BELLA & BRONCO, DUE GAGLIOFFI NEL WEST

BELLA & BRONCO, DUE GAGLIOFFI NEL WEST

Era il luglio 1984. Nelle edicole italiane, non ancora intasate da piatti e bicchieri, faceva capolino un nuovo fumetto Bonelli. La copertina de “I Lestofanti” aveva un indubbio fascino e al lettore più navigato non era sfuggito lo stile pulito e potente di Gino D’Antonio. Tuttavia c’era qualcosa che non tornava: le pagine erano solo 64 e il formato dell’albo strano. “Bella & Bronco” non ebbe una vita editoriale né lunga né fortunata, ma rimane uno di quei fumetti che avrebbero meritato una maggiore considerazione e un miglior riscontro.

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Questa breve rievocazione, fatta più con il cuore che con la memoria, vorrebbe riaccendere su questa testata una fiammella di curiosità da ravvivare con la lettura completa della serie. Reduce dalla spettacolare cavalcata attraverso le generazioni della sua “Storia del West”, Gino D’Antonio (1927-2006), autore completo e narratore eccelso, decise di ambientare anche questa sua nuova creazione negli Stati Uniti, dandole una precisa collocazione temporale. La storia di Bella e Bronco comincia nel 1862, durante la Guerra di secessione, e le vicende dei protagonisti si affiancano per un lungo tratto a quelle del conflitto.

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Uno dei due protagonisti della testata è Bronco, ovvero “Cavallo Selvaggio”, un indiano cherokee. Dietro le sue fattezze da nativo, nasconde una mente di un uomo più “civilizzato” dei suoi contemporanei. Grazie agli insegnamenti del missionario salesiano che lo ha allevato, il grintoso padre Pierre, il ragazzo ha studiato molto e si è costruito un paravento fatto di raffinata eleganza (rappresentata da un lussuoso cappello al quale è legato in maniera maniacale) e di colte citazioni letterarie, ma la sua natura “primitiva” lo spinge ad azioni impulsive. In qualche modo, comunque, riesce a tenere a freno questa schizofrenia. Bronco ha la stoffa dell’eroe, del difensore degli umili e dei deboli, ma conosce il valore del denaro e non lo disdegna dandogli il giusto peso. Il suo percorso nel mondo è guidato da un personale codice etico, in base al quale esiste un tempo per le parole e un tempo per la pistola.

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La signorina Madigan, cognome dalle chiare ascendenze irlandesi, Bella lo è di nome e di fatto. Sa che il proprio corpo è una delle migliori armi che ha e lo adopera con sagacia, girando con scollature vertiginose o mostrandosi in desabillé senza problemi. Pensare a Bella solo come a una “vamp”, però, risulterebbe fuorviante: la ragazza è cinica quanto basta, furba, intraprendente e, soprattutto, fa lavorare il cervello a pieno regime. In un West radicalmente maschilista in cui l’unica “femmina” ad avere raggiunto la notorietà è la virago, brutta come la fame, Calamity Jane (Martha Jane Canary-Burke 1852-1903), per le donne sembrano esistere solo due possibilità: angelo del focolare o diavolo dei bordelli. Bella cerca di sottrarsi ad entrambi i destini e, fino a un certo punto, la vita non le va male. Possiede un rinomato saloon con una clientela “scelta e raffinata”, con il quale sbarca il lunario. Purtroppo non ha tenuto conto della scarsa precisione balistica dell’imbelle capitano dell’esercito sudista Brummel, che glielo tira giù a colpi di cannone. C’è poco da fare, con il suo nuovo “amico” Bronco lascia il paese per mettersi alla ricerca di un fantomatico tesoro in lingotti d’oro, la cui esistenza le è stata rivelata da una vecchia fiamma: il defunto (o presunto tale) Prince.

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Comincia così la rapida cavalcata del duo attraverso gli Stati Uniti, le cui tappe vengono commentate, numero per numero, da una evocativa illustrazione di Gino d’Antonio in seconda di copertina. Un viaggio tra sparatorie, inseguimenti e fughe, indiani urlanti e perfidi cinesi. Persino con una visita forzata alle patrie galere. Sulle loro tracce a mettergli il sale sulla coda c’è Hasselmann, il ruvido ma umanissimo segugio dell’agenzia investigativa Pinkerton. Inoltre, incroceranno una variegata e ben caratterizzata galleria di personaggi, sia buoni sia cattivi, che daranno spessore e sapore alle avventure.

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Dopo soli 16 numeri tutti scritti da di D’Antonio disegnati, alternativamente, da Polese, Chiarolla, Freghieri, i fratelli Cassaro e dallo stesso Gino, la corsa si interrompe per sempre: la dura legge dell’edicola ha condannato a morte Bella e Bronco. Qualcosa non ha funzionato a dovere. Il pubblico non era pronto a un binomio così originale e ne è rimasto spiazzato o forse i lettori (in netta prevalenza maschi) hanno mal digerito la presenza di una eroina, o forse ancora è stato proprio quel formato troppo grande (cm 16,6×23,8), rispetto allo standard Bonelli (15,9×20,9), a penalizzare le vendite.

003d17eaBella e Bronco escono dalla scena in punta di piedi, senza schiamazzi e senza proteste, lasciandosi dietro un alone di sottile nostalgia.

3 commenti

  1. Acquistai i primi tre numeri del nuovo lavoro di D’Antonio, con ancora nella mente e nel cuore la saga della Storia del West. Purtroppo i nuovi personaggi non potevano reggere il confronto….era inevitabile l’insuccesso….

  2. Ottima commemorazione di questa sfortunata ma, originale saga, dell’immenso e mai dimenticato Gino D’Antonio. Nonostante venni a conoscenza di Bella & Bronco, solo dopo la chiusura della collana, alla loro prima lettura ne rimasi entusiasta, cosicché mi misi alla ricerca di tutti e 16 i volumi di cui ne è composta. Certo, la Storia del West era un’altra cosa e rimane ineguagliabile però, guardando e leggendo con altri occhi, questo (all’epoca) nuovo fumetto, si fa apprezzare per la dinamicità delle storie, c’è pure molta ironia e un tocco, all’ora quasi inedito, di sensualità genuina, e poi, tanta ma tanta avventura! Un vero peccato che chiuse i battenti così prematuramente!

  3. Viene spontanea la frase: averla ora una serie simile! Purtroppo sono pienamente condivisibili alcune riflessioni su espresse: i lettori che seguivano la SdW, privati dello spessore storico/narrativo della saga, ebbero una forma di rigetto istintivo (confesso percepita anche dal sottoscritto) verso questa nuova visione scanzonata del West proposta da D’Antonio/Bonelli. La reazione/rigetto ha impedito di comprendere immediatamente la raffinata qualità che esprimeva la serie e godere della loquacità dei perfetti dialoghi, sporadici nella SdW. Concordo che altri lettori generalisti non si accostarono alla testata per i motivi ben rilevati sopra. Ripercorrendo a mente quei primi anni ’80 mi rendo conto però che la dipartita della serie passò pressoché indolore poiché il lettore aveva in quegli anni a portata di edicola (ma senza rendersene conto) la spropositata fortuna di scegliere, in alternativa al poderoso Tex, serie come appunto la Storia del West e successivamente Bella e Bronco, ma anche Ken Parker, Helena, il meglio Dyd, Dago, Martin Mystere e tantissimi altri. Non menzionando le riviste popolari, ecclesiastiche e patinate che proponevano straordinari autori di livello internazionale. Un’autentica miniera narrativa e grafica. Concludendo e rispondendo io stesso alla frase di apertura mi viene da pensare che forse quelle testate farebbero oggi la medesima fine, (vista la decerebrazione sociale in atto) o addirittura non gli verrebbe data neppure la possibilità di vedere la luce, causa l’incapacità espressa da editori e redattori che con la complicità delle grandi manifestazioni fumettistiche internazionali promuovono e premiano testate ed autori di mediocre qualità. Il dramma è che le nuove generazioni di autori prendono a riferimento questi input, non potendo ispirarsi a modelli a loro sconosciuti o trattati con sufficienza dall’intellighenzia cultural/fumettistica.

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