GIGLIOLA GUERINONI, DETTA LA MANTIDE

GIGLIOLA GUERINONI, DETTA LA MANTIDE

Cesare Brin, 55 anni, è un farmacista di Cairo Montenotte, cittadina ligure nell’entroterra di Savona. L’uomo è conosciuto da tutti perché molto ricco e perché è riuscito a portare la locale squadra di calcio in serie C 2.
Tra il 12 e il 13 agosto 1987 scompare nel nulla, il suo cadavere verrà trovato una settimana dopo bruciato in una discarica. A venti giorni dal delitto viene arrestata la sua amante, la 42enne Gigliola Guerinoni: per gli inquirenti è lei l’assassina.

La donna è un’avvenente bionda dagli occhi azzurri, nota per aver fatto stragi di cuori nei dintorni. Due uomini li ha sposati, molti altri se li è presi come amanti, tanti li ha scaricati, un paio sono morti in circostanze sospette: erano tutti pazzi di lei e disposti a tutto per accontentarla e aiutarla economicamente.

Dalla stampa Gigliola viene soprannominata la “Mantide di Savona”, con riferimento all’insetto che tiene le zampe unite come se pregasse e con le quali la femmina stacca la testa del maschio, per mangiarla, dopo essersi accoppiata con lui.

Gigliola Guerinoni nasce nel 1945 a Cairo Montenotte, città nella quale si svilupperà tutta la vicenda. Si tratta del principale centro della Val Bormida, dove piccole ma prosperose aziende hanno sostituito il duro lavoro nei campi: il benessere non manca, così come un paio di discoteche e qualche birreria. Spesso i giovani di Savona lasciano la costa per venire qui a passare la serata.

Il posto adatto per Gigliola, figlia effervescente di un maresciallo dei carabinieri e di una casalinga. All’inizio sembra destinata a una vita normale. Studia da infermiera e, giovanissima, sposa Andrea Barillari, un metronotte. Dal matrimonio nascono due figli, Alex e Fabio.

A un certo punto, però, Gigliola si sente come soffocare. Lo si capisce dalle poesie che scrive, dalle quali traspare un malessere interiore e il disprezzo per le persone “comuni”. Lei vuole ottenere qualcosa di più dalla vita, magari attraverso le proprie inclinazioni artistiche: oltre a comporre versi, ama dipingere e fare sculture.

Il primo passo di Gigliola verso una nuova vita è quello di lasciare il marito Andrea per Ettore Geri, più grande di lei di 26 anni, contabile nella stessa azienda dove lei lavora. L’uomo è follemente innamorato della Guerinoni e nel 1973 abbandona moglie e figlia, si licenzia e con la liquidazione compera una galleria d’arte a Gigliola mettendosi in società con lei.

Ben presto si capisce che la galleria non è stato un buon affare. Così, tra pochi quadri di Guttuso, molte croste e qualche falso, Ettore Geri si mette a fabbricare cornici, l’articolo più richiesto.

La vita va avanti, nel 1975 nasce una bambina, Soraya, e la coppia si trasforma in un triangolo, accogliendo in casa il pittore e arredatore Pino Gustini.
Giovane e bello, il pittore porta con sé qualche oggetto di valore, il che non guasta. Nel 1979 Gigliola e Pino si sposano in gran segreto, anche all’insaputa di Ettore, geloso ma non più di tanto.

Anche i figli del primo matrimonio frequentano la casa e, nel 1985, Gigliola spinge Fabio a partecipare al concorso “Il più bello d’Italia”. Il ragazzo si piazza secondo e successivamente appare in qualche spot pubblicitario.

Nel 1986, il pittore Pino Gustini, dopo aver venduto i propri averi per darne il ricavato a Gigliola, muore misteriosamente. Solo in quel momento viene reso noto il loro matrimonio, tra lo stupore dei vicini che avevano sempre considerato Ettore il marito e Pino l’amante.

L’ex infermiera Guerinoni viene accusata, ma non condannata, di aver manomesso i farmaci di Gustini, sofferente di diabete, per ucciderlo. «Pino è stato l’unico uomo che ho veramente amato nella mia vita», sostiene lei. «Una donna può dare il suo corpo a mille amanti, ma l’anima a uno solo. Io la mia anima l’ho data a Pino».

Poco dopo la scomparsa dell’arredatore, Gigliola si lega a Cesare Brin. Un tipo esuberante, sanguigno e, soprattutto, politicamente influente e pieno di soldi. Proprietario di una farmacia (giusto a qualche metro dalla galleria d’arte), consigliere comunale della Democrazia Cristiana e presidente della squadra di calcio locale, la gente del luogo lo adora chiamandolo “Re Cesare”.

Così adesso tocca a Brin abbandonare moglie e figli per andare ad abitare con Gigliola Guerinoni. E a finanziare la trasformazione della fallimentare galleria d’arte in un negozio di antiquariato.
Allo stesso tempo, Gigliola non disdegna altri uomini come il vicequestore di Genova, Raffaele Sacco, e Gabriele Di Nardo, consigliere regionale del Movimento Sociale Italiano, entrambi personaggi influenti.

Viene invece cacciato Ettore Geri, suo amante storico: Gigliola non può più tenerselo in casa, dato che l’uomo battibecca continuamente con il nuovo inquilino, Cesare Brin.
Geri è roso dalla gelosia, vuole riavere indietro i soldi che ha dato alla Guerinoni e le urla: «Se scopro che sei rimasta incinta di Brin, ti prendo a calci la pancia».
Continuando ad amarla perdutamente, va ad abitare in una villetta poco lontano insieme alla figlia Soraya.

Intanto si scopre che Brin ha scialacquato un miliardo di lire, nell’inutile tentativo di far salire la sua squadra in serie C, e ha dovuto vendere la farmacia per ripianare il debito. Altri debiti deve ancora saldarli, come quelli contratti al tavolo da gioco e alle corse dei cavalli.

Il 12 agosto 1987, Cesare Brin entra per l’ultima volta nella casa che condivide con Gigliola.
Poco dopo, due fidanzati di passaggio e un vecchietta che porta a spasso il cane sentono una lite furiosa, i rumori di una colluttazione e infine le urla: «Ti ammazzo! Ti ammazzo!». Poi il silenzio.

Passano un paio di giorni e, alla polizia che sta cercando il notabile misteriosamente scomparso, Gigliola spiega che Cesare se n’è andato in ferie in Piemonte. A riprova di ciò, esibisce il biglietto che le avrebbe lasciato: “Qui non riesco più a dormire per il caldo, mi farò vivo poi”.
Una settimana dopo, a qualche chilometro di distanza da Cairo Montenotte, un operaio dei telefoni scopre casualmente un cadavere bruciato, irriconoscibile, in una scarpata usata come discarica per i rifiuti.

Vicino al corpo c’è un mazzo di chiavi con lo stemma dell’associazione dei farmacisti, basta questo per identificarlo: è Brin.
Gli inquirenti ci mettono poco a capire che cosa può essere successo e il 30 agosto 1987 arrestano la Guerinoni con l’accusa di omicidio.
Il caso finisce sulle prime pagine dei giornali e Gigliola diventa dunque per tutti la “Mantide di Savona”.

Brin è stato ucciso in casa sua, non ci sono dubbi: lo si evince non solo dalle urla sentite all’esterno, ma anche dalle numerose macchie di sangue trovate nella camera da letto e lungo le scale, maldestramente lavate.

A questo punto la Guerinoni racconta che il farmacista è stato picchiato da due sconosciuti, che se lo sono portati via su un’auto targata Torino. Secondo lei, erano trafficanti di droga che volevano ottenere il pagamento di una partita di cocaina da 50 milioni di lire. La donna spiega che lei non aveva nessun interesse a uccidere il convivente perché lui le doveva un mucchio di soldi.

Il vicequestore Raffaello Sacco confessa e la smentisce: insieme ad altri tre amanti, era stato chiamato dalla Guerinoni la notte del delitto per prelevare il cadavere di Brin e farlo sparire. In quel frangente, Gigliola gli avrebbe confessato di essere stata lei a uccidere.

All’improvviso Ettore Geri, l’amante dimenticato, vedendo la sua adorata senza speranze si autoaccusa del delitto e, come testimone, chiama la figlia Soraya. La ragazzina, dodicenne, sostiene di essere stata lei a prendere il martello con il quale il padre avrebbe ucciso il rivale. Del resto odiava profondamente quell’individuo, che aveva costretto i genitori a dividersi.

Al processo di primo grado, non sapendo più come difendersi dalle accuse incalzanti del pubblico ministero Maurizio Picozzi, a un certo punto la Guerinoni afferma che il magistrato si comporta crudelmente con lei per spirito di vendetta, perché quando era pretore a Cairo Montenotte sarebbe stato suo amante, prima che lo cacciasse bruscamente. La donna verrà condannata per diffamazione.

Gigliola rilascia anche altre dichiarazioni stravaganti: «Mi hanno rubato i mobili di casa, perfino la biancheria intima, tutto. Quello che indosso mi è stato regalato dalla gente. Molti mi aiutano di nascosto, per paura di avere noie».

Sempre in aula, un figlio di Cesare Brin sostiene che, poche ore prima di morire, il padre gli aveva assicurato che avrebbe lasciato presto l’amante perché era già arcistufo delle sue richieste di denaro. I giudici si convincono che tra la dominatrice Guerinoni, il geloso Geri e la piccola Soraya, la colpevole sia la prima.

Ettore Geri e Gigliola Guerinoni

Nell’agosto 1989 la “Mantide di Savona” viene condannata a 26 anni di carcere, mentre Geri è assolto per mancanza di prove. L’anno dopo il processo d’appello conferma la pena per Gigliola mentre ribalta la sentenza di Geri, che viene condannato a 15 anni (pene rese poi definitive dalla Cassazione).

Finisce in prigione pure il quartetto che ha fatto sparire (malamente) il cadavere: Raffaele Sacco, ormai ex vicequestore; Gabriele Di Nardo, consigliere regionale; Giuseppe Cardea, imbianchino, e Mario Ciccarelli, un collaboratore della vittima.

Dopo il processo, l’interesse sui protagonisti del delitto inevitabilmente cala, ravvivato solo da qualche fatto di cronaca collaterale. Fabio Barillari, il figlio della Guerinoni avuto dal primo marito, nel 1992 finisce in carcere per ricettazione. Era diventato gioielliere e comprava preziosi dagli zingari che depredavano le ville della costa ligure. Uscito di prigione, trova un lavoro nel campo delle onoranze funebri.

All’inizio del nuovo millennio, Gigliola Guerinoni ottiene la semilibertà. Durante il giorno esce dal carcere di Rebibbia per lavare e stirare in un istituto di suore trasformato in albergo per pellegrini. «Ogni mattina», dichiara, «prima di andare al lavoro, passo in chiesa a pregare».

Nel 2014 la Guerinoni ottiene la scarcerazione definitiva, l’anno dopo Ettore Geri muore a 97 anni.

 

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