VAN LEEUWENHOEK E VERMEER, IL MICROSCOPIO E LA CAMERA OTTICA

VAN LEEUWENHOEK E VERMEER, IL MICROSCOPIO E LA CAMERA OTTICA

Breve storia di un personaggio vissuto quasi quattrocento anni fa, in Olanda, con un cognome impossibile che si scrive Leeuwenhoek e si pronuncia più o meno “Liiwinhuk”. Negli ultimi anni della sua vita fu una celebrità nella città di Delft, soprattutto per le continue visite di “personaggi celebri” che riceveva nel suo laboratorio.

Tutti quelli che riuscivano a ottenere un invito si affollavano a guardare, attraverso le sue perfette e piccole lenti, le strane creature che nuotavano in gocce di saliva o in acqua di stagno, l’intima tessitura di una foglia o il mistero celato in un piccolo seme. Fu l’inventore del microscopio e questa è la sua storia, intrecciata con quella di molte altre vite più famose della sua, ma non necessariamente più lodevoli.

Antonie van Leeuwenhoek nasce a Delft il 24 ottobre 1632. Pochi giorni dopo vide la luce nella stessa città, che all’epoca contava 24mila abitanti, colui che sarebbe diventato un famoso pittore: Johannes Vermeer.

Poco si conosce dell’infanzia di Leeuwenhoek, sappiamo che frequentò una scuola a Leyden prima di andare a vivere per qualche anno a Benthuizen presso un suo zio avvocato e impiegato comunale.

Nel 1648, all’età di 16 anni, entrò come apprendista in un negozio di tessuti di Amsterdam.

Antoine van Leeuwenhoek, ritratto da Jan Verkolje, eseguito a Delft nel 1670, olio su tela

I mercanti di stoffe dell’epoca facevano estensivo uso di lenti d’ingrandimento per esaminare gli orditi e le trame, determinandone la composizione e gli eventuali difetti di tessitura. È sicuramente in questo modo che il giovane Antonie fece l’esperienza delle lenti ottenute con un faticoso lavoro di molatura e lucidatura, che però non dava mai risultati esenti da aberrazioni e da problemi di trasparenza.

Una certa agiatezza, raggiunta quando aprì un proprio negozio di tessuti a Delft, gli permise di iniziare gli esperimenti sulla fabbricazione di lenti. Il suo primo successo lo raggiunse con la fattura di piccole sfere di vetro, ottenute facendo fondere il centro di una bacchetta di vetro soda-calcico su di una fiamma. Tirando le estremità della bacchetta si ottiene un filo sottile che poi, riavvicinato alla fiamma, rifonde in una perla di vetro. Le sfere ottenute potevano variare di diametro e dare differenti gradi di ingrandimenti. Si trattava però sempre di piccole sfere nell’ordine di millimetri, ma durante la loro formazione non erano influenzate dalla forza di gravità, permettendo così di ottenere globi pressoché perfetti che permettevano ingrandimenti senza aberrazioni.

Anche Jan Vermeer si interessava di ottica e di strumenti scientifici. Due dei suoi dipinti, intitolati “Il Geografo” e “L’astronomo”, mostrano dettagliatamente tutti i congegni allo stato dell’arte di quel tempo, resi con una precisione e un dettaglio che solo un estimatore esperto e un conoscitore poteva conoscere.

Johannes Vermeer: L’Astronomo (1668)

Antoine e Johannes abitavano nello stesso quartiere, erano coetanei e tra le persone più in vista di Delft; è più che probabile che si conoscessero e si frequentassero, senza contare che il padre di Vermeer era nel commercio delle stoffe.

L’unica testimonianza sicura dell’interazione tra i due è un documento che nomina Leeuwenhoek esecutore testamentario di Vermeer, anche se ciò non prova l’amicizia tra i due, e senza dubbio non prova l’amicizia con la moglie del pittore, perché le azioni legali intraprese da Antoine non tutelarono per nulla la vedova del pittore, che si vide requisire la casa paterna e alcuni terreni per far fronte ai creditori.

La contiguità spaziale e temporale dei due personaggi ha portato a formulare l’ipotesi che le accurate descrizioni pittoriche di interni ed esterni di Vermeer furono agevolate dall’uso di una piccola “camera ottica” che Leeuwenhoek stesso gli costruì. Un ulteriore supporto a questa possibilità è la totale mancanza degli usuali metodi preparatori nei dipinti di Vermeer, cioè schizzi o disegni a matita o carboncino che si notano pressoché in ogni dipinto antico quando viene esaminato con indagini spettroscopiche.

Questa è la tesi “Hockney-Falco” (dal nome del pittore inglese David Hockney e del fisico americano Charles Falco, che l’hanno resa celebre), dove si afferma che l’utilizzo di questo strumento ottico giustificherebbe ampiamente la mancanza di disegni preparatori in dipinti di straordinaria precisione fotografica e prospettica di molti artisti fiamminghi, come Van Eyck e Vermeer e in epoca barocca da Caravaggio, Canaletto e Velázquez.

Canaletto: Il Bucintoro ritorna al molo dopo la festa dell’Ascensione. Dipinto del 1733 con l’aiuto della camera ottica

Leeuwenhoek costruì centinaia di piccoli microscopi con differenti ingrandimenti, ma non volle mai rivelare il segreto delle sue piccole sfere, raccontando a tutti di passare buona parte del tempo a molare le lenti convenzionali. Ciò contrasta con il fatto che il signor Leeuwenhoek fosse a tutti gli effetti un ricercatore scientifico, che corrispondeva spesso ed estesamente con la Royal Society di Londra. Forse a causa della sua formazione mercantile non poteva sottrarsi al timore di vedersi carpito il segreto e commercializzato alle sue spalle. Questo dimostra l’arretratezza culturale sua e dei suoi tempi, che rallentarono la diffusione di molte scoperte scientifiche.

Development of plant embryos, disegno di Antoine van Leeuwenhoek spedito alla Royal Society di Londra

Famoso è il caso della scarsa collaborazione fornita da Galileo Galilei a Keplero, che insistentemente gli chiese di fornirgli gli schemi del suo telescopio per essere in grado di ricostruirlo e osservare i moti stellari, osservazioni che l’avrebbero aiutato nel formulare il suo modello cosmico.

Sta di fatto che nessun microscopio di Leeuwenhoek è mai giunto alla Royal Society, benché esista la documentazione che ne fu fatta richiesta.
Le esibizioni che Leeuwenhoek fece del suo microscopio furono sempre rigorosamente private: tra queste è famosa quella allestita per lo zar Pietro il Grande, che ne rimase profondamente impressionato. Dobbiamo ricordare che il giovane Pietro, nel lungo viaggio in Europa all’inizio del suo regno, visitò le manifatture e soprattutto i cantieri navali delle principali città e porti europei, spinto da un’aspirazione conoscitiva piuttosto rara all’epoca e che gli procurò molti successi militari, ma anche molte critiche dal clero, dalla nobiltà e dal popolo russo. Si rumoreggiava addirittura che lo Zar fosse morto all’estero e che al suo posto fosse tornato un sosia, tanto furono dirompenti le modifiche che egli fece nel protocollo, come la proibizione di porgli omaggio stendendosi a terra e poco mancò che questo minasse la sua regalità e la sua identità. Il popolo, invece di apprezzare quelle piccole liberalità, gli rimproverava di non ammantarsi di quel sussiego imperiale che si aspettavano da uno zar.

Lo zar Pietro il Grande

Anche l’appoggio di molti funzionari gli venne alienato dopo la serie di innovazioni che introdusse nella produzione di beni di prima necessità (famosa è la prima fabbrica russa di candele) e nel lavoro dei cantieri navali, tanto che spesso dovette servirsi di collaboratori stranieri.

Tornando a Leeuwenhoek, egli riuscì a vedere per la prima volta quelli che chiamò stupefatto gli “Animalcules”, ossia organismi monocellulari come i batteri che trovò nella sua saliva o gli spermatozoi del proprio sperma. Ma andiamo con ordine.

Nel 1674 scoprì una classe di organismi eucarioti unicellulari che chiamò infusoria.
Nel 1676 scoprì i batteri, tra cui i Selenomonad, osservando la sua saliva. E riuscì a distinguere le membrane cellulari.
Nel 1677 vide gli spermatozoi e ne rimase esterrefatto.
Nel 1682 osservò il pattern delle fibre muscolari.

Sezionò anche semi di caffè da poco arrivati in Occidente e cercò di determinare se il costoso colorante di cocciniglia, che proveniva dall’Estremo Oriente, fosse prodotto da una bacca o da un insetto.

Quest’ultima ricerca ci conferma che lo studioso non perdeva di vista il suo principale lavoro nel campo delle materie tintorie delle stoffe.

La regione delle Fiandre era da due secoli tra i principali produttori ed esportatori di tessuti, ma la loro potenza navale e i loro scambi con i paesi musulmani, verso i quali la cristianità aveva posto l’embargo, comportarono frequenti attriti con il papato.

La repubblica di Genova importava dall’Anatolia l’allume di rocca, un minerale che era il miglior mordente dell’epoca, molto indicato per permettere l’assorbimento e la ritenzione del colore nei tessuti di lana e lino, i filati più diffusi e commercializzati dell’epoca. La maggior parte dell’allume turco, trasportato in occidente dalle navi genovesi, finiva nelle Fiandre e nel territorio della signoria medicea di Firenze, dove c’era l’altro importante centro di produzione tessile.

Nel 1462 si scoprono sui Monti della Tolfa, nei territori del Papato, giacimenti di allume e l’anno successivo papa Pio II emana il divieto di acquistare l’allume turco, previa scomunica, costituendo un regime di monopolio che durerà a lungo.
Si comprende così meglio che tutto ciò che ruotava intorno ai tessuti era di grande interesse economico e quando Leeuwenhoek studiava la cocciniglia, cercando di capirne la composizione, sperava di ricavarne profitti finanziari.

La Royal Society di Londra conserva le lettere e i disegni di Leeuwenhoek: essi vennero estesamente studiati dagli scienziati inglesi, che gli riconobbero l’invenzione del microscopio e la scoperta dei microrganismi, che nessuno aveva mai visto prima o si aspettava di scoprire.

Veduta di un gruppo di case a Delft, dipinta da Vermeer nel 1658, con l’aiuto della camera ottica

 

 

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