ASTERIX E LA CADREGA DI UDERZO

ASTERIX E LA CADREGA DI UDERZO

È uscito il nuovo album di Asterix, nel quale l’antico guerriero gallo creato da Goscinny e Uderzo va alla scoperta del nostro Paese.
La prima scoperta è che non ci sono solo romani.

In un famoso sketch, ripreso nel film “Tre uomini e una gamba”, i “nordici” Giacomo e Giovanni certificano la “meridionalità” del terzo componente del gruppo comico Aldo dicendogli di prendere una “cadrega”.

Il grande disegnatore di fumetti Albert Uderzo, creatore con l’amico sceneggiatore René Goscinny del personaggio di Asterix, di certo passerebbe questo “inganno della cadrega”. Nato nel 1927 in Francia da padre veneto e madre spezzina, ha sempre parlato un italiano misto a dialetto veneto. “Se devo tradurre il francese per un italiano mi viene da dire cadrega invece di sedia”, ha infatti dichiarato in una intervista del 1990 a Federico Fiecconi.

Lo stesso René Goscinny, di un anno più vecchio e prematuramente morto nel 1977 (giusto quarant’anni fa) era un francese “spurio”: ebreo di origini polacche, era cresciuto in Argentina (come un altro francese illustre, il calciatore David Trezeguet) per poi formarsi negli Stati Uniti.
Nella stessa intervista, smentendo la diceria che dipinge i due irriducibili galli che resistono all’invasore Romano come simboli dello sciovinismo francese, Uderzo ha detto: “Goscinny era di origini polacche, io ero italiano, ti sembra che fossimo tipi da metterci a fare politica nazionalista?”.

Albert Uderzo (a sinistra) e René Goscinny (a destra)

Uderzo è quindi sempre stato consapevole che l’Italia non è Roma e ora lo scoprono anche i Galli in “Asterix e la corsa d’Italia” (edito in Italia da Panini Comics), trentasettesimo album del personaggio creato nel 1959 e terzo realizzato da Jean-Yves Ferri per i testi e Didier Conrad per i disegni, scelti dallo stesso Uderzo (che dopo la morte di Goscinny aveva mandato avanti il fumetto da solo, testi e disegni, per circa trent’anni) per proseguire la serie.
Finora Asterix e Obelix erano stati soltanto a Roma, nell’albo “Asterix e gli allori di Cesare” (da leggere assolutamente se non lo avete ancora fatto), mentre qui viaggiano per tutta la penisola, impegnati in una corsa di bighe tra romani, italici vari e barbari, da Modicia (Monza) a Neapolis (Napoli), per il prestigio gallico.


Obelix scopre che non ci sono poi così tanti romani in Italia. “L’Italia è composta da vari popoli”, gli dice Asterix. “Veneti, etruschi, umbri, osci, messapi, apuli… e Cesare ha i suoi bei guai a controllarli tutti”. All’epoca erano effettivamente popoli distinti, con ancora lingue e culture diverse (e gli etruschi non erano nemmeno indoeuropei).
Probabilmente parte del successo editoriale di Asterix nel nostro Paese deriva dalla brillante scelta del primo traduttore della serie, l’umorista Marcello Marchesi, di far parlare gli antichi romani in romanesco.
“Un amico italiano mi ha confermato che si diverte anche perché non si sente preso in giro in quanto italiano, visto che i miei romani sono i romani di oggi, con il dialetto attuale”, ha detto Uderzo sempre nella stessa intervista. “In effetti ho un amico romano che non mi parla mai di Asterix. Mi parla di macchine, che è una passione comune, di tante altre cose, ma mai di Asterix”, aggiunge pensoso.


Nel loro viaggio simile a un rally automobilistico (mentre l’album del 1965 “Asterix e il giro di Gallia” era ispirato al ciclistico Tour de France) i nostri eroi incontrano, tra gli altri, un oste emiliano che assomiglia a Pavarotti. Poi rimangono perplessi di fronte a una città che si sta costruendo sull’acqua (Venezia, ma all’epoca sarebbe stata più logica Ravenna) e ispirano il futuro palio di Siena.
Il pur goloso Obelix è poco convinto di fronte a una strana focaccia simile alla pizza (ma senza il pomodoro che sarebbe stato importato dall’America 1500 anni dopo) e diventa testimonial pubblicitario per Cresus Lupus, un potente imprenditore che ricorda Silvio Berlusconi.


Nell’albo manca la regione che oggi si chiama Lombardia, abitata da insubri e cenomani, popoli galli come quello di Asterix.
Compare invece un rappresentante dei liguri, popolazione stanziata grossomodo nell’omonima regione, che esclama “per Belinos!”. Da “belin”, tipico intercalare diffusissimo in Liguria e Basso Piemonte (anche in Argentina, grazie all’immigrazione, si dice “me importa tres belinos!”). Il termine popolare, che indica il membro maschile in maniera ironica e sorniona, sembra derivi dal dio gallico Belenos, invocato spesso, assieme a Toutatis, da Asterix e Obelix nelle loro avventure.


Proprio “Asterix e la corsa d’Italia” ci spinge a pensare che gioverebbe alla serie l’apporto di autori italiani. Ferri e Conrad fanno il compitino, le loro storie sono quasi leggibili, se paragonate alle ultime (davvero orrende) di Uderzo, ma la differenza con quelle dei tempi d’oro scritte da uno sceneggiatore brillante come Goscinny (artefice, fra l’altro, anche del successo di Lucky Luke creato da Morris) è sempre abissale.

Ci piacerebbe, per esempio, vedere un Asterix di Alfredo Castelli e Giorgio Cavazzano (fra l’altro il disegnatore veneziano, come aveva subito osservato un giovane Tiziano Sclavi, è stato fortemente influenzato da Uderzo) o di Tito Faraci e Silvia Ziche. Anche usando solo la mano sinistra migliorerebbero, e non di poco, la serie.

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