WALTER ROSSI, LA POESIA DELLA NATURA E DEGLI OGGETTI

Walter Rossi

Conobbi Walter Rossi molto tempo fa, durante una Mostra del Disco in cui esponevo alcuni miei vinili rari. Rideva, rideva tanto, e con la sua voce un po’ afona diceva di essere un mio assiduo radioascoltatore. Io ero distratto dai vari visitatori che si fermavano al mio stand per lo stesso motivo. Ero impegnato a conversare con una stangona stivaluta, ma lui non si perse d’animo, restò in zona e in un momento di calma ripartì all’attacco. E allora seppi che era un avvocato ma anche un poeta. Mi porse un suo libro di poesie con una bella dedica per me. E rideva rubicondo ripetendo alcuni miei tormentoni radiofonici. Non sapevo che come persona sarebbe diventato uno dei miei più cari amici, e come avvocato mi avrebbe fatto stravincere una causa altrimenti persa.

Walter, amico e confidente di Mario Luzi fino agli ultimi suoi giorni, scrive come nessuno, e io non scherzo quando lo definisco “il più grande poeta italiano vivente”. Ma da qualche tempo a questa parte la sua poesia, oltre che nei sette libri finora usciti, un dramma teatrale rappresentato con successo, vari racconti e altri scritti, ha preso forma in opere concrete che lui chiama quadri, ma che in realtà sono molto di più. Un quadro, lo dice la parola stessa, limita all’interno di una cornice quadrata o rettangolare la sua estensione, mentre le creazioni di Walter Rossi non hanno confini.


Sono fermo da un paio d’ore, in aperta campagna, tra Calci e Montemagno. Seduto accanto a una siepe di ingannacapre aspetto mio padre. Allungo la mano e colgo fiori caramelle, per la sua tosse secca e stizzita. Spero che guarisca presto. Spero che venga. Ho fatto questo quadro per lui, devo in tutti i modi farglielo vedere. Lui non sa di avere un figlio pittore.

L’opera non ha titolo, ma questo pensiero poetico in forma di prosa, come spesso accade di esprimersi a Walter Rossi, mi fa felice per avergli regalato quel vecchio orologio a pendolo del 1922 non più funzionante, adesso molto più funzionante di quando girava le ore. Gli ho fornito molti oggetti trovati nei recessi di casa mia o nelle antiche case abbandonate della Montagna Pistoiese dove sono spesso andato a razzolare uscendone pieno di attrezzi contadini e d’uso comune di ben poco valore per i quali inconsciamente forse presagivo una sorte migliore.

Chi taglia e chi è tagliato.


Chi spezza e chi è spezzato.

Chi si unisce e chi divide.

E grossi chiodi medievali che non sempre trafiggono.


Ho voglia di scrivere / mille volte al giorno / di vivere / e fare strani quadri / con chiodi che ballano / e foglie di salvia. / Voglio pensare che tutto sia eterno / e cantare / sempre / per te / amore.

 

I “quadri” di Walter di solito non hanno il titolo, ma quella è una schiavitù, un limite da cui lui vuole liberare le proprie creature. Perché dare un nome alle cose? Già è limitante per le persone. Che ognuno chiami ciò che vuole come vuole. All’arte non servono documenti.

Ecco la voglia di uscire dal recinto, di scappare dai confini, di andare a farsi una bella pisciata nel bosco. Ma il bosco invece è una stanza, e il coso appena uscito dalla patta del quadro resta lì, immobile, legnoso, triste, incapace di espletare la propria funzione di fronte a occhi indiscreti.


“Tu cosa fai nella vita,
/ di cosa ti occupi?” / “Sono un pluviale / o meglio ho fatto il pluviale per molti anni / sono stato prima quadro / poi dirigente / in una società di raccolta e conferimento d’acqua. / Raccoglievamo l’acqua del cielo / sugli embrici / per convogliarla nelle grondaie / poi / attraverso i discendenti / negli scannafossi / e infine / di nuovo alla terra. / Adesso sono venuto in pensione con lo scivolo / mi hanno sostituito con un tubo di rame.” / “Eri felice?” / “Sì. / “Adesso cosa fai?” / “Adesso sono un quadro“.

Imbianchi i muri e ti si sporcano le scarpe. Che fai? O le pulisci o le butti via.

Walter, imbiancando il tinello di casa, si rovescia sulle vecchie scarpe il secchio della pittura, segno dell’imprevisto e della fragilità umana, e lui che fa, le ripulisce? Le butta? No, sceglie la via di mezzo: né pulirle né buttarle. Eternizzarle. Più che una via di mezzo, una via maestra.

Scarpe per i piedi, guanti per le mani. Se devi frugare in un alveare servono. Un riparo sicuro. Ma proteggere le mani non basta: quante ferite dovrai subire in tutto il resto del corpo?

E nell’anima? Quante morti?


Lei è una presenza / è una donna vestita di nero / seduta sopra una seggiola di paglia / sospesa da terra / lei è una sorella / una compagna di strada / un punto certo di azzurro / lei aspetta di fare il suo mestiere / lei è comandata dalla vita.

Il pane è vita, ma anche potente simbolo dell’Ultima Cena, quella che precede la morte. Il pane ricorre nelle opere di Walter Rossi, e quasi sempre è trafitto, o attaccato a un muro rosa, o legato, cucito alla sua impossibilità di non essere mangiato. Ma a volte anche spalmato di rose. Avete mai addentato una bella fetta di pane e rose? Provateci, offre Walter.

Gli ingredienti dell’arte di Rossi sono sempre gli stessi, cioè qualsiasi cosa. Limite non c’è. Ricorre spesso la natura, morta ma non falsa, e oltre ai chiodi con cui trafigge i suoi poveri cristi ricorrono i fili con cui lega e cuce i suoi soggetti, come a volerli trattenere. E ci sono fiori in quantità, soprattutto rose del suo giardino.
C’è molto di femminile nella sensibilità dell’artista, anche se niente nella materialità dell’uomo.
Si avverte nella sua arte l’influenza di Bonaria Manca e Maria Lai, sacerdotesse del suo grande amore per la Sardegna, splendida amante ideale del suo essere maschio senza rinunciare a essere sensibile.


L‘arte è così / un gioco corale. / Il coro dei presenti e il coro degli assenti. / Chi guarda un’opera / piccola o grande che sia / ha la stessa responsabilità creativa di chi la esegue. / L’arte è un rapporto / tra gli esseri umani e l’infinito. / L’arte sembra niente / ma è necessaria / come l’aria.

Rari sono i dipinti puri di Walter Rossi. Di solito si limita a dare un molto meditato colore di fondo alle basi su cui incatena i propri incubi, ma a volte la sua mano è tentata dal pennello creativo.


Ho sognato tutta la notte, / no no, non ho sognato, / ma disegnato / l’orlo della tua bocca.

Come già visto nella prima immagine e vediamo sia qui sopra che nell’essenziale e solare Natività che segue, saltuariamente Rossi mischia colori, forme e cose, riuscendo con poco a esprimere non tutto, ma di più: il tutto.

Walter è uno che vede oltre, e che se mette uno spioncino a un muro profondo due metri riesce a scorgere cosa c’è dall’altra parte. Ogni vero artista sa farlo. Peccato che ce ne siano così pochi. O fortuna.

Incrociando tre rose e un coltello si possono cogliere tutte le contraddizioni della vita, le difficoltà del vivere nella società e in famiglia, l’incombenza della morte, anche a volte violenta. Molti descriverebbero questi concetti usando mille parole. All’artista basta solo un gesto.

Nascita e morte, la casa sicura ma fragile tiene comunque il pericolo fuori. Il nido e il coltello…

La coppia si affianca, ma spesso non riesce a unirsi, come due pennelli da barba o due dadi di marmo incollati l’uno accanto all’altro, la distanza tra i quali non diminuisce mai. Indubbiamente pessimistica la visione di Walter, ma l’artista ottimista che artista è? Al massimo un comico (da non disprezzare, comunque, anzi, da ringraziare in eterno). Ma la profondità dell’umana condizione non fa mai spanciare dalle risate. Per questo pochi vi discendono fino in fondo, e per ciò esistono gli artisti.


Ricordo le mani sottili di mia madre / che appendevano la giubba di mio padre /qui / proprio qui / dove adesso io appendo i miei sogni / nel mare azzurro delle visioni. / Limone di Sorrento / trapassato remoto / indicativo / non accenderle / non accenderle / non accenderle. / Primavera / velo di fiumi di viola / nuvola bianca / presso il mio cuore / resta / resta / resta.

Non manca in Walter Rossi una forte componente di sensualità, a volte anche ironica, più spesso elegiaca, o espressa nei confronti di un amore perduto ma ancora coniugato al condizionale, non è dato sapere quanto reale o immaginato (Se io e te un giorno ci si piacesse…). Riesce, nella poesia come nelle sue opere concrete, ad annullare il tempo, a stabilire un esserci oggi in un futuro già vissuto. E non sai se quello che esprime sia, fu o sarà. Forse non lo sa nemmeno lui. Ma non deve essere lieve.

I poeti, gli artisti in genere, non possono, non devono essere felici, ma riversare nell’arte tutte le proprie assenze rimpiazzandole con le loro opere.


Forse l’assenza non è un vuoto / e non è nemmeno un luogo / o una parte di tempo, / di solitudine, di attesa, / ma una domanda: / Mi ami?”.

E così il sesso è più sognato che espresso, più desiderato che consumato, più evocato che goduto. Ma l’arte fa in modo che l’orgasmo da essa provocato, libero dalla materia, si dilati, diventi eterno, soddisfi il desiderio di tutti quegli amanti che ogni volta si chiedono il perché della sua terribile brevità.


Quando si fa allamore?.

E può bastare una noce…


Vorrei baciare
il tuo pericarpo
l’ovario
l’achenio
il tuo mallo carnoso
le tue due valve
il tuo gheriglio
la deiscenza
la tua meravigliosa deiscenza
che si apre spontaneamente
davanti ai miei occhi
l’oleosa essenza
il guscio della mia anima
la drupa
dei miei sogni mattutini
.

 


Evidente è l’allusione sessuale del cardine puntato verso il proprio alloggiamento. Un non celato coito sta per perpetrarsi sul giallo giaciglio dipinto, ma qualcosa lo impedisce: l’eterna immobilità degli oggetti, l’impossibilità di essere felici degli umani. Ma in una visione più ottimistica l’opera può invece far pensare al sublime momento che precede l’unione di due corpi, quel momento in cui sai che qualcosa di meraviglioso sta per accadere, sicuramente accadrà, e che tutto il buono deve ancora venire. L’impagabile certezza fa sì che questo sia il momento più bello di tutta la nostra vita: quell’attimo prima. Pochi secondi in totale di un’intera esistenza. L’artista disperatamente lo blocca per illudersi di essere felice in eterno. Ma è solo un piccolo cardine arrugginito che non entrerà mai, mai più in quella vagina metallica, arrugginitasi anch’essa nell’interminabile attesa, mentre il cuore, impietrito, si lega per sempre ai ricordi.


Chi sei tu / cosa sei stato? / Io sono la corteccia di un ramo di betulla bianca / e ho vissuto per molti anni a San Felice a Ema. / E tu chi sei? / Io sono tutto / sono stato tutto / quando i suoi occhi mi hanno guardato / quando i suoi occhi mi hanno amato. / Sono stato diospero della Piana di Badia a Settimo / radicchio rosso scoltellato di Greve in Chianti / mela campanina di Luco del Mugello / marrone di Marradi / noce lara di Fucecchio / porro di Lastra a Signa / cipolla di Certaldo / girasole della Val Tiberina / papavero di Montelupo / rosa canina della Ginestra / raspo di canaiolo di Montespertoli / un granello di senape mischiato con miele di corbezzolo, / tutta la dolcezza del mondo / sono stato, / quando i suoi occhi mi hanno scelto / mi hanno preferito / mi hanno amato.

Scopriamo un Walter Rossi amante dell’amore, ma anche dei cibi genuini, ottimo cuoco, buongustaio, e non solo per il suo aspetto, diciamo così, adeguato, ma proprio per il gusto con cui elenca a volte gli ingredienti della sua gola raffinata (per niente vegana, dico subito), mischiandoli con la passione per una Laura-Beatrice-Rossana forse avuta, forse sognata, sicuramente perduta, ultimo desiderio espresso sull’orlo di una morte d’amore fagico.

“Quando verrà l’ora
mangiatemi adagio,
con lentezza,
sarò parte lesa
in quel diluvio di carezze
della lingua,
del cuore
e del palato.
Invitate i vostri parenti,
portate via tutto
a piccoli morsi,
ma lasciatemi le pupille
fino all’ultimo istante
perché io possa sognare
di rivedere i suoi occhi chiari
che si allontanano
senza voltarsi”
.

 

Una forma torna puntualmente nelle figure rossiane: una culla forse, la rassicurante visione di un sonno dolce di incessante bambino, una mamma eterna che sia anche l’amore sublime della donna dagli occhi celesti sempre evocata. O forse la curva di una bocca cercata inutilmente ogni notte nel buio, alla deriva su una fragile scialuppa di salvataggio perduta per sempre nell’oceano della coscienza. In tale forma indagherei la chiave della poesia visiva di questo artista. Contemporaneo? Io direi universale, nato col Big Bang. La sua apparente semplicità è complessa tanto quanto la sua apparente complessità si rivela semplice. Cosa, chi di meno collocabile in un periodo, una categoria, una corrente artistica?


Qualunque forma d’arte / piccola o grande che sia / parte / da un’ossessione / da una sproporzione / da un desiderio immenso / che naviga in mare aperto / che brama una presenza.

Entrare nello studio di Walter Rossi è ritrovarsi in mezzo a un universo di legno, pane, fili, chiodi, fiori, sassi, oggetti d’antico uso… Ed è qui che lui riceve i clienti. Lo ricordo molto più spoglio e somigliante allo studio di un avvocato, poi d’improvviso l’ho visto diventare un vero e proprio museo del mondo. E lo preferisco così. Qualunque suo assistito che vi entri può respirare un’aria più sana di quella dei problemi che lo affliggono. In questo senso prende un aspetto diverso anche la figura di un uomo di legge a cui ti affidi, che diventa quella di un medico dell’anima. Intendiamoci, Walter non si atteggia ad artista o santone, tutt’altro: timido e modesto, parla delle proprie creazioni come di piccole cose, di se stesso come di un folle, portando a testimone Dino Campana, in cui si immedesima al punto di voler aggiungere spesso il suo al proprio nome, così come quelli di Orfeo e Vincent. L’ho visto saltare di gioia, felice come un bambino, il giorno in cui trovò in una piccola libreria antiquaria un libro di Sibilla Aleramo con autografo. La sua immedesimazione in Dino Campana lo porta ad amarla, anche lui, e a ripercorrere gli itinerari della furibonda storia d’amore dei due poeti, per andare poi a vivere idealmente lunghi giorni nel manicomio di Castelpulci, dove l’autore dei “Canti Orfici” passò la parte finale della propria vita, concludendola banalmente per una setticemia indotta da una ferita di filo di ferro allo scroto occorsa nel vano tentativo di una fuga. Riuscita, poi, con la morte.

L’uomo/amore/pino marittimo nasce dentro a quel bacile che una volta era chiamato “lavapiedi”, culla di radici, metafora di una vita – o di una relazione – che troppo presto trova il suo termine, tagliata via senza pietà, ma trattenuta in un estremo tentativo dall’artista con una lamina inchiodata di cielo – o di occhi.
Solo l’arte può mantenere vivo ciò che materialmente muore.

Un inginocchiatoio rappresenta il momento di raccoglimento più vicino alla speranza. Dopo averglielo procurato recuperandolo ex donatio ecclesiae dalla meravigliosa basilica di S. Lorenzo in Firenze, con perfidia avevo suggerito a Walter di piazzarci dei bei chiodi ritti con la punta all’insù laddove si posano le ginocchia, ma si sa, io sono un provocatore, lui è un poeta, e giustamente ha seguito il proprio sentire.

Così un lungo chiodo lo ha messo, ma disteso, e con accanto una rosa: la sua dolcezza contro la mia cattiveria. Messo alla prova, il poeta, se è poeta vero, non si fa contaminare.


Ogni uomo deve poter desiderare l’infinito, il suo compimento, la pienezza della sua esistenza, nel tempio mistico dell’universo.

Nato in Abruzzo, Walter Rossi ha trovato la sua patria in Firenze, città che ama svisceratamente, più ancora di Parigi dove adora soggiornare: il suo parlare è fiorentino puro. Ha alle spalle varie esperienze che non mi consente di scrivere, dico solo che ha molto vissuto e molto amato. Classe 1964, è arrivato a un’età rispettabile senza aver mai bussato alle porte di nessuno, né essersi mai mischiato a redditizi salotti ricolmi di mediocri poetastri di dubbio successo. Ma quando Mario Luzi morì aveva sul comodino un solo libro, ed era “Quaranta sedie” di Walter Rossi.


Me ne andrò all’improvviso, un giorno o l’altro, ricolmo del senso del mistero e del miracolo, dell’importanza del miracolo per il mio destino.

Walter Rossi meriterebbe il Nobel, ma si chiude in se stesso, resta vero a scapito della facile gloria, e il suo nome non circola come dovrebbe. Chi lo conosce però sa quanto vale. Non sto promuovendolo per un qualche vantaggio personale, per me il vantaggio è solo conoscerlo e sentirgli dire: “Amico!”.
E avere per amico un vero poeta, un artista vero, è un compenso altissimo che se ne infischia degli euro.


(Foto di Walter Rossi)

 

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