THE YOUNG GODS, SEMPRE GIOVANI GLI DÈI SVIZZERI

The Young Gods

Al recente concerto milanese, gli svizzeri Young Gods si confermano una delle voci più interessanti di un rock industriale che riesce a essere elettronico senza perdere in energia e visceralità. Anzi, conquistando con la maturità un’apertura psichedelica “cosmica”.

Gli Young Gods non sono certo la novità del giorno: hanno esordito nell’ormai lontano 1987, planando sulla scena del rock cosiddetto industriale dalle fredde Alpi svizzere come barbari del Nord. In una formazione all’epoca spiazzante per un combo rock, infatti erano in tre: un cantante, un batterista e un tastierista, che faceva tutto il resto col campionatore. Non solo gli archi e i sibili spaziali del sintetizzatore, i loop, ma anche i riffoni di chitarra distorta dell’hard. Tutto campionato e suonato alla tastiera. Strano, perché di solito i gruppi synth based, se lasciano uno strumento “suonato all’antica”, scelgono la chitarra, o quantomeno un sax, un violino, cioè uno strumento con ampie possibilità melodiche ed espressive, come ad esempio facevano gli Ultravox o i Tuxedomoon nella golden age della new wave.

The Young Gods

Quella miscela sonora rese in un certo senso unici gli Young Gods, perché in effetti lo erano: meno algidi della new wave elettronica alla Kratftwerk, meno “concettuali” e disturbanti dell’industrial rumorista, ma più calorosamente rock grazie alla batteria suonata (attualmente da Bernard Trontin), ma soprattutto alla calda voce morrisoniana di Franz Treichler, unico membro costante per tutti gli ormai oltre trenta anni di vita del trio. Ma, soprattutto, grazie a quei riff potenti che escono dal campionatore dell’oriundo italiano Cesare Pizzi, che infatti ci ha parlato in italiano durante il concerto di domenica 7 aprile al Legend di Milano (dove son saliti sul palco da veri svizzeri, addirittura prima dell’orario previsto!) a cui si riferisce il video qui sotto.

Riff graniticamente rock, anche se sul palco non c’è nessuno a brandire la sei corde scuotendo le chiome come da iconografia classica.

The Young Gods, live

The Young Gods, live

Il loro momento di gloria è stato nel 1992 con T.V. Sky, il cui video clip ebbe anche un discreto airplay dall’ormai lontanissima Mtv ex-Videomusic (ere geologiche fa ma lo ripassate qui sotto).

Il sottoscritto ricorda un loro incandescente concerto dell’epoca al Bloom di Mezzago, in cui Treichler protendeva il microfono verso i marosi di pubblico mugghiante tenendolo per l’asta e il tastierista (allora Alain Monod) captava di lì le voci, le filtrava, le stiracchiava e ce le rimandava dall’amplificazione come onde distorte di un mare in tempesta.
Pare che all’epoca persino sir Bowie fu ispirato da loro per il suo futuribile Outside del ’95, prima di incrociare l’emergente Trent Reznor sul suo cammino.

Oggi siamo passati attraverso i suoi Nine Inch Nails “virtuali” (in studio si sa che Trent fa tutto da solo) e siamo ormai abituatissimi a band, ancor più a hip hop crew, composte da un uomo solo che fa tutto al campionatore; forse quindi l’impatto suonerà meno rivoluzionario oggi ma l’unicità degli Young Gods secondo me non si è dispersa nel vento delle Alpi: il loro ultimo album Data Mirage Tangram (con evidente citazione di un classico dei progenitori Tangerine Dream dell’80) non contiene sostanziali variazioni della loro classica ricetta sonora, se non nelle atmosfere più dilatate e fluttuanti, a modo loro psichedeliche (pur senza allinearsi al revivalismo Sixties), specie nella lunga All My Skin Standing, che hanno preso il posto dei riff più granitici del passato.

The Young Gods, 7 aprile al Legend di Milano

Il nuovo album è ovviamente protagonista del concerto: le scariche ritmiche elettroniche di Pizzi sfidano i tamburi di Trontin in trascinanti cavalcate, Treichler qua e là sfoggia l’armonica a bocca, o imbraccia una chitarra, come ad esempio nella conclusiva, bellissima e amniotica Everythem (il video qui sotto proviene da un concerto parigino, però).

Una liquida immersione negli abissi marini, che si rifrange come la luce sull’acqua nelle proiezioni prismatiche che si stampano sui volti dei tre musicisti e sulle pareti del locale. Più affascinante degli attesi ma prevedibili bis da T.V. Sky.

Insomma, da un’originale revisione dello space rock kraut dei Settanta il trio svizzero si tuffa nelle fosse oceaniche dopo aver “stracciato il cielo in fiamme” (Tear Up the Red Sky, stavolta con citazione degli U2 di Rattle and Hum): un trip che vorremmo che gli Young Gods continuassero a esplorare ancora più a fondo. Il loro Olimpo si espanderebbe in dimensioni ancora più celesti e cosmiche. E il loro mito rimarrebbe “giovane” anche se i codini di Treichler e Pizzi si fanno ormai grigi, come… le chiome di Zeus e Poseidone.

Intanto date un ascolto a Data Mirage Tangram che si segnala come uno degli album forti del 2019.

© Mario Gazzola

 

Autore del saggio 'FantaRock' (Arcana 2018) e del romanzo 'Rave di Morte' (Mursia, 2009), dell'imminente antologia 'S.O.S. - Soniche Oblique Strategie' (Arcana, autunno 2019), del cortometraggio 'Con gli occhi di domani' (2006), blogger sul sito www.posthuman.it. Grande appassionato di musica, teatro, fumetti, curioso d'arte contemporanea e altre stramberie, astuto fotografo dilettante.

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