TIMOTHY LEARY, IL MESSIA DELLA PSICHEDELIA

TIMOTHY LEARY, IL MESSIA DELLA PSICHEDELIA

Se ancora oggi gli anni sessanta sono associati alle idee di gioia, libertà e cambiamento e il ricordo di questi anni è ancora cosi vivido nell’immaginario collettivo ci sarà pure un motivo.

Timothy Leary (1920-1996)

Furono gli anni della pop art, dei fumetti Marvel della coppia Lee-Kirby e della musica psichedelica.
Furono anche gli anni della guerra in Vietnam, della contestazione studentesca e del muro di Berlino.

Uno dei personaggi più in vista in quel periodo fu Timothy Lear.

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Gli anni accademici

Timothy Leary ottenne il dottorato in psicologia nel 1950. Divenne professore assistente all’università californiana di Berkeley (1950-1955), capo ricercatore alla Kaiser Foundation (1955-1958) e oratore in psicologia all’università di Harvard (Center for Personality Research) (1959-1963).

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Nell’estate del 1960, Leary era in vacanza nella città di Cuernavaca, in Messico, con la famiglia e gli amici. Qualcuno gli disse che gli sciamani nei villaggi vicini coltivavano funghi “magici” e Leary decise di provarli per curiosità.

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Il 9 agosto, mentre sorseggiava una fredda birra Corona, assunse alcuni funghi contenenti psilocibina: Leary notò che tutto sembrava colorarsi e riempirsi di vita, ebbe addirittura la visione dell’evoluzione del pianeta. In seguito affermò di avere imparato di più sulla psiche umana in quelle poche ore che in quindici anni di studi accademici.

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L’Harvard psylocybin project

Leary tornò ad Harvard profondamente cambiato da questa esperienza e sull’onda dell’entusiasmo diede avvio all’Harvard psylocybin project. Un progetto per sperimentare la psilocibina a scopo terapeutico per indurre modificazioni della personalità. Il progetto si concretizzo principalmente in due esperimenti.
Il Concord prison experiment, condotto tra il 1961 e il 1963, prevedeva la somministrazione di psicoterapia di gruppo assistita da psilocibina a 32 giovani detenuti volontari di una prigione di massima sicurezza del Massachusetts, nel tentativo di non fargli ripetere i crimini che avevano commesso.
Il Good friday experiment, condotto nel 1962, prevedeva la somministrazione di psilocibina ad alcuni studenti di teologia volontari della Harvard Divinity School, allo scopo di provocare in loro una esperienza “mistica”.

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Nel 1962 vari membri della facoltà e amministratori di Harvard chiesero l’interruzione delle ricerche di Leary e del suo collega Richard Alpert, preoccupati dei rischi per la sicurezza dei partecipanti, sia pure volontari, e della scarsa scientificità della metodologia di indagine (spesso i ricercatori erano anche loro sotto l’effetto della psilocibina).

Leary e Alpert però, convinti degli scopi scientifici dei loro sforzi, si rifiutarono di interrompere gli esperimenti e per questo, nella primavera del 1963, furono entrambi licenziati.

Alla Millbrook house

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Timothy Leary si trasferì così nella ridente cittadina di Millbrook, nella Hudson Valley, dove, insieme al suo gruppo, iniziò a sperimentare l’Lsd e scrisse il libro “The psichedelic experience”.

La sontuosa dimora di 63 stanze che gli aveva concesso una ricca famiglia divenne ben presto il centro del movimento psichedelico. Nelle sue stanze soggiornò il gotha della controcultura: Maynard Ferguson, R.D. Laing, Alan Watts, Allen Ginsberg, Charles Mingus, Helen Merrill, Ivy League, Ken Kesey e i suoi Merry Pranksters.

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Nell’estate del 1965, la Grande Casa che aveva dato alloggio a una tranquilla comunità di studiosi sembrava essersi trasformata in un resort della droga, dove turbolenti hipster utilizzavano l’Lsd per dare sfogo ai propri appetiti sessuali in orge collettive che duravano intere nottate. La potente miscela di Lsd e pillole anticoncezionali alla metà degli anni sessanta si rivelò intollerabile per chi viveva nelle vicinanze della tenuta. Quando iniziarono a diffondersi le voci che in quella casa l’acido veniva ingerito e le mutande tolte con uguale disinvoltura venne intrapresa una campagna per cacciare Leary e i suoi.
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Nel 1966 il governatore Ronald Reagan rese l’Lsd illegale nella California. Il 24 ottobre del 1968 venne dichiarato illegale in tutti gli Stati Uniti. Però il movimento psichedelico aveva già impregnato di sè una parte della cultura di quegli anni: la sua influenza, fondendosi con tendenze precedenti, si estendeva in diversi campi della cultura e della società.

Musica

Dopo la pubblicazione di “The psychedelic experience”, l’Lsd cominciò a diffondersi rapidamente tra la gente dello spettacolo, soprattutto musicisti.
In alcuni soggetti predisposti, l’Lsd ebbe il pernicioso effetto di togliere dalla latenza una sindrome schizofrenica. Il primo a cui accade fu Vince Taylor, rockstar inglese con il ciuffo alla Elvis e vestiti in pelle nera, al quale si ispirarono Joe Strummer dei Clash e David Bowie. Una sera nel 1965, dopo aver assunto Lsd a un party, Taylor vide Gesù, incontrò gli alieni e si convinse di essere l’evangelista Matteo. Non si riprese mai più.

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Nell’estate del 1965 l’incontro tra Syd Barrett, leader dei Pink Floyd, e l’Lsd fu altrettanto fulminante: rimase oltre 12 ore a fissare un’arancia, una prugna e una scatola di fiammiferi che nella sua mente erano diventati i pianeti Giove, Marte e Venere. Per un po’ l’acido spalancò la mente del fondatore dei Pink Floyd influenzando le sue composizioni inaudite e poi, inesorabilmente, lo trascinò nel baratro della follia.
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Simile è la storia di Brian Wilson, il genio dei Beach Boys. Anche lui assunse Lsd per la prima volta nel 1965 e sotto l’effetto dell’acido compose “California girls”, la celestiale “God only knows” e il capolavoro lisergico “Good vibration”. Dopo di che la luce si spense e il “ragazzo da spiaggia” dovette fare i conti con la malattia mentale.

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Pittura

L’Lsd fece il suo ingresso nelle arti visive nel 1965, con la mostra del Moma “The responsive eye”, una selezione delle opere di 102 artisti, tra i quali Joseph Albers, Victor Vasarely e Bridget Riley. Tutti in qualche modo influenzati dalla psichedelia. Si trattava di un’arte astratta che utilizzava il principio dell’illusione ottica e dell’impressione plastica del movimento. Questa arte cercava di trasmettere visivamente l’esperienza di profonda apertura mentale che consegue all’assunzione di acidi.

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La op art (abbreviazione di optical art) si proponeva di creare nel fruitore uno stato di instabilità percettiva, creando illusioni di movimento attraverso la realizzazione di quadri studiati in modo matematico. Altre caratteristiche del movimento artistico erano la natura geometrica dei quadri, il rifiuto di rappresentare la realtà e la combinazione di elementi del dipinto (colori, linee e forme) per creare il massimo effetto visivo.

Fumetti

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Il fumetto più lisergico di sempre è senza dubbio il Dr. Strange di Steve Ditko. Appena si sentono le prime note di “Interstellar Overdrive” dei Pink Floyd, in apertura dell’omonimo film del Marvel Cinematic Universe, ci si rende conto che il regista Scott Derrickson probabilmente è davvero un appassionato del Dottore. In qualità di fan saprà che la copertina dell’album “A Saucerful of Secrets” dei Pink Floyd contiene un’immagine nascosta del Dottor Strange pubblicata su Strange Tales n.158 nel 1967 (tutti i particolari qui).

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Il testo di “Cymbaline” dei Pink Floyd, tratto dall’album “More” del 1969 fa riferimento anch’esso al Dottor Strange.
Il 16 ottobre del 1965, la comune The Family Dog organizzò alla Longshoremen’s Hall di San Francisco il concerto “A Tribute to Dr Strange” a cui parteciparono anche i Jefferson Airplane.
Questo evento segnò l’inizio della stagione hippie.


Un eroe dei fumetti capace di viaggiare attraverso le “dimensioni astrali” grazie ai poteri della propria mente sembrava rappresentare la nuova generazione psichedelica. I ragazzi di High Ashbury erano talmente convinti che Steve Ditko fosse un consumatore di acidi che quando l’autore realizzò una storia dell’Uomo Ragno dove zia May poteva essere salvata soltanto da una sostanza chiamata iso-36 in molti pensarono che si riferisse a una particolare qualità di Lsd che effettivamente portava quel nome (i particolari dell’episodio qui).

Moda

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Il vestito più psichedelico di quegli anni fu confezionato da un sarto italiano. Nel 1965, la Braniff Airlines chiese allo stilista Emilio Pucci di progettare una divisa per le proprie hostess di volo. Con il programma spaziale della Nasa per fare sbarcare il primo uomo sulla Luna in pieno svolgimento, Pucci progettò un capo futuristico composto da quattro pezzi da staccare in sequenza. Braniff lo pubblicizzò con l’imbarazzante nome di “Air Strip”.

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L’uniforme era costituita da una giacca reversibile verde lime e un “casco a bolla spaziale” da utilizzare nel momento dell’accoglimento dei passeggeri a bordo. Una volta iniziato il volo, le hostess staccavano la giacca per rivelare una tuta color lampone. Lo strato successivo era il vestito “Puccino” per il servizio pasti e infine una camicetta a due pezzi e culotte per il servizio dopo il pasto.

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Cinema

Tra i registi che assunsero Lsd il più famoso è Federico Fellini. Nell’estate del 1964 il regista accettò la proposta dello psicoanalista Emilio Servadio (il quale l’aveva avuto brevemente in cura psicanalitica mentre girava il film “La strada”) di sottoporsi a un’assunzione di Lsd sotto controllo medico.

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Il regista riminese cosi descrive quella esperienza: “La realtà degli oggetti, dei colori, della luce, non aveva più alcun senso conosciuto. Le cose erano se stesse, sprofondate in una grande pace luminosa e terrificante. Le cose diventano innocenti perché togli di mezzo te stesso; una verginale esperienza, come il primo uomo può avere visto vallate, praterie, il mare. Un mondo immacolato che palpita di luce e di colori viventi col ritmo del tuo respiro; tu diventi tutte le cose, non sei più separato da loro, sei tu quella nube vertiginosamente alta nel mezzo del cielo, e anche l’azzurro del cielo sei tu, e il rosso dei gerani sul davanzale della finestra, e le foglie, e la trama fibrillante del tessuto di una tenda. E quello sgabello davanti a te che cos’è? Non sai più dare un nome a quelle linee, a quella sostanza, a quel disegno, che vibra ondulando nell’aria, ma non ti importa, sei felice così”.

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Riversò questa esperienza in “Giulietta degli spiriti”: “Una settimana prima di iniziare il film ho sognato che qualcuno mi cavava l’occhio destro con un cucchiaio. Non soffrii, ero sorpreso. Forse il sogno voleva dire che per questo film non mi serviva l’occhio destro, quello della realtà, ma solo il sinistro, quello della Fantasia”. Nel film Fellini riesce a inserire questa percezione sensoriale in un contesto espressivo pre-esistente, senza cadere nella facile trappola dell’entusiasmo del neofita.

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Assistiamo in questo film alla messa in scena di un intero vocabolario psichedelico fatto di un virtuosistico utilizzo del colore, di scenografie e costumi eccessivi e ridondanti, di movimenti di macchina dilatati e sghembi. Il film si esprime attraverso un sovrabbondare di immagini corposamente deliranti, si dipana attraverso una continua ricerca di invenzioni e un gusto incontrollato della deformazione, si compiace della sua capacità di creare un universo assurdo di una bellezza turgida e inquietante.

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