CHERRYVALE, CITTADINA DEGLI ORRORI E DI LOUISE BROOKS

CHERRYVALE, CITTADINA DEGLI ORRORI E DI LOUISE BROOKS

Ci sono luoghi all’apparenza rassicuranti, pacifici. Piccole realtà provinciali circondate dal verde, a poche miglia dai parchi naturali e da laghi limpidi e trasparenti. Cittadine tranquille, immerse nella natura, in cui i campi di granturco si stendono a perdita d’occhio con l’intensa doratura estiva delle sue lunghe foglie.

Zone talvolta flagellate dagli uragani, come nel Mago di Oz, ma in cui tutto sommato non si vivrebbe poi tanto male. Questo potrebbe essere il caso di Cherryvale, oggi municipio statunitense dello Stato del Kansas, ma fino al 1850 territorio controllato dalla tribù dei nativi Osage.

CHERRYVALE, CITTADINA DEGLI ORRORI E DI LOUISE BROOKSCHERRYVALE, CITTADINA DEGLI ORRORI E DI LOUISE BROOKS

Nel 1867 Cherryvale entrò a far parte della contea di Montgomery, che deve il suo nome al Generale Richard Montgomery, eroe della guerra d’Indipendenza americana. Tra gli anni settanta e ottanta dell’ottocento il paese conobbe una lenta, progressiva espansione grazie all’insediamento di nuovi coloni. Con le sue fattorie operose e il territorio in espansione, Cherryvale si presentava come una piccola realtà di frontiera simile a tante altre.

Una cittadina del Midwest del tutto somigliante a quelle ricostruite in molte pellicole dell’epopea western. Eppure, nonostante l’apparente banalità della sua origine e della sua storia, questa cittadina contesa in passato da nativi e coloni è legata ad alcuni personaggi leggendari che potremmo definire mitici. Al punto che Cherryvale sembrerebbe condividere con la Derry oscura e perturbante di Stephen King un alone di orrore e mistero.

 

La famiglia Bender arriva a Cherryvale

Intorno al 1872 una famiglia di origine tedesca si stabilì nella cittadina del Kansas. John Bender e il figlio John junior acquistarono dalla tribù degli Osage (che in cambio del guadagno aveva ottenuto dal governo di vivere in una riserva) una buona porzione di terra. Qui diedero vita a una fattoria isolata, piuttosto distante da altre proprietà sorte nei dintorni.

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All’interno della masseria, Kate Bender e la figlia Katie gestivano una locanda in cui si fermavano per riposare i viaggiatori che percorrevano la Osage Road, diretti nel Missouri. Katie era una ragazza splendida, educata e dai modi gentili, ma la sua grazia nascondeva una zona d’ombra. Un cupo anelito di ambizione e crudeltà. Nelle fattorie del paese molti sapevano che quella ragazza dall’aria angelica praticava lo spiritismo. Diversi tra coloro che pernottavano nella locanda, chiedevano i suoi servigi occulti, probabilmente affascinati dalla sua aria da fata con delle doti da strega.

Tra il 1872 e il 1873, la zona che comprendeva la fattoria dei Bender divenne teatro di alcune misteriose scomparse. Inizialmente si pensò che ciò fosse dovuto alla pericolosità della Osage Road, oggetto di numerosi assalti da parte di banditi a cavallo senza scrupoli e, raramente, azioni di rappresaglia indiane. Non sempre il lavoro scrupoloso dei vigilanti era sufficiente a proteggere i coloni e i viaggiatori. Tuttavia, un episodio cruento accaduto in quel periodo portò a una raccapricciante scoperta.

 

La casa degli orrori

George Newton Longcor nell’inverno del 1872 era diretto in Iowa insieme alla figlia Mary Ann, una bambina di appena otto anni. Proveniva da Indipendence, una cittadina del Kansas: non era insolito che una famiglia cercasse fortuna altrove, visto che il Kansas era uno stato piatto, ventoso e scosso dagli uragani. Una zona di frontiera che offriva poche risorse.

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Purtroppo i Longcor non arrivarono mai a destinazione. Il loro sogno americano si infranse e furono entrambi inghiottiti dall’oscurità della morte. Non avendo più loro notizie, il vecchio vicino di casa, il dottor William Henry York, decise di andarli a cercare. Dopo aver raggiunto Fort Scott, il nove marzo, si rimise in cammino alla volta di Indipendence. Ma al pari dei suoi vicini scomparsi, venne inghiottito nel nulla. Il fratello del dottore, colonnello di Fort Scott, Alexander York, decise di andare a cercare William. Aveva cinquanta uomini con sé e cominciò a interrogare tutti i coloni e i viaggiatori della zona intorno a Cherryvale, tentando di far emergere qualche indizio.

Giunto alla locanda dei Bender il 28 marzo del 1873, il colonnello interrogò i membri della famiglia. I gestori apparvero piuttosto evasivi e lacunosi, al punto che Alexander accolse con titubanza l’ipotesi secondo cui suo fratello potesse essere stato attaccato dagli indiani lungo la Osage Road. Rimanendo guardingo e sospettoso, il colonnello venne a sapere poco tempo dopo di una donna fuggita dalla locanda e scampata alla morte per un pelo. Pare fosse stata minacciata con un coltello da Kate, una donna poco socievole e incline alla coltivazione ossessiva del suo frutteto posto sul retro della locanda.

A quel punto, il 3 aprile 1873, William giunse dai Bender con l’intenzione di arrivare alla verità, ma venne cacciato via bruscamente e con fare minaccioso. Qualche giorno più tardi, un allevatore di mucche passò di fronte alla locanda e la trovò sinistramente abbandonata. Il colonnello York tornò con i rinforzi, deciso finalmente a far luce sulla questione. Ispezionando i locali con cura, fu sopraffatto dall’odore di sangue e decomposizione.

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L’afrore proveniva dal terreno su cui sorgeva l’edificio. Senza altre esitazioni, l’uomo fece scavare nella terra, giungendo così a una macabra scoperta. Dapprima emerse il cadavere martoriato del fratello, poi furono portati alla luce altri corpi e parti mutilate.
Il modus operandi degli assassini apparve evidente. Gli omicidi erano avvenuti a seguito dello sfondamento del cranio o per la recisione della carotide. Soltanto quella che fu riconosciuta come la figlia di George Longcor giaceva inerme senza ferite apparenti, probabilmente era stata 
sepolta viva.

Il colonnello York, inorridito e deciso a fare giustizia, pose sul capo dei Bender una taglia consistente, ma pare che nessuno dei membri della famiglia sia mai stato rintracciato e condannato.

 

L’orribile verità

Nuove indagini portarono a stabilire come diverse persone scomparse in quegli ultimi due anni a Cherryvale fossero state massacrate dai Bender. Molti di loro erano cercatori d’oro, pronti ad affrontare viaggi avventurosi, incognite, assalti e rapine. Non stupisce, dunque, che alcuni approfittassero della situazione e i Bender non furono certo da meno.

Il Kansas era uno stato centrale, percorribile agevolmente. Gli avventurieri spesso si imbrogliavano a vicenda, pur di giungere nei luoghi di estrazione per primi e con un certo vantaggio. Che Cherryvale fosse un luogo strategico, in cui mascherare i propri crimini con relativa tranquillità, era apparsa ai Bender una prospettiva piuttosto allettante.

Quando gli affari avevano cominciato a girare per il verso giusto, i coloni di origine tedesca avevano ingrandito la locanda, costruito stalle e due enormi fienili. Nonostante l’attività fruttasse, tuttavia, avevano deciso di incrementare gli affari in un modo poco ortodosso, approfittando di quelli che si arricchivano trovando l’oro o portandosi dietro i risparmi di una vita, come avevano fatto i Longcor.

 

Rituali di morte

In un simile contesto, non destare sospetti e rimanere impuniti non era così difficile. Ma per avidità i criminali finiscono spesso per tirare troppo la corda, e così fu per i Bender. Con il proseguire delle indagini si scoprirono i rituali di morte con cui i serial killer di Cherryvale agivano solitamente.

Consapevole del fascino della figlia, John invitava gli avventori più discreti a pranzare in una zona appartata della locanda. I pasti venivano serviti dalla ragazza che spesso si offriva di dare qualche informazione o anticipazione delle sue sedute spiritiche. L’incauto avventore si accomodava su una sedia, dietro alla quale una tenda di tela separava l’area in due zone.

Quella celata alla vista era una classica stanza stile disimpegno ottocentesco, con una vecchia sedia di paglia e un pesante orologio rotto su un mobile tarlato. L’ala predisposta alla consumazione del pasto era occupata da un tavolo apparecchiato e si presentava disadorna. Quando il cliente, affascinato dai modi di Katie, si apprestava a mangiare, John, o il figlio, sbucava da dietro la tenda e colpiva più volte con un grosso martello la testa del poveraccio.

Per essere certa della morte dell’avventore, spesso la ragazza estraeva dal grembiale un coltello e, con gesto deciso, da dietro le spalle della vittima ne recideva la carotide. A omicidio avvenuto il padre o il fratello trascinavano il cadavere in una botola presente nell’ala. Verso sera, facevano a pezzi il cadavere e lo seppellivano nel frutteto di mamma Kate.

 

Da Cherryvale alla fiction

La vicenda dei Bender, che con l’andare del tempo si è colorita di sfumature leggendarie, ha ispirato il cinema e alcune serie televisive. Per esempio il quindicesimo l’episodio della prima stagione di Supernatural. Qui la misteriosa famiglia Bender uccide gli uomini, conservandone i resti come trofei. A seguito del sequestro di Sam, da parte dei serial killer di origine tedesca, il fratello Dean si mette sulle sue tracce. Anche la sesta serie di American Horror Story (stagioni 1-6, stagione 7) si sarebbe vagamente ispirata alla vicenda, soprattutto per quel che riguarda il tema della casa colonica infestata.

Non dimentichiamo che Neil Gaiman nel romanzo American Gods cita i Bender come officianti dediti al culto del dio slavo Tchernobog. Altri riferimenti sono presenti nella striscia a fumetti Treasure of victorian murder di Rick Geary e nella serie televisiva The Librarians (stagioni 1-4). In Red Dead Redemption II gli Aberdeen sarebbero chiaramente ispirati ai Bender.

Cherryvale fu anche la cittadina che diede i natali a una leggenda del cinema muto e la cui vicenda presenta tinte affini a quelle del noir. Nel 1906, seconda di quattro figli, nacque Louise Brooks, destinata a diventare una diva con il caschetto nero, eredità delle flapper girl: ragazze anticonformiste dell’età del jazz che amavano tagliarsi i capelli, vestire e vivere in modo anticonvenzionale.

Louise Brooks si trasferì a sedici anni a New York accompagnata dalla madre di un’amica per diventare ballerina a Broadway. Notata da un produttore della Paramount durante uno spettacolo, qualche tempo dopo intraprese la carriera del cinema apprestandosi a diventare una vera e propria icona.

Tuttavia Louise non ebbe un destino facile. Dopo il successo di alcune pellicole, quali Capitan Barbablù di Howard Hawks (Stati Uniti, 1928), e i successi tedeschi de Il Vaso di Pandora di Georg Wilhelm Pabst (1929), e de Il Diario di una donna perduta (1929), sempre di Pabst, la sua carriera ebbe un brusco ridimensionamento.


Forse tutto ciò successe anche perché era insofferente ai giochi di potere di Hollywood e poco propensa ad accettare parti non convincenti. L’attrice
scivolò nel dimenticatoio vivendo come commessa e ballerina di night club. Anche la sua vita sentimentale fu un disastro. Sposò il regista Edward Sutherland nel 1926, per poi divorziare meno di due anni dopo. Ebbe una storia burrascosa con l’imprenditore colto e irrequieto George Marshall, con cui aveva già intrattenuto una relazione extraconiugale.

Louise era originaria proprio di Cherryvale, ed è qui che nacquero anche le sue inquietudini: quando aveva nove anni, più o meno la stessa età di Mary Ann Longcor, fu violentata da un vicino di casa. Quando da adulta trovò il coraggio di raccontarlo alla madre, questa reagì con indifferenza accusando la figlia di aver provocato l’uomo.

Lontano da Cherryvale, la diva non riuscì a liberarsi da un passato che ne aveva segnato l’esistenza.
La grande attrice venne in un certo senso riscoperta alcuni decenni più tardi dal disegnatore
Guido Crepax che s’ispirò alla figura seducente dell’attrice per rappresentare il personaggio ambiguo e sensuale di Valentina.

 

 

 

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