FRATE MITRA INTRAPPOLA I BRIGATISTI ROSSI

FRATE MITRA INTRAPPOLA I BRIGATISTI ROSSI

Silvano Girotto, meglio conosciuto come “Frate mitra”, nasce a Caselle Torinese il 3 aprile del 1939. Figlio di un maresciallo dei carabinieri, appena adolescente sconfina in Francia dove rischia l’arresto per immigrazione clandestina. Mentendo sull’età riesce comunque ad arruolarsi nella Legione straniera. Viene inviato in Algeria, dove la Francia è impegnata in una spietata repressione contro i moti indipendentisti locali.

Dopo soli tre mesi diserta disgustato dagli innumerevoli episodi di tortura perpetrati dai francesi ai danni dei patrioti algerini. Al rientro in Italia viene arrestato perché coinvolto in un furto compiuto da alcuni coetanei. Decide di entrare nell’Ordine francescano, prendendo il nome di padre Leone.
L’attività pastorale e il contesto sociale nel quale opera lo inducono ad avvicinarsi a posizioni che gli fanno guadagnare la fama di “frate rosso”. Il vescovo di Novara gli vieta di predicare. Nel 1969 tenta con successo di sedare una rivolta presso il carcere di Novara, agendo da mediatore. Chiede e ottiene l’autorizzazione a partire come missionario nel Terzo mondo.

Giunto in Bolivia prende contatto con gli strati più poveri della popolazione opponendosi al colpo di Stato militare che fa capitolare il governo progressista di Juan Josè Torres. Le forze popolari espugnano alcuni depositi militari locali rifornendosi di armi. Gli scontri con i golpisti sono violentissimi.

La scelta conseguente è quella della clandestinità. Il regime di Hugo Banzer riuscirà comunque a prendere il potere.

FRATE MITRA INTRAPPOLA I BRIGATISTI ROSSI

 

LA LOTTA ARMATA COME ULTIMA RATIO

La resistenza boliviana ha come base logistica Santiago del Cile, dove Girotto si trova nel momento in cui viene portato a termine il golpe contro Salvator Allende. Il Cile cade quindi nelle mani di una giunta militare guidata da Augusto Pinochet. Girotto partecipa anche in questo caso alla resistenza e viene ferito negli scontri. Cerca quindi rifugio nella sede diplomatica italiana, per poi essere rimpatriato alla fine del 1973.

Nello stesso anno viene espulso dall’Ordine francescano, con la motivazione di aver partecipato a degli scontri armati. Da questo ruolo nella guerriglia sudamericana contro i regimi militari dei primi anni Settanta deriva il soprannome di Frate mitra, che da quel momento in poi lo contraddistinguerà.
In una intervista afferma di non essere pregiudizialmente contro la lotta armata, quando questa è l’ultima ratio contro un potere iniquo e violento. Ritiene però notevoli le differenze di contesto politico e sociale tra Italia e Sudamerica: i problemi italiani, sostiene Girotto, possono ancora essere affrontati e risolti per via politica. A seguito di queste considerazioni, e tenendo conto dei numerosi omicidi e rapimenti delle Brigate Rosse (primo fra tutti quello del giudice Sossi), decide di collaborare con i carabinieri.

Giorgio Pisanò, direttore del settimanale di estrema destra Candido, aveva dipinto Silvano Girotto come un simpatizzante comunista custode di segreti e conoscenze compromettenti in campo brigatista. Sarebbe stato questo articolo a spingere i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a contattare Girotto, al quale viene offerto di collaborare. Girotto chiede un paio di giorni per riflettere e infine accetta.
L’ex frate entra subito in contatto con ambienti brigatisti, frequentando alcuni fiancheggiatori dell’organizzazione: gli è d’aiuto il prestigio derivante dall’esperienza sudamericana come guerrigliero.

 

FRATE MITRA A PINEROLO, 8 SETTEMBRE 1974

A Pinerolo, Silvano Girotto conosce Renato Curcio. Il fondatore e leader delle Brigate Rosse giudica genuine le intenzioni dell’ex frate e decide di dargli credito. A un secondo incontro partecipa anche Mario Moretti (che in seguito diverrà a sua volta capo delle Brigate Rosse).
A quanto sembra è in questa occasione che viene fatta a Frate mitra la proposta di addestrare un nucleo di brigatisti. Al terzo incontro, quello decisivo, l’ex francescano si presenta con i carabinieri.

Domenica, 8 settembre 1974. La 128 targata Bo 545217 su cui viaggiano i due capi brigatisti Renato Curcio e Alberto Franceschini viene bloccata alle porte di Pinerolo, al passaggio a livello sulla strada per Orbassano.
Ricorda Franceschini: «Pignero (capitano dei carabinieri), che mi teneva per il collo, mi dice: “Io non so chi tu sia, ma conosco quell’altro”. E indicò Curcio. “Lo conosco tanto bene che ho chiamato il mio cane Renato”».

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Renato Curcio

 

Alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo, il 10 febbraio 2000, Girotto racconta: «Ricordo molto bene quando fu arrestato Alberto Franceschini, che non avevo mai visto e che capitò a Pinerolo per caso. Quando il giorno dopo, vedendo il capitano Pignero, gli chiesi chi era quello con gli occhiali, alto, che stava insieme a Curcio, mi rispose che era un certo Franceschini, uno dei capi, arrivato il giorno prima da Praga».

Un duplice arresto, quello di Curcio e Franceschini, che doveva essere l’atto conclusivo, il trionfo, per gli uomini del Nucleo speciale di Dalla Chiesa, ma che invece ne rappresenta il passo di addio. Ragioni politiche mai del tutto chiarite portano alla decisione di “ristrutturare” il gruppo messo in piedi dal generale.
«Stanno disfacendo tutto», dirà Dalla Chiesa ai magistrati, «se pensate che abbiamo lavorato bene, fate qualcosa». Otterrà soltanto un plauso. Il patrimonio di conoscenze messo insieme giorno dopo giorno dai carabinieri sarà disperso, gli uomini trasferiti.

 

UNA VITA NORMALE PER FRATE MITRA

Non è escluso che Frate mitra intendesse entrare realmente nelle Brigate Rosse, potendo così collaborare più fattivamente con i carabinieri e ottenere risultati maggiori nella lotta al terrorismo: propositi scoraggiati da Dalla Chiesa che avrebbe considerato Frate mitra fin troppo esposto.
L’ex francescano, dopo l’arresto dei brigatisti, riuscì a condurre una vita normale con le due figlie avute dalla compagna boliviana che aveva condotto con lui la resistenza contro il regime di Banzer. Lavorò come operaio e divenne sindacalista. Ebbe modo di trovare un impiego in alcuni Paesi arabi per poi tornare definitivamente in Italia. Nel 1978 comparve come testimone nel processo contro le Br celebratosi a Torino.

Il 10 febbraio 2000 venne ascoltato nella 62ª seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. Fornì una bozza della sua testimonianza nel libro autobiografico pubblicato due anni dopo.
Nel 2002, in procinto di partire alla volta di una missione cattolica in Etiopia, Silvano Girotto volle riprendere contatto con coloro che aveva fatto arrestare e che erano ormai liberi dopo aver scontato pesanti condanne. Renato Curcio, pur non manifestando rancore, mantenne un atteggiamento riluttante, mentre Alberto Franceschini accettò l’incontro, stabilendo con Girotto un rapporto amichevole.

 

«IN ITALIA NON C’ERANO LE CONDIZIONI PER LA LOTTA ARMATA»

 

Interessanti alcune dichiarazioni rilasciate, su vari temi, durante la sua missione in Etiopia.

«La teologia della liberazione nel contesto sudamericano degli anni Settanta? La Chiesa di Roma non ne volle sapere. Da un lato l’apertura di Paolo VI, che addirittura in casi particolarmente drammatici ammetteva la lotta armata, dall’altro l’allora cardinale Ratzinger che ispirava i corposi documenti con cui si condannava la teologia della liberazione. Le contraddizioni della Chiesa risiedono nel fatto che non riesce a capire le condizioni della gente del Terzo mondo. La condanna dei preservativi assomiglia tanto alla condanna inflitta a Galileo. Per ragionare nei villaggi africani non si possono usare gli stessi metri che si adoperano nelle ovattate sale del Vaticano. I rapporti con i brigatisti che ho fatto catturare? Li ho incontrati e siamo diventati amici. Abbiamo parlato e discusso. Mi hanno dato ragione. Mi sono associato alla guerriglia in America Latina, in condizioni particolari, sotto la cappa di una feroce dittatura. In Italia non c’erano le condizioni per la lotta armata. Era assolutamente fuori luogo pensarlo. Da noi non c’era una dittatura che ammazzasse i contadini e la povera gente. Ora anche loro sono d’accordo con me. Nella trappola scattata a Pinerolo doveva esserci anche Mario Moretti, ma all’ultimo momento fu avvisato da una telefonata. Non so chi l’abbia avvisato, ma di quell’incontro sapevano soltanto poche persone. Strano che sia sfuggito, vero?».

 

(Da Spazio70).

 

 

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