1986, ANNO MIRABILE DEL FUMETTO

1986, ANNO MIRABILE DEL FUMETTO

Per il mondo del fumetto il 1986 rappresenta un’annata unica, forse irripetibile.
Qualcuno individua quell’anno come un vero e proprio spartiacque: la fine della “Bronze Age” e l’inizio dell’era moderna del fumetto. Il fumetto diventa adulto, le tematiche si fanno più complesse e i toni più cupi. Alcuni dei personaggi più noti, come Batman e Superman, vengono ripensati. Una vera e propria rivoluzione. Un punto di non ritorno. O, come ebbe a dire Frank Miller, un omicidio: “Io e Moore uccidemmo i supereroi. Alan fece l’autopsia, io il funerale in pompa magna”.

 

LA STRUTTURA TERNARIA DI WATCHMEN

Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons è un fumetto fortemente strutturato, costruito con un’attenzione maniacale per il minimo dettaglio. Moore ha concepito il suo capolavoro basandosi sulla simbologia ternaria. Tre (3×1) sono le storie. C’è quella principale che in sintesi non è che un’indagine successiva a un omicidio.


La seconda tratta di un giornalaio che gestisce un’edicola in un incrocio di New York, dove pontifica sull’imminente guerra e l’inevitabile olocausto nucleare.

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La terza narra di un ragazzo che legge un cruento fumetto sui pirati.
La prima è una storia di supereroi, la seconda è una storia senza eroi, la terza funge un po’ da coro greco e un po’ da metanarrazione alle altre due.

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Sei (3×2) sono i personaggi principali, costruiti come archetipi dei diversi aspetti della personalità umana. L’antisociale Il Comico, l’introverso Gufo Notturno, il narcisista Ozymandias, il paranoico Rorschach, lo schizoide Dottor Manhattan, l’isterica Spettro di Seta.

Nella storia sembrano agire come sei diverse schegge impazzite di un’unica personalità multipla. Nove (3×3) sono i riquadri in cui è suddivisa ogni pagina. Gibbons spiega di avere utilizzato questa monotona gabbia  per equilibrare la complessità della storia e facilitarne la lettura.

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Questo schema ripetitivo finisce per dare alla storia un senso di inevitabilità, che conduce inesorabilmente verso un finale di beffarda casualità. Dodici (3×4) sono i capitoli della storia. La simmetria è il tema strutturale che li lega. In 6 capitoli ci si preoccupa di mandare avanti la storia, in altri 6 si approfondisce lo studio dei personaggi. I 6 capitoli dedicati alla trama sono il primo (dove il comico viene assassinato, 3 (il Dottor Manhattan accusato di causare tumori), 5 (Rorschach arrestato), 8 (Gufo Notturno e Spettro di Seta liberano Rorschach dalla prigione), 10 (Gufo Notturno e Rorschach partono per l’Antartide alla caccia di Ozymandias) e 12 (la distruzione di New York). 

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I 6 capitoli dedicati allo studio del carattere dei protagonisti sono il 2 (il Comico), 4 (Dottor Manhattan), 6 (Rorschach), 7 (Gufo Notturno), 9 (Spettro di Seta) e 11 (Ozymandias).

LA GOTHAM DISTOPICA DI DARK KNIGHT

Nel Ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller, il vero protagonista non è il signore di mezza età acciaccato e psicotico che risponde al nome di Bruce Wayne. Il vero protagonista e il punto di forza dell’intera storia è la città di Gotham. Derivato forse dall’antico inglese got, “capra”, e ham, “casa”, il nome “Gotham può essere quindi inteso come “la casa delle capre”. Secondo il folklore inglese, il villaggio di Gotham nel Nottinghamshire sarebbe un luogo abitato da pazzi. (Esistono anche altre etimologie, comunque Gotham era soprattutto un nomignolo di New York – NdR).

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Miller crea una città distopica estremizzando alcune caratteristiche presenti negli agglomerati urbani. Ne viene fuori una metropoli di putridi canali fognari e fatiscenti cantieri in demolizione, di solitari lampioni che illuminano vicoli oscuri pieni di immondizia, e periferie tossiche e fumanti. Una città che assomiglia a un incubo. Ondate di dirompente nichilismo si riversano per le strade.


La popolazione sembra lasciata a se stessa e ai suoi istinti primordiali, tutti vogliono gridare, spaccare e distruggere. Gotham City è tetra, oscura, dominata dal vizio e da inquietanti traffici illeciti. Ogni angolo è un’insidia, il teatro ideale per occultare crimini e dare libero sfogo alle peggiori follie omicide. Il ricettacolo di tutta la feccia umana, l’insieme dei peggiori quartieri di tutte le metropoli esistenti. (Anche se dagli anni novanta, con la politica di “tolleranza zero” nei confronti della criminalità inaugurata da Rudy Giuliani, le cose a New York e altrove sono un po’ cambiate – NdR).

 

La città diventa l’espressione esterna di un malessere interiore, l’incarnazione di un mondo che ha perso senso e direzione. Miller tornerà su queste tematiche che amplificherà e metterà a fuoco con spietata lucidità nel suo capolavoro: Sin City.

LA SIMBOLOGIA RELIGIOSA DI BORN AGAIN

Ogni capitolo della saga di Devil intitolata Born Again, scritta da Frank Miller e disegnata da David Mazzucchelli, è intriso di simbolismo e temi cristiani. Ogni personaggio attraversa un ciclo di tribolazione, morte, rinascita e redenzione in storie che si intersecano tra di loro.
Il viaggio che Matt Murdock compie in queste pagine si svolge in un continuo parallelo con la passione, la morte e la resurrezione di Gesù Cristo cosi come raccontate dai Vangeli.


La passione di Gesù inizia col tradimento di Giuda, allo stesso modo Born Again comincia con il tradimento di Karen Page, storica fidanzata di Matt Murdock diventata tossica che rivela la sua vera identità.


Gesù viene arrestato nell’orto dei Getsemani e portato davanti al supremo sacerdote Caifa che lo condanna alla crocifissione.
Matt si trova faccia a faccia con Kingpin, ha la peggio e viene buttato dentro un taxi che affonda nell’East River.

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Gesù cade tre volte lungo la via verso il Golgota.
Anche Matt cade tre volte nel suo viaggio attraverso New york, investito da un taxi mentre attraversa la strada barcollando, accoltellato da un delinquente mentre cerca di sventare una rapina e dentro la palestra di Hell’s Kitchen, dove si allenava da piccolo.

Due bellissime splash page poste nei due momenti fondamentali della storia si rifanno in maniera evidente alla iconografia cristiana.

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Quella nel finale dell’episodio “Paria” omaggia la pietà di Michelangelo per simboleggiare la morte (interiore) dell’eroe, quella all’inizio di “Rinascita” riprende la classica posa della deposizione del cristo per simboleggiare la cessazione del dolore.

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Infine, non poteva mancare da parte di Miller un tocco di blasfemia nel modo in cui fa risorgere Matt Murdock: prendendo a pugni un sacco da palestra fino a distruggerlo.

TUTTI I COLORI DI ELEKTRA

All’inizio degli anni ottanta c’erano un sacco di bravi disegnatori alla Marvel ma nessuno si distingueva particolarmente, chi più chi meno erano influenzati da Neal Adams. Anche Bill Sienkiewicz lo era, quando nel 1980 fece il suo esordio su Moon Knight.

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Di li a poco il disegnatore della Pennsylvania iniziò però a sperimentare, soprattutto sulle copertine e sulle splash page, alla ricerca di uno stile originale. Fu nel 1984 su New Mutants che Bill trovò la quadra mescolando elementi realistici con forme astratte.

http://comicsalliance.com/files/2016/05/bill_demonbear.png?w=630&h=946&q=75
Nel 1986, Sienkiewicz era quasi arrivato al punto in cui non riusciva più a disegnare un fumetto di supereroi in modo tradizionale. Si era spinto così oltre che il pubblico dei lettori sembrava non capirlo più. A quel punto arrivò Elektra: Assassin, su testi di Frank Miller. Qui Bill lavorò su un personaggio in una storia che prevedeva molti combattimenti.


Fin dal primo degli otto numeri che compongono la serie, dimostrò di essere troppo bravo a fare cose “strane” per limitarsi a fare cose normali. Sienkiewicz ricorda: “A quei tempi i fumetti erano ancora visti come una cosa da bambini, nessuno pensava potessero essere arte”.
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“Io pensavo che inserire alcune tecniche figurative classiche nelle tavole mi avrebbe aiutato a esprimere in modo più efficace le emozioni dei personaggi. Quando ho iniziato a usare la pittura a olio, i collage, il ciclostile e altre tecniche, penso di aver contribuito a spostare la percezione che la gente aveva dei fumetti verso qualcosa di artisticamente più serio,  un mezzo espressivo sullo stesso piano dei romanzi e del cinema”.

QUALE DOMANI PER L’UOMO DEL DOMANI?

All’inizio, Julius Schwartz, editor di Superman, voleva che fosse Jerry Siegel, il creatore del personaggio, a scrivere quella storia per chiudere un cerchio che si era aperto quarantotto anni prima. Ma Siegel non poteva scriverla per problemi legali.
Schwartz parlò di questo problema ad Alan Moore durante una convention. A quel punto, Alan si alzò dalla sedia e disse: “Se lasci che qualcuno che non sia il sottoscritto scriva quella storia, ti ucciderò”. E così, Alan Moore scrisse la storia e Curt Swan, il disegnatore principe di Superman, la disegnò.


Ne uscì non solo una delle migliori storie di Superman, ma uno dei migliori fumetti di sempre.
È come un pugno nello stomaco. La fine di un’epoca. La storia di Superman definitiva. Sulla copertina di Action Comics n. 583, dietro a uno sconsolato superman che se ne vola verso il cielo troviamo una serie di persone sullo sfondo che lo salutano. I tre davanti alle altre sono Jenette Kahn (editrice incaricata della Dc), Curt Swan (disegnatore storico del personaggio) e Julius Schwartz, direttore delle serie di Superman dal 1971 al 1986. Questa non fu solo l’ultima storia di Superman, fu anche l’ultima storia diretta da Schwartz per lasciare posto al restyling di John Byrne.


La storia procede come un’ecatombe. A un certo punto il conto dei morti si fa pesante: Bizarro, Pete Ross, Lex Luthor, Lana Lang, Jimmy Olsen e Krypto. Alla fine Superman stesso, come supereroe, muore e un certo Jordan Elliot, che assomiglia in modo impressionante a un Clark Kent più anziano, può affermare: “Superman? Era sopravvalutato e troppo preso da se stesso. Pensava che il mondo non potesse andare avanti senza di lui”.

I MOSTRI DENTRO SCLAVI

L’uscita di Dylan Dog nel 1986, scritto da Tiziano Sclavi, rappresentò un vero e proprio momento di rottura e di rinnovamento nel panorama del fumetto italiano.
Le storie di mostri non erano una novità nel fumetto, nel recente passato avevano determinato la fortuna di riviste della casa editrice americana Warren come Creepy (Zio Tibia). Uno dei colpi di genio di Tiziano Sclavi fu ribaltare la prospettiva rivelando ciò che si sapeva da sempre: i veri mostri non sono fuori, ma dentro di noi.

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“In pratica tutto quello che ho scritto fino al 1987 l’ho scritto da ubriaco”, riconosce Sclavi. “Il problema di tutti gli alcolisti è che all’inizio hanno un periodo buono in cui l’alcol sembra aiutarti apparentemente senza effetti collaterali. Per me è durato tantissimo, qualcosa come quindici, vent’anni, solo che, prima o poi comunque il periodo buono finisce. E arriva il disastro”. Lo scrittore di Broni scrive tutti i numeri di Dylan Dog fino al numero 19 “Memorie dall’invisibile”.


Una serie di storie rivoluzionarie scritte in uno stato semiallucinato, dove l’autore più che sull’assoluta coerenza è concentrato sulle emozioni. Queste storie costituiscono lo zoccolo duro sul quale sono stati costruiti il successo editoriale e la leggenda di Dylan Dog. In seguito la vena di Sclavi andrà ad affievolirsi scrivendo sempre meno storie di Dylan Dog.


Le rare comparsate che si succederanno negli anni successivi non valgono nemmeno la pena di essere prese in considerazione. Tiziano Sclavi i mostri li aveva dentro, eccome.
Scrivere Dylan Dog è stata per lui una specie di terapia che lo ha aiutato a tirarli fuori e, forse, sconfiggerli.

 

1 commento

  1. Bellissimo articolo In particolare Watchmen, il Batman di Miller e Born Again sono le mie storie di supereroi preferiti. Se mi posso permettere, ma sicuramente lo hai notato e non lo hai scritto per altri motivi, Su Born Again ogni singolo capitolo inizia con unna ripresa dall’alto.

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