VIAGGIO TRA LA VIA EMILIA E IL WEST

VIAGGIO TRA LA VIA EMILIA E IL WEST

Anche se non può certo competere in lunghezza con la mitica Route 66, la highway di 3700 km che collega Chicago a Los Angeles, la nostrana via Emilia può considerarsi, al pari della sua più famosa consorella statunitense, una cerniera, un simbolo di libertà, un archetipo del viaggio. Un luogo dell’anima.

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Più di duemila anni fa la pianura alluvionale del fiume Po era stata chiamata Gallia Cisalpina. Si estendeva dalle Alpi agli Appennini ed era per lo più abitata da popolazioni di origine celtica. La zona a sud del Po era detta Gallia Cispadana ed era abitata dai galli boi. I romani combatterono a lungo contro i boi, che si erano alleati ad Annibale, l’invasore cartaginese. Nel corso di queste guerre, per spostare gli eserciti con maggior velocità il console Marco Emilio Lepido nel 187 avanti Cristo completò la strada che collegava Rimini a Piacenza: la via Emilia.
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La via Emilia è stata inserita tra le 20 strade più belle del mondo per i viaggi on the road ed è il meglio che l’Italia offra da questo punto di vista. L’epica e la mistica del viaggio trovano in questi luoghi la loro quintessenza tra lunghi orizzonti lontani che continuamente scompaiono inghiottiti da nebbie azzurrine.
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Come racconta Gianni Celati, lo scrittore valtellinese che a lungo ha vissuto in Emilia: “La strada dove Menini abitava passa per alcune città di media grandezza e arriva fino al mare, percorrendo una tra le pianure meno ventilate della terra. È una linea divisoria tracciata non so quanto tempo fa fra le terre alte e le terre basse, che non presenta mai orizzonti molto lontani, perché è chiusa su un fianco dal profilo collinare e sull’altro da campi coltivati che spuntano quasi ad altezza d’occhi”.
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La via Emilia attraversa una terra che, da Piacenza a Rimini, cambia in continuazione pur continuando a rimanere, nel profondo, inesorabilmente uguale a se stessa. Come ben dice Enrico Brizzi, l’autore di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”: “Questa terra ancora civile di contadini e di insigni giuristi; terra fertile, generosa, grassa, misurata ancor oggi dai vecchi non in ettari, ma in are e tornature; terra abusata, impoverita, corrotta dalle coltivazioni intensive e dagli allevamenti in batteria, tutelata, qui e là redenta, adorata, firmata, consacrata al biologico e alla riscoperta degli antichi, genuini (e talora inspiegabilmente costosi) sapori; terra di transito e di ospitalità antica, professionale, mai gratuita; terra di gente schietta, talvolta semplice, di rado grossolana, terra di voli pindarici e concrete squisitezze; terra di lavoratori stoici e orgogliosi, di cooperative e di sognatori solitari, di matti e beati, cantanti e ballerini; terra prima di marciatori su Roma e gerarchi, poi di sindacalisti e quadri del Pci, mai in grado di raggiungere la segreteria nazionale; terra di motori, anzi Motor valley, ma anche terra di ciclisti, marciatori e maratoneti; terra di solidarietà fra pari e cortese distacco verso il forestiero; terra godereccia e paradossale, laica e baciapile, geniale e conformista, dove l’osteria, il casino o il pied-à-terre dell’amante non sono mai stati troppo lontani dal posto di lavoro, e spesso sulla strada di casa si faceva tappa in confessionale: questa terra è nostra madre”.
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La via Emilia è un cordone ombelicale che unisce tante piccole realtà in una specie di gigantesca metropoli virtuale. Come descrive Carlo Lucarelli nel suo best seller “Almost blue”: “Quella che lei chiama Bologna, è una cosa grande, che va da Parma fino a Cattolica, dove davvero la gente vive a Modena, lavora a Bologna e la sera va a ballare a Rimini, è una strana metropoli, che s’allarga a macchia d’olio tra il mare e gli Appennini”.
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Nella sua corsa verso il mare la via Emilia non perde mai la consapevolezza di scorrere appoggiata su una pianura alluvionale tra pioppi e salici, a fare da sentinelle alla costante presenza dell’acqua che tutto circonda e tutto collega. Nelle parole di Pier Vittorio Tondelli: “Correre allora, la macchina va dove vuole, svolta su e giù dalla via Emilia incontro alle colline e alle montagne oppure verso i fiumi e le bonifiche e i canneti. Poi tra Reggio e Parma lasciare andare il tiramento di testa e provare a indovinare il numero dei bar, compresi quelli all’interno delle discoteche e dei dancing all’aperto ora che è agosto e hanno alzato persino le verande per godersi meglio le zanzare e il puzzo della campagna grassa e concimata”.
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Nel suo procedere la via Emilia attraversa paesaggi e spazi che presentano molte similitudini con le grandi pianure del West americano. Forse è per questo che qui il mito americano è più sentito che altrove e spesso lungo il percorso negli anni passati potevi trovare imitatori di Elvis e i drive in. Ancora Tondelli: “Lungo la via Emilia ne incontro le indicazioni luminose e intermittenti, i parcheggi ampi e infine le strutture di cemento e neon violacei e spot arancioni e grandi fari allo iodio che si alzano dritti e oscillano avanti e indietro così che i coni di luce si intrecciano alti nel cielo e pare allora di stare a Broadway o nel Sunset Boulevard in una notte di quelle buone con dive magnati produttori e grandi miti”.
Oppure Francesco Guccini: “Correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West. Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza, continenza, vuoto mito americano di terza mano”.
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La via Emilia conclude la sua corsa a Rimini. Cittadina della riviera romagnola sede del primo stabilimento balneare di italia, negli anni convertitasi a divertimentificio e a eterno paese dei balocchi. “Vorrei semplicemente far notare”, raccontava Tondelli, “come l’ aspetto più seducente – soprattutto da un punto di vista narrativo – fu per me poter ambientare un romanzo non tanto in una città, ma in una metropoli balneare che non ha equivalenti in Europa: una grande città della notte e del divertimento che si estende per centocinquanta chilometri di costa e in cui si riversano milioni di persone per celebrare il rito di quell’ unico, vero periodo di deroga carnevalesca che la nostra società odierna consente, cioè la vacanza”.

(Tutte le foto di questo articolo sono opera del grande fotografo emiliano Luigi Ghirri, che più di altri ha saputo cogliere la sottile poesia di queste terre e immortalarle).

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