere i soli a pensarlo. Così decidono di registrarla da soli. Contattano due musicisti che hanno suonato nella demo originale, il cantante Alan Williams e il batterista John Richardson, e gli chiedono di reclutare una band.

La band, che chiamano Rubettes, viene approntata in breve tempo per registrare il pezzo nell‘ottobre del 1973. La canzone, uscita nel gennaio 1974, arriva in breve tempo al primo posto nel Regno Unito, Germania, Svizzera, Paesi Bassi, Austria e Belgio, e al secondo in Australia, Sudafrica e Italia.

 

Rocket (1974) The Mud

Questo brano è l’ultimo per la band a essere firmato dalla prolifica coppia composta da Nicky Chinn e Mike Chapman, produttori di molti successi durante la stagione del glam rock.

M
Nell’estate del 1974 la musica glam ha ormai esaurito la sorprendente carica innovativa iniziale e sta ripiegando su una vena musicale retrospettiva che attinge pesantemente al rock ‘n’ roll degli anni cinquanta.

Musicalmente il 45 giri è una riedizione di cose già sentite: le sovraincisioni di chitarre fanno eco a gruppi come Slade e Sweet, mentre le linee guida armonizzate suggeriscono l’allora nuova influenza del lavoro di Brian May con i Queen. La batteria è suonata secondo gli standard rock e pop dell‘epoca, la voce del cantante El Gray è ricalcata su quella di Elvis Presley.

 

 

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati con *

Dichiaro di aver letto l'Informativa Privacy resa ai sensi del D.lgs 196/2003 e del GDPR 679/2016 e acconsento al trattamento dei miei dati personali per le finalità espresse nella stessa e di avere almeno 16 anni. Tutti i dati saranno trattati con riservatezza e non divulgati a terzi. Potrò revocare il mio consenso in qualsiasi momento, integralmente o parzialmente, con effetto futuro, ed esercitare i miei diritti mediante notifica a info@giornalepop.it

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*