DIARIO DI BORDO DI UN GRIFONE

grifone e corvo

Il primo ad avere il Gps è stato Helmar. Helmar in ricordo di Helmar Schenk, l’uomo dei grifoni, che ci studiò e poi insegnò agli uomini il rispetto per la nostra specie. Ci siamo ridotti a un centinaio e viviamo qui, in Sardegna, tra Bosa e Alghero, dove abbiamo i nostri nidi, i nostri compagni, la nostra vita e la nostra morte. L’uomo crede di uccidere solo i cinghiali, le volpi o i cani inselvatichiti quando dissemina le sue esche avvelenate per la campagna. Sapete com’è: questi animali mangiano il veleno e noi mangiamo le loro carcasse.

Era il 17 dicembre 2016 quando liberarono Helmar. Il Centro di recupero della fauna selvatica di Bonassai lo aveva curato delle sue ferite e rimesso a nuovo, se mi permettete l’espressione. Avevano invitato una scolaresca dei dintorni per l’occasione. Forse erano gli stessi ragazzi che hanno assistito l’altro ieri alla mia liberazione e a quella di Tempestosa. A me quei vispi ragazzini hanno dato invece il nome di Jana, un po’ come le streghe di un tempo.

Ho quindi un nome e un Gps e, a dire il vero, la cosa non mi dispiace, anzi, perché so di essere protetta, seguita e amata. In un certo senso mi sto umanizzando. Sapevate che noi grifoni, insieme alle altre specie di avvoltoi, abbiamo fatto la raccolta differenziata prima di voi? La cosa vi fa sorridere? L’avvoltoio Monaco bucava la carcassa e si rimpinzava di tendini, il Grifone si occupava delle parti molli e al Gipeto, quando ancora non si era estinto a causa di quelle maledette esche, toccavano le ossa. Ci chiamavano “gli spazzini delle campagne” ma, senza offesa per nessuno, più che a uno spazzino a me sembra di rassomigliare a un aviatore. Sì, per via del Gps.

Avete presente quei siti Internet dove potete tracciare navi e aerei seguendone passo per passo gli spostamenti? Per me è lo stesso. Quando lascio il nido in cerca di cibo, io non prendo il volo: decollo. Quando mi libro nel cielo, con le ali un po’ a V, seguo una rotta (quella di oggi mi condurrà a Thiesi, dopodomani a Fertilia) e, quando torno al nido con il gozzo pieno di carne da rigurgitare per i miei pulcini, atterro.

Queste manovre, lo devo ammettere, sono ancora un po’ goffe. Mica sono nato aviatore, ma con il tempo, vedrete, le saprò eseguire alla perfezione. E lascerò pure la scia di condensazione. Ci potete contare. Scommetto che volete sapere dove mi trovo in questo preciso momento. Ve lo dico a un patto: che vi accontentiate di questo e non cerchiate di fotografare le uova del mio nido. In questo caso non sarete più i miei amici, ma solo un pericolo per me e la mia specie. Detto questo, cliccate qui.
Col becco, mi raccomando.

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