E SE L’ULTIMO LUCIO BATTISTI NON FOSSE POI TANTO MALE?

Lucio Battisti

Su Lucio Battisti prima maniera, quello del lungo e fortunato sodalizio artistico con Mogol, pubblico e critica sono concordi: si tratta senza dubbio del più grande artista musicale italiano e il suo lavoro rimarrà per sempre nella storia.

Lucio Battisti senza Mogol

Sul Battisti del periodo post-Mogol le opinioni sono contrastanti, si va da chi (una esigua minoranza) considera quelle composizioni l’espressione più alta di un genio unico nella scena musicale italiana a chi (la larga maggioranza) le ritiene una accozzaglia di parole incomprensibili accompagnate da melodie inascoltabili.

Ai tempi in cui queste opere uscivano alcuni dicevano che erano talmente avanti che sarebbero state capite solo tra vent’anni. Oggi che vent’anni sono abbondantemente passati, qualcosa è cambiato nella loro interpretazione?

 

E già (1982)

Il primo disco del dopo Mogol esce a due anni di distanza da “Una giornata uggiosa”, che segnava forse anche nel titolo una certa stanchezza nel rapporto tra i due artisti. Di questo, come di tutti i dischi successivi, la critica ha voluto sottolineare gli elementi di discontinuità rispetto alla produzione precedente, dimenticando i numerosi elementi di continuità che pure ci sono. Il piacere della melodia è sempre presente, anche se rispetto al passato troviamo degli spunti più sofisticati, meno immediati, pensati per durare nel tempo. E la parola, che già con Mogol stava perdendo il suo aspetto significante, qui (con la presenza ai testi della moglie Velezia) comincia a trasformarsi in puro suono.
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“Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale / mostra a te stesso che non sei un vegetale / e per provare che si può cambiare / sposta il confine di ciò che è normale”, rappresenta quasi un manifesto per una nuova poetica, una dichiarazione di intenti.

Battisti respira a pieni polmoni l’euforia di un nuovo inizio, stavolta senza compagni di viaggio con cui condividere onori e oneri. Finalmente libero dall’ingombrante presenza di un collaboratore-antagonista dal quale “io mi ero lasciato entusiasmare / da quel tipo intellettuale appariscente / che in fondo in fondo non valeva niente / una cosa che non so capire davvero”, sempre se la nostra interpretazione è esatta.

Quando il disco uscì la stampa parlò di insuccesso dichiarato, ma il disco vendette più o meno lo stesso numero di copie di “Una giornata uggiosa”, piazzandosi quattordicesimo nella classifica di fine anno pur essendo uscito a settembre.
Il brano che vi proponiamo, “Mistero”, appare sulla stessa linea di un certo tipo di elettropop che in quegli anni era il biglietto da visita di gruppi all’avanguardia come i Depeche Mode. Rimane un pezzo affascinante, nel quale convivono armoniosamente echi del vecchio Battisti (un certo gusto melodico, l’utilizzo del falsetto, la morbidezza del fraseggio che rimane svincolato dalla struttura ritmica del brano) accanto a lampi di accecante novità (la struttura obliqua della canzone, i complessi rivolti melodici del cantato e la claustrofobica matrice elettronica che tutto pervade).

Don Giovanni (1986)

Un certo numero di fan considera positivamente questo disco, il primo parto della coppia Pasquale Panella – Lucio Battisti. I due erano stati presentati dal comune amico Adriano Pappalardo. Battisti pensò di avere finalmente trovato un autore in grado di trasformare la parola in suono secondo la propria prospettiva. Lo stile di Panella vaga attraverso gli astratti meandri dell’uso della parola, spesso incomprensibile, soprattutto a un primo contatto, sebbene carica di una forza comunicativa che va oltre il normale intendere. Una scarica di verbi, nomi, aggettivi incontrollata e incontrollabile, ma in qualche modo d’effetto e suggestiva.
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Tutto ciò calzava con gli eccentrici progetti che passavano per la testa di Battisti. L’incontro tra queste due stravaganti personalità fu fatale sulla strada di una nuova storia musicale. Gran parte del fascino di Don Giovanni risiede nelle liriche, che suonano fantasiose, debordanti, prive di inibizioni, colte e al contempo giocose. Battisti le definirà “incredibili”, dicendo di apprezzarne l’imprevedibilità, il carattere sfumato e a tratti cervellotico, capace di prestarsi a innumerevoli letture.
La musica è grandiosa sia dal punto di vista melodico sia armonico, ricordando certe esperienze coeve di gruppi come gli inglesi New Order.

Lucio Battisti però non rinnega le proprie radici, saldamente ancorate alla melodia, e in certi punti sembra ancora suonare come il “vero Battisti”. Pur manifestando senza remore il proprio amore per la musica elettronica e le novità prodotte dalla new wave, specialmente britannica, l’artista reatino confeziona una miscela decisamente personale, che non perde di vista la scrittura melodica tipica del Belpaese. Il disco ebbe un buon successo, vendendo circa come il precedente piazzandosi al terzo posto tra i dischi più venduti del 1986.
Riascoltata oggi, “Le cose che pensano”, prima canzone dell’album, costituisce l’ideale overture di tutto il periodo “bianco”. Un pezzo particolare, che suona quasi “ovattato” e sospeso in una dimensione propria, avulsa dal resto del mondo, costruito attorno a un’armonia raffinata, arricchita da una tastiera che accompagna discretamente, quasi in contrappunto, la voce.

L’apparenza (1988)

Con “L’apparenza” Lucio Battisti decide di spostare ancora l’asticella. Inaugurando un metodo collaudato dalla coppia Elton John – Bernie Taupin, il Lucio nazionale rovescia l’ordinario procedimento compositivo: non plasma più il testo sulle movenze tortuose della melodia, ma trae ispirazione direttamente dalle parole di Panella, trasformando le sue poesie in canzoni. Le linee melodiche diventano eteree, inafferrabili, nascono e si sviluppano al di fuori degli schemi tipici della canzone e tendono a non prendere mai forma, quasi potessero roteare all’infinito. Gli svolgimenti armonici diventano intricati nel loro tentativo di rincorrere l’estrema complessità della linea melodica.
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La struttura stessa della canzone cede e si dilata nella totale mancanza di strofe e di refrain ortodossi. Nella maggior parte dei brani la forma classica della canzone viene sostituita da un numero variabile di segmenti melodici, piacevoli eppure sovversivi per le orecchie dell’ascoltatore, che viene però inizialmente soddisfatto dalla melodicità così come dal ritmo e dalla durata assolutamente canonica dei brani. In realtà i tempi sono inusuali, strani, spezzati e la ritmica meccanica nasconde continue variazioni di tempo. Gli andamenti armonici si fanno sempre più complessi e nascondono profondità vertiginose e strutture musicali che ricordano Schumann.

“E poi il discordo prende una piega architettonica nell’aria con le mani / si collega ai pianti rampicanti, all’euforia da giardino, ai pensili eccitanti, a ornamentale destino e tutto il tempo è vicino, a portata di mano, sul tavolino, sul ripiano, su quanto ti è più caro”.

Musicalmente con questo album Battisti smette di farsi influenzare dalle tendenze dell’elettronica moderna e comincia a costruire un suono assolutamente personale basato sul massiccio utilizzo di sintetizzatori. Il sound dell’artista reatino si costruisce come un grande mosaico che incorpora il suono sintetico degli ultimi anni al servizio della sua singolarissima forza creatrice. L’album vendette meno del precedente, circa 200mila copie, risultando il 17esimo album più venduto del 1988.
Riascoltato oggi il brano che dà il titolo all’album, “L’apparenza”, si presenta come un romantico tango danzato dal protagonista narrante e da una figura di donna onirica e irraggiungibile. Come in altri brani dell’album, tonalità armonicamente distanti tra loro (giri di do minore e sol maggiore) interagiscono con fluidità e semplicità.

La sposa occidentale (1990)

“La sposa occidentale” smaschera il tono con il quale Battisti e Panella si approcciano alla forma canzone. È un tono giocoso, leggero e rarefatto. I due mettono in mostra una grande serenità nell’affrontare la vita. Paradossalmente questo avviene con il sottofondo di un tappeto di freddi suoni sintetizzati, che non riescono però a smorzare il calore delle trame musicali e delle liriche avanguardistiche. “La sposa occidentale” è fondamentalmente costruito con i sintetizzatori e con la voce masterizzata in modo da non spiccare eccessivamente. Si tratta di una voce distaccata, didascalica, con una sorta di fredda ironia appena percepibile, che vira facilmente sui toni in falsetto. Eppure ci si accorge, di fronte a questi abbaglianti cristalli di canzone, che c’è voluta gioia per costruirli.
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La stessa gioia che porta a cantare a squarciagola sull’auto lanciata sull’autostrada. Pezzi da mettere su quando si corre, quelli de “La sposa occidentale”, che danno una vivida sensazione di danza, di movimento giocoso, di naturale spensieratezza. Questo tono giocoso nasce dai testi di Panella, persi in mille calembour linguistici sotto il segno dell’ironia a tutti i costi. Testi che trovano corrispondenza con una musica altrettanto giocosa e rarefatta. Musica che si concentra sulla pulsazione ritmica dei brani e attorno a quella costruisce un paesaggio sonoro di sofisticata complessità. Per l’importanza data all’elemento ritmico e per il fitto, serrato dialogo tra variazione e ripetizione che Battisti mette in scena nella sposa occidentale, sorge spontaneo il paragone col Miles Davis di “On the corner”.

Il disco risulterà il 34esimo più venduto del 1990. Nel tempo arriverà a vendere oltre 400mila copie, trascinato dalla title track, “La sposa occidentale”, che avrà numerosi passaggi radiofonici. Riascoltata oggi, la traccia risulta una scanzonata dichiarazione d’amore giocata su toni decisamente surrealisti. Il brano è costruito su un semplice giro armonico di si maggiore: a un ascolto distratto parrebbe quasi un pezzo di Battiato con la batteria ultra elettronica in bella vista e il basso fatto di semplici note ribattute. La melodia è però cosi dolce e cantabile e il pezzo così gradevole che gli ascoltatori “profani” quasi sorvolano sulle insondabili profondità del testo: “treni di notte pieni di paralumi e di damasco per dormire, se no a che serve un treno”.

Cosa succederà alla ragazza? (1992)

In “Cosa succederà alla ragazza?” il processo creativo battistiano sembra raggiungere un nuovo punto di equilibrio che ruota attorno alla netta accentuazione ritmica, in chiave funky dance senza disdegnare qualche tentazione techno. Le melodie tornano a gonfiare il petto dando quasi l’impressione che Battisti stavolta abbia trovato il bandolo della matassa, che sia giunto a una padronanza rinnovata della materia musicale. Il brano “Ecco i negozi” parte come un finto rap che snocciola strofa su strofa fino a trasformarsi impercettibilmente in un cantato sghembo, per poi concludere come ritornello alieno. O l’allusiva gaiezza di “La metro eccetera”, oppure l’incalzante palpitazione di “Cosa farà di nuovo”.
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Sotto non c’è una specie di ritorno alla “facilità”. In Battisti non c’è mai ballabilità, nel senso che viene comunemente applicato alla musica disco. Scordiamoci percussioni martellanti, bassi marcati e ritmi incalzanti alla Moroder. L’elettronica qui non è mai fine a se stessa: le parti non cantate sono rare, eccezion fatta per le brevi introduzioni strumentali, e sempre molto sobrie. Lo strumento, se così si può definire, che stupisce maggiormente è la voce dello stesso Lucio: fredda, flebile, monotona, quasi irriconoscibile per chi è abituato al calore e all’umanità che sembrava emanare quando cantava i testi di Mogol. In questo disco tutte le caratteristiche della nuova fase artistica raggiungono l’apice, la fase delle bianche copertine grondanti minimalismo.
Tutte le otto tracce sono fortemente influenzate dai generi elettronici in voga in quegli anni. Troviamo, per esempio, sonorità tipiche del rap anche nel brano “Cosa farà di nuovo”. Ne “I sacchi della posta”, invece, i giri di tastiera si richiamano molto alla cosiddetta eurodance, altro genere musicale diffuso nei primi anni novanta. Il tema comune alle tracce è la presenza, più o meno marcata, di una figura femminile: non si tratta di una ragazza in particolare, ma del concetto astratto di donna in tutte le connotazioni e sfumature. L’aspetto enfatizzato è quello della bellezza femminile e dei suoi effetti, soprattutto di come questa dote possa trasformarsi in una forma di schiavitù e oppressione.

Il desiderio che torna a prevalere, sempre più chiaro ed ossessivo, in versi come: “Che la vogliono far bollire / che la vogliono suonare  appesa al campanile / Che la vogliono un po’ scoperta per accertare / che la vogliono nell’ascensore / per implorarla da che piano a che piano / Che la vogliono ricoprire di cioccolata / che la vogliono servire in bocca / ad una bocca sterminata di forno”. L’album segnò un netto calo di vendite rispetto ai precedenti attestandosi sulle 100mila copie, piazzandosi al 57esimo posto tra i dischi più venduti del 1992.
Riascoltiamo il brano “Tutte le pompe”, con il suono duro e puro della batteria che batte costantemente, e in maniera sempre vibrante, su un testo folle e allo stesso tempo sincero: “Una lady s’incendia un po’ per sfizio, un po’ per gaudio immenso anticipato, e il suo marito in cravatta con la lingua, diventa un calamaro così che non sfiguri”.

Hegel (1994)

Con “Hegel” Lucio Battisti si spinge al limite estremo. Raccoglie tutti i mattoni con cui aveva costruito lo sfavillante edificio musicale dell’ultimo periodo, i suoni elettronici e i testi ermetici di Panella e li rimette assieme in territori sconosciuti. In alcuni momenti sembra di essere dalle parti di Stockhausen. Eppure il fascino insondabile e unico di queste esplorazioni musicali sta proprio nella loro eterna sfuggevolezza, nel loro riecheggiare costantemente qualcosa di conosciuto, di palpabile, eppure capace di non riuscire mai a farsi cogliere del tutto. Ancora oggi ascoltando “Hegel” non si può non rimanere stupiti dalle sfolgoranti sonorità delle parti strumentali.
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I suoni rimangono attuali grazie alle timbriche brillanti e sofisticate dei due eccellenti musicisti che accompagnavano Battisti: Andy Duncan e Lyndon Connah. Il fascino del dubbio e l’incapacità di comprendere fino in fondo questi ostici paesaggi musicali costituiscono i principali motivi di attrazione di “Hegel”. Forse Battisti non scelse a caso il filosofo della dialettica, che arriva alla sintesi dopo essere passato per la tesi e l’antitesi. Quello era stato anche il percorso di Battisti: prima la canzonetta con Mogol, poi l’anticanzonetta dei dischi bianchi per arrivare infine a Hegel.
Questo lavoro contiene in sé molti elementi del passato, sebbene trasfigurati dalla logica del tempo che passa e che tutto trasforma. Questa musica vive nell’intrico tra carnalità e spiritualità, statuaria ed elettrodomestica, ipermeccanizzata al limite dell’industrial eppure capace di linee melodiche spesso orecchiabilissime. È un’opera al contempo antica e nuova.

È musica leggera che si traveste da musica sperimentale scavalcando il confine tra musica popolare e musica colta. La musica di Hegel si allontana in modo drastico dalla tradizione canzonettistica e cantautoriale per affacciarsi su mondi nuovi e inesplorati. Musica armoniosa e melodica, con piccoli lampi innovativi e geniali, dove c’è sempre un rumore di fondo, un utilizzo evocativo ed esoterico del sintetizzatore e una maestria che accompagna di risonanze ambigue le note più alte raggiunte dalla voce.
Il disco vendette ancora meno del precedente, non arrivò nemmeno alle 100mila copie, testimoniando l’incredulità dei fan di fronte a questa rivoluzionaria proposta musicale.
Riascoltato oggi il brano “La bellezza riunita”, riesce ancora a scuotere gli animi riproponendo, opportunamente aggiornato, un frammento quasi inintelligibile di una melodia che sembra provenire dal passato, alla quale si accompagna un testo affascinante: “Mi apparisti vestita / E più carpita da me / Più che tu non lo fossi / Misurarti la vita / Mi pare proprio che sia / Tutto quello che posso / La bellezza riunita”.

5 commenti

  1. Credo che tutta l’opera Battisti/Panella sia un enorme dito medio alzato verso il pubblico che lo avrebbe voluto legato per sempre ai suoi primi lavori e a Mogol.L’assenza di orecchiabilità’, di testi sensati,di foto o disegni completi in copertina, di musicisti “reali”,di videoclip,addirittura del cantante stesso in carne e ossa (mai più’ fotografato dopo “E Già”) hanno in realtà’ una duplice funzione: creare mistero attorno ai dischi stessi e (ma e’ un parere personale) ridurre al minimo i costi per la realizzazione di tali lavori,cosicché’ le scarse vendite che sicuramente Battisti aveva messo in conto per il suo nuovo corso artistico non l’avrebbero messo troppo in difficoltà’. Comunque anche dopo 20 anni restano brutti.

  2. Anche a me le canzoni “dopo Mogol” non piacciono. Non mi azzardo a dire che sono brutte o inascoltabili o scadenti: in campo musicale (come in tutte le “arti”) non credo si possa dare un giudizio così netto. A ma non piacciono. Punto.
    Grazie.

  3. Ma alla fine i testi hanno senso? Io sono pigro e non mi sono mai impegnato troppo per capirli.

  4. Svolte epocale, ha alzato l’asticella ad un’altezza siderale.
    Queste opere hanno tracciato un limite invalicabile per i più.
    Difetto: hanno reso inascoltabili e imbarazzanti le produzioni stantie del resto della canzonetta italiana.
    Ad ogni ascolto emergono nuove sfumature, l’ascoltatore non subisce più il testo, ma è parte del testo. E poi quella voce, strumento dominante tra gli strumenti.
    Fantastico e grazie a Dio, per pochi.

  5. io lo trovo sgradevole i testi ermetici sono irritanti

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