TRIO OF AWESUHM, UNA BAND CON I CONTROFIOCCHI

Come redattore musicale, ogni mese ricevo centinaia di file mp3 e Cd di gruppi e solisti che cercano promozione. Nella maggior parte dei casi è spazzatura sonora, favorita a mio parere anche dai vari talent show che invitano a un’omologazione di basso livello.

Nei mesi passati, però, due artisti hanno attirato la mia attenzione e ammirazione. Il primo è Roger d’Arcy, che di mestiere è uno dei più accreditati esperti di acustica degli studi di registrazione al mondo e che immagino si sia registrato un album per divertimento. La sua versione di Ordinary Man mi piace persino di più dell’originale, di Gordon Lightfoot.

Il secondo è il Trio Of Awesuhm, una band newyorkese centrata sulla voce elegante della fascinosa Monica Uhm. Awesuhm è un evidente gioco di parole attorno a awesome (grandioso, favoloso). Di fatto non è un trio, e neppure una band vera e propria, è l‘incontro karmicamente favorevole di musicisti molto bravi in studi di registrazione accoglienti che ancora lavorano con musicalità analogica.

La Uhm e la sua band mi hanno messo subito di buon umore, e ho pensato di farvela conoscere, anche attraverso un‘intervista fuori degli schemi attuali di retorica e omologazione, pubblicata su Vents Magazine.
Forse le sue non sono canzoni di quelle mai sentite prima, ma sono di quelle i cui testi e suoni ti entrano in risonanza e che più si ascoltano più si riascoltano, segno che sono buone. Mi piace dirvi che la fisarmonicista, Daniela Winters, ha otto anni: il suo intervento delicato e preciso in Love Everybody vale tutte le puntate di Amici mai prodotte. Ugualmente pregevole anche se più nascosta la partecipazione del clarinetto basso suonato da Carsen Winters  di nove anni, in Nevertheless.

Trio Of Awesuhm

La fisarmonicista del Trio Of Awesuhm

Il Trio Of Awesuhm è un evento fenomenico inusuale. Ha la dimensione della band indie e la professionalità del gruppo prodotto da una major. Il suono potrebbe essere quello di un buon gruppo commerciale degli anni settanta, i testi potrebbero arrivare diretti da un Cat Stevens prima maniera al femminile e la tecnica audio è eccellente. Almeno una traccia è costruita su una prova e non scaturisce da una vera e propria sessione in studio (sta a voi capire quale sia), il che denota la qualità dei musicisti. Gli arrangiamenti sono ottimi, con numerose raffinate sfumature che riportano a un passato nel quale erano realizzati da compositori e musicisti, non da programmatori, come sono chiamati oggi quelli che al computer realizzano le basi delle canzoni. Va da sé che non c’è un solo suono elettronico nel disco.

La voce della cantante, finalmente, non è una triste imitazione del blues strozzato di una Aretha Franklin di periferia o una cantilena di quelle che piacciono ai cantanti italiani che ormai non sono neanche più melodici ma monotonali, è una voce pulita che racconta brevi storie importanti e meravigliosamente superflue, che è quello che dovrebbero fare le canzoni.

Monica Winters - Trio Of Awesuhm

Monica Uhm

Uno degli studi utilizzati ha illuminazione naturale, fatto rarissimo e notevole. L’integrazione della control room nella sala di registrazione è inusuale e richiede molta esperienza dell’ingegnere del suono, ma certamente favorisce una certa rilassatezza, come anche si vede nella foto.

Trio Of Awesuhm - Recording Sessions

Il Trio Of Awesuhm in studio.

Sia che siate ultracinquantenni un po’ stanchi di riascoltare all’infinito Neil Young, sia che siate giovani perplessi di fronte alle attuali barbarie musicali propinate dai social e dalla televisione, sia che semplicemente vi piaccia la musica o che vogliate far colpo su una ragazza regalandole una canzone romantica, il Trio Of Awesuhm è una buona scelta.

Intervista a Monica Uhm del Trio Of Awesuhm

RJ Frometa Ehi gente, benvenuti, come va?

Monica Uhm Da favola! E grazie per darci la possibilità di scambiare qualche parola con voi e i vostri lettori. Però devo dirvi che riferito a noi, “noi” è un termine metafisico, insomma devo mettere in chiaro alcune cose: il Trio Of Awehsum è una fake band, il che non è una cosa molto bella in sé (anche se al momento va per la maggiore). Nel booklet del nostro album sono elencati più di venti musicisti, siamo più un villaggio, un ashram, una comune e però senza un fulcro spirituale (a meno che non si voglia considerare come un segnavia celeste l‘impegno verso la musica sublime, che di certo condividiamo). Non mi va di presentarmi come artista a sé stante, così metto assieme di volta in volta una band con compagni di musica a portata di mano, o volonterosi, o che mi devono un favore. I più facili da tirare in ballo sono James Kirkpatrick (percussioni), Ken Dircks (basso), Greg Schettino (chitarra) e Sammy Wags (tastiere e pianoforte). Anche se Ken e Sammy non vanno troppo d‘accordo per questioni irrilevanti e James ha peculiari idiosincrasie alimentari. mentre Greg… be’. lui è sempre bene intenzionato. In ogni caso il risultato è regolarmente da favola, e se qualcuno dice il contrario dice una balla.

RJF Ci racconti qualcosa sulla canzone Last Night?

MU È la canzone dell’innamorato masochista. Una storia d’amore inquieto in cui una persona stabile, affettuosa e premurosa si innamora di uno spirito sempre insoddisfatto la cui raison d’être è di essere ovunque e da nessuna parte. Il vero motivo per cui ti innamori del sognatore è la stessa ragione per cui quello non ricambierà mai il tuo amore nel tuo stesso modo o con lo stesso trasporto. Non esattamente il miglior ingrediente per una relazione. (Ma uno ottimo per una buona canzone).

RJF C‘è qualcosa di particolare che ti ha ispirato a scrivere questo pezzo?

MU Fammi cominciare con l’idea stessa di ispirazione. Quando scrivo non seguo mai un percorso agevole. Le ispirazioni sono latenti e sono attivate da un momentaneo sfasamento gravitazionale di alcuni dei molti souvenir raccolti più o meno consciamente o inconsciamente dalle mie ineffabili sensazioni, osservazioni e idee in cui inciampo lungo i lunghi inverni siccitosi del mio scontento (scontento altrimenti noto come “blocco dello scrittore”). Le prime note e la melodia di solito saltano fuori sempre nello stesso modo, armeggiando a caso con la chitarra seguendo l‘umore del momento; ne vien fuori un riff che dà il via a uno scenario sonoro strutturato. Un po‘ come guardare le stelle e in una certa notte alcuni punti luminosi emergono rispetto agli altri. A quel punto tiro delle linee da un punto luminoso all‘altro e cerco di cavarne una forma. E come in uno schizzo a carboncino vado avanti e avanti così che le linee e le ombre si fanno sempre più definite e assertive. La mia parte in tutto questo è di ascoltare le muse e da buon pastore condurle a essere ciò che vogliono essere. Non scrivo canzoni, le rivelo. (Altri artisti hanno espresso un concetto simile, così se sembro pretenziosa, sono in buona pretenziosa compagnia). Nel dissotterrare “Last Night” ero nello stato mentale di uno che in mezzo alla prateria solitaria fissa la luna, e questo costantemente nel corso di diverse disorganizzate sessioni di registrazione. L‘immagine originale, quella su cui si è costruita la canzone, era quella di una donna nella sua abitazione che guarda fuori nella prateria notturna di fronte al cortile, con l‘intima consapevolezza che lui non vorrà mai restare, che dovrebbe lasciarlo andare, e sa che non ci riuscirà mai (c‘è un limite di parole a questa intervista?).

Last Night
Last night I saw the full moon rising
Last night I knew that you were gone
Last night I heard the fool’s moon laughing again
Saying girl, don’t you ever listen
When a man says he’s a dreamer
There’s nothing on this earth that keeps him happy, contented
for long
Give him all your understanding
There’s nothing you can do to keep him safe
Keep him sound, keep him around
And all those times you’ve come back broke and beaten
You’d smile and say I’m everything you need
If only I could give you something you want
But road and sky, with these I can’t compete
When a man says he’s a dreamer
There’s nothing on this earth that keeps him happy, contented
for long
Give him all your understanding
There’s nothing you can do to keep him safe
Keep him sound, keep him around
I pray for you; I pray for me
I pray the Lord above our souls to keep
I laugh out loud I cry inside
The heart and mind collide
I pray for you; who prays for me
Last night I saw the full moon rising
Last night I knew that you’d be gone
Last night I said that this would be the last time
But girl that would be a lie
When a man says he’s a dreamer
There’s nothing on this earth that keeps him happy, contented
for long
Give him all your understanding
There’s nothing you can do to keep him safe
Keep him sound, keep him around
Keep him around, keep him around, keep him around


RJF 
Sarà realizzato un video per questa canzone?

MU Certamente. Molte idee, molti collaboratori talentuosi. Ho bene in chiaro l‘equilibrio che voglio raggiungere tra immagine e narrazione. Le costellazioni sono in piena attività nel rivelare questo video.

RJF Il singolo è tratto dal nuovo album Cowboys&Aliens, qual è la storia di questo titolo?

MU Punto 1. Odio i titoli. Il titolo non può che essere superficiale, poco informativo e supponente.

Punto 2. Ma un titolo ci vuole.

Punto 3. Così: che cosa faccio se non voglio rendere troppo importante un titolo ma voglio che sia rilevante? Bel gioco di parole! Be’, si fa che si appiccicano insieme due parole che sembrano la risposta alla domanda di un bambino di tre anni su chi si vuole invitare per il tè! Mi piacciono i giochi di parole che finiscono lì. Per anni ho firmato le mail con “pace&frittella”. Bene. Ma se provi a dire “pace&frittelle” già sembri stravagante, non funziona, no? “Cowboy&Aliens” possiede una medesima lucentezza irrazionale, esuberante, intuitiva e autocongratulante. Così, la storia dietro il titolo è un frivolo gioco di parole. E poi…

Punto 4. I casini successi in questo 2018; i crescenti sconvolgimenti di qualsiasi significativo punto di riferimento collettivo di quelli che pensavamo di conoscere: standard morali, tradizione, buon senso, tolleranza culturale, maturità civile. E lo stridìo da freni inchiodati della rivisitazione di quella che la maggior parte delle persone aveva considerato una prospettiva evoluta e sostenibile sull‘immigrazione. Tutto per aria! È stato affascinante assistere alla riconsiderazione delle questioni di fondo su ciò che costituisce una nazione e su chi abbia titolo di fare che cosa: per esempio, chi o cosa è davvero nativo e che cosa è extraterrestre? Chi è nel suo territorio e chi è l‘invasore? Per esempio, adesso gli Stati Uniti sono paranoici per quanto riguarda i loro confini, ma il Paese odierno è stato formato da nazioni occidentali che hanno bracconato e saccheggiato il territorio ai suoi abitanti originali, e ora questi giovani abusivi sono lì sui loro alti cavalli nel panico per la “loro nazione” sopraffatta da “alieni”. All‘inizio il titolo dell‘album era Cowboys vs. Aliens, ma l‘avversativo vs. [contro] è stato cambiato in un più ambiguo e fiducioso &. Perché deve essere o uno o l‘altro? (E da un punto di vista grafico, Cowboys&Aliens funziona meglio di CowboysVsAliens il che ha avuto una sua parte).

Punto 5. Così il frivolo titolo è diventato un fastidiosamente tronfio titolo simbolico. Come aggiunta all’esplicazione, il titolo fa anche riferimento a un vortice culturale. Pensiamo alla premessa dell‘intero album: una tipa nata in Corea e cresciuta a Chicago scrive canzoni che cavalcano Americana [un sottogenere del country], folk e country, e che però poggiano su una prosa esoterica e una poetica riguardante valli, fiumi e i vividi contorni proiettati nelle caffetterie fricchettone del suo – della tipa – piedistallo urbano. Che accipicchia di roba è? Ma chi stabilisce di riferirsi a un qualche e quale genere musicale? Così la faccenda del titolo va bene anche per il risultato sonoro. È il motivo per cui chiamiamo il nostro sound un “Americana basato su un twist da lavello della cucina”. Niente ha senso e tutto ha senso. Ha senso? Forse non per un purista che vuole che un genere sia quello lì e basta, uno così si infuria all‘istante e si considera offeso per l‘eternità. Pazienza.

Punto 6. Come andiamo a conteggio delle parole di questa intervista? Possiamo continuare?

RJF Che percorso hanno seguito il progetto e la registrazione del disco?

MU Casuali entrambi. Questo album è il risultato di una serie di casualità fortunate. Nel novembre del 2017 ho conosciuto un produttore locale (Joe DiGiorgi) e gli ho detto che avevo alcune canzoni, e che non volevo morire senza lasciare ai miei figli qualcosa per il quale essere ricordata, e che a metà aprile 2018 sarebbe dovuto uscire un album. Quindi il “progetto“ era di compilare in sei mesi un blocknotes musicale per quando sarei morta tipo fra quarant‘anni. La registrazione ha funzionato così: le dieci canzoni che riusciamo in qualche modo a finire vanno tutte nell‘album; qualsiasi studio di registrazione troviamo libero, lo prendo; chiunque abbia senso che suoni in quel certo giorno, lo facciamo suonare. Con musicisti così generosi e bravi, la faccenda è stata semplicemente ritrovarsi, fidarsi uno dell‘altro e godersela. In altre parole, è stata fortuna sfacciata.

Love Everybody
She is dancing on the water
She makes wings out of paper; she’s learning how to fly
She is singing out the window
Just in case there is someone who needs a lullaby
Singing love everybody hurt no-one
Love everybody hurt no-one
She is listening for her echoes
Her voice bounces through canyons, a chorus in the sky
She is smiling for no particular reason
Just in case someone’s watching they’ll know that its alright
Just love everybody, hurt no-one
Love everybody hurt no-one
Wherever that you are, that is where you are
Whoever that you be, that is who you be
Ask her for the time
She’ll say the time is always now
She is whistling under water
She fills every bubble with daydreams to be shared
She is standing with arms wide open
We all need a reminder there’s love and someone cares
So love everybody, hurt no-one
Love everybody hurt no-one
Love everybody hurt no-one

 

RJF Questi musicisti si dedicano ognuno a un genere diverso, come hai fatto a farli andare d‘accordo?

MU L’equilibrio si è trovato da sé. L’ossatura delle mie canzoni è folk-pop, ma i colori e la tessitura degli arrangiamenti diventano particolarmente interessanti quando hai musicisti che la sanno lunga ciascuno su un genere diverso: classica, jazz, rock progressivo, blues, punk rock, classic rock, cabaret. Non mi sono formata su nessun genere specifico e neanche mi considero un’adepta di questo o quell’orientamento musicale, sono l’hobbista che elemosina, prende in prestito e ruba tutte le cose che l’attirano, e che fa esperimenti sul come farle coesistere. E salta fuori che con la band giusta molte di quelle cose possono coesistere benone. Ho definito filosofolk la categoria cui appartiene il mio genere, così da alleviare le contorsioni mentali suscitate da quel qualcosa che è sempre fuori luogo nelle mie canzoni rispetto a qualsiasi aspettativa legata a un qualsiasi genere usato come riferimento. Una volta che dici di essere un filosofo, la gente dice: “ah!”, fa di sì con la testa ed è resa libera di godersi la musica senza farsi troppe domande.

RJF Il film Cowboy & Aliens [del 2011, con Harrison Ford e Daniel Craig] ha influenzato in qualche modo questo album?

MU In un certo senso. Non ho visto il film, così non è che abbia avuto una qualche influenza di suo. È il fatto che quel film sia stato fatto. Il suo titolo suggerisce da solo una premessa così insensata, e mi ricordo di aver pensato: “Mannò, non può essere”. Ma qualcuno l’ha fatto, quel film, con una major e un cast di quelli famosi. Come si dice, fa’ le cose in grande o lascia perdere. (Mi piacerebbe conoscere quella persona che ha messo a punto l’idea del film con i dirigenti degli studios che si tenevano la testa con le mani sbavettandole). Così una parte di me riguardo all’album la vedeva tipo “cavoli, bisogna proprio essere temerari”. Mettendo assieme quella parte con altre faccende mie personali, si presentava come un fatto oltraggioso a vari livelli e irragionevole fare l’album (magari ne parliamo un’altra volta), perdipiù con quel procedere a singoli passi ad hoc senza progetto. E sai cosa? Sì mondo, l’album lo abbiamo fatto, e tu fanne quello che vuoi delle tue regole! (In ogni caso ascoltate l’album anche se non avete ancora visto il film).

RJF Dove hai trovato l’ispirazione per musica e testi?

MU Vado sul melenso e dico: la vita. La stramba cosa dal sangue rosso, dai cieli sfumati di azzurro e i prati colorati di verde, piena di zie che ti rendono felice chiamata vita con l’essere qui e guardare le altre persone che sono qui e che vivono e fluttuano tutt’attorno tra le maestose montagne e le sublimi sfumature marrone degli intonaci delle case e i bambini di otto anni che sono pazzescamente divertenti. Tutto questo. Le canzoni sono state scritte da quindici anni a sei mesi prima di entrare in studio, un periodo mica male. Ci piace anche affermare che questa stramba collezione si presenta nel suo insieme come una “colonna sonora per il viaggio sulla strada della vita, intesa in senso letterale e figurato”.

RJF E che strade pensate di percorrere, in senso viabilistico?

MU Nell’immediato futuro ci muoviamo nel circondario. E per qel che riguarda qualsiasi cosa richieda camion pieni di amplificatori e stanze d’hotel, al momento siamo ancora troppo impegnati a riprenderci dalla sognante emozione di un album la cui qualità ha superato le nostre peraltro inesistenti aspettative, e dalla risposta che ha suscitato in tutto il mondo. Centinaia di stazioni radio di decine di Paesi hanno aggiunto le nostre canzoni alle loro playlist. Ovvio che ci piacerebbe parecchio incontrare di persona queste persone, specialmente quei redattori musicali, blogger e DJ che sostengono la musica indie. Per ringraziarli di avere dato una possiblità all’album, e averci fatto sapere che non è una schifezza.

RJF Che altro accadrà nel mondo del Trio Of Awesuhm?

MU Vinile, video musicali, foto per la stampa decenti. Consulenti. Continuare a ringraziare  a profusione i nostri sostenitori che ci hanno reso possibile fare quello che facciamo e di essere ciò che siamo. Poi salvare il mondo, già che ci siamo. E con il nostro lavoro regalare un cucchiaino di zucchero che aiuti a mandar giù l’amarezza del mondo, una ninnananna alla votla. 

(Testo originale e traduzione dall’inglese dell’intervista di e copyright © 2019 Andrea Antonini, Berlino. Intervista originale copyright © RJ Frometa / Vents Magazine 2018. Immagini riprodotte dal sito www.trioofawesuhm.com, con autorizzazione. L’album Cowboys&Aliens è disponibile in download in tutti i negozi online, e da qualche parte in CD).

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