UCCISA DALL’ISIS LA SOLDATESSA SIMBOLO DEI CURDI

UCCISA DALL’ISIS LA SOLDATESSA SIMBOLO DEI CURDI

Anche le eroine, per quanto giovani e belle, possono morire. È quanto accaduto a Asia Ramazan Antar, soldatessa dell’ala militare femminile dell’Unità di protezione popolare curda, che da anni si batte contro l’autoproclamato Stato Islamico (detto anche Isis, Daesh o califfato).

Il suo coraggio e la sua bellezza (era soprannominata la Angiolina Jolie curda) non l’hanno salvata dalla ferocia dell’Isis a Minbic, nella Siria settentrionale, dove lo scorso agosto, appena ventenne, ha trovato la morte: solo ora se ne è avuta notizia.

Decisa a difendere la libertà della propria terra, due anni fa Asia aveva imbracciato il fucile per contrastare l’avanzata dei soldati di Daesh, fronteggiandoli in numerose battaglie-chiave. Come quella di Kobane nel giugno 2015, al confine con la Turchia, quando i curdi respinsero l’assalto dei guerriglieri islamisti proprio grazie all’apporto delle soldatesse che in quel frangente seppero distinguersi per determinazione ed eroismo.

Intorno alla sua uccisione aleggia un mistero: secondo alcune fonti, Asia sarebbe caduta non per mano degli islamisti di Abu Bakr al-Baghdadi, ma in seguito a un conflitto con un gruppo, non meglio identificato, tra i molti che si aggirano in quell’angolo martoriato della Siria.

Dal 2012, da quando le truppe del governo siriano di Assad si sono ritirate dal Rojava, le milizie curde sono diventate di fatto le forze armate del Kurdistan, loro regione di appartenenza. Nonostante i pericoli e il rischio quotidiano di venire uccisi, molti giovani come Asia hanno deciso di arruolarsi per proteggere i confini della regione. La loro causa è sostenuta indirettamente dagli americani. Stretti sono anche i rapporti dei curdi siriani con il Pkk, la principale organizzazione militante curda in Turchia, mentre tesi sono invece quelli con i curdi iracheni. Il popolo curdo, infatti, è diviso tra più stati.

La notizia della morte di Asia, circolata in tutto il mondo e resa nota dalla pagina Facebook “We want freedom for Kurdistan”, la colloca ora tra i martiri che hanno perso la vita contro gli uomini del Califfato.

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