TRA PORNO E ROTH LA PASTORALE DI MCGREGOR

TRA PORNO E ROTH LA PASTORALE DI MCGREGOR

Pastorale Americana, celebre romanzo di Philip Roth, è diventato un film. Ewan McGregor, alla sua prima esperienza come regista, interpreta anche Seymour “lo Svedese”.

“Non ero così eccitato dal giorno in cui mi hanno offerto la parte dell’apprendista Obi-Wan Kenobi in Star Wars”, dice sorridendo McGregor. L’attore di “Trainspotting” diventa regista prima di sgusciare nella trasposizione di “Porno”, per mano di Danny Boyle: un bel salto mortale, non c’è che dire, dal pastorale al porno, e la battuta viene spontanea, ma ve la risparmierò a patto che vi sorbiate questa recensione futurista.

Il film è tratto dal romanzo “Pastorale americana” di Philip Roth (Premio Pulitzer 1997), una storia di quattrocento pagine che finisce con un bel punto interrogativo e, a quanto si legge, esattamente come nel libro, il film di Ewan McGregor (dal 20 ottobre distribuito da Eagle Pictures) mette in scena le contraddizioni del conflitto in Vietnam, esplose negli Stati Uniti degli anni Sessanta, e le fa scivolare nella normalità di una famiglia di “tre generazioni innamorate dell’America“.

Pastorale Americana

McGregor interpreta Seymour “Swede” Levov (nella comunità ebraica di Newark tutti lo conoscono come “lo Svedese”) ed è in buona compagnia: dalla Premio Oscar Jennifer Connelly a David Strathairn, da Dakota Fanning a Uzo Aduba (Orange Is the New Black).

“Mi interessa lo scontro di prospettive. Trovo attuale la fine del sogno americano”, spiega. Il suo personaggio ha una vita perfetta: negli anni Cinquanta sposa Miss New Jersey, il lavoro nella fabbrica del padre porta frutti e a un certo punto sboccia Merry, figlia cagionevole e balbuziente destinata a diventare una violenta radicale.
American Pastoral è una sorta di documentario sulla guerra in casa”, racconta McGregor che, nel quadro, inserisce anche l’ex compagno di classe di Seymour, alter ego di Roth, Nathan Zuckerman (Strathairn). Durante una réunion liceale, Zuckerman si rimette al passo con il fratello di Seymour, Jerry (Rupert Evans), e scopre la vera storia del vecchio amico.

Io, per pura coincidenza sto leggendo il romanzo, che ho pescato tra i Classici stranieri di Repubblica che prendono la polvere nella mia libreria, e devo dire che, seppure a fatica, sono giunto a buon punto. Dunque, complici il trailer e le dichiarazioni dell’attore e regista, posso tentare di figurarmi che ottimo lavoro possa aver fatto McGregor,  sia pure alla sua prima prova come regista, ma ai (prossimi) post l’ardua sentenza!

Penso a Revolutionary Road, il bel film di Sam Mendes che affronta anch’esso la crisi e il crollo del sogno americano tra gli anni Cinquanta e Sessanta, e immagino ne sia venuto fuori un film di solido impianto, ben fatto, che segue o riassume il romanzo senza troppa fantasia: un bel dramma americano senza sorprese che non siano già quelle presenti nell’opera letteraria, ma con meno impatto emotivo (gli attori sono sempre troppo fighi rispetto ai personaggi), un film anch’esso conformista, che si affida più al pacchetto che al contenuto, dando per scontato che quest’ultimo è di livello elevatissimo. Ma ovviamente potrei sbagliarmi.

Il romanzo è strutturalmente complesso: inizia in prima persona, per poi cedere gradualmente la scena a Seymour Levov, lo Svedese, “il più grande atleta nella storia del liceo di Weequahic”, gran conformista, incarnazione del sogno americano e mito dei ricordi giovanili dell’io narrante.

Le lunghe digressioni, che fanno luce sul periodo storico e sul background socio-culturale in cui si muovono i protagonisti, se da un lato appesantiscono un po’ la narrazione, dall’altro trasmettono tutta l’ispirazione dello scrittore per la storia che narra, nonché la sua capacità di districarsi mirabilmente negli intrecci narrativi.

Chiusa l’ultima pagina, viene spontaneo tornare all’inizio e al Seymour Levov imprenditore di successo e uomo tutto d’un pezzo, in apparenza soddisfatto da un’esistenza che scorre su binari impostati nel segno di uno splendido, rassicurante conformismo, per rileggere quelle pagine quando si è già conosciuta la profonda drammaticità del personaggio senza maschera: fa tutt’altro effetto, e forse sta proprio qui l’originalità e la grandezza del romanzo.

Convinti, a torto o a ragione, della buona fede dello Svedese, si finisce per empatizzare con lui al punto da chiedersi dove sta l’inghippo, cos’è che non ha funzionato in una vita dove tutto sembrava dover filare per il verso giusto.

E invece no, perché ogni circostanza esteriore, oltre a essere un opinabile punto di vista, è anche soggetta agli imprevisti del caso: “Aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c’è un senso”.

Da antologia l’ultima parte, una cena fra parenti, amici e amanti dove sregolatezza e integrità, realtà e finzione sembrano battersi come pugili su un ring: prima l’abbraccio, poi l’affondo finale.
“Levov lo Svedese, sfuggito ai colpi dell’ariete che è questo mondo per galleggiare a mezz’aria e sognare, sognare, sognare sogni impotenti”.

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