TATUAGGI E PIERCING: QUESTIONE DI ESTETICA O DI AUTOLESIONISMO?

Tatuaggi e piercing

Il 60% degli adolescenti italiani tra i 15 e i 19 anni portano un piercing. La parte del corpo più utilizzata è l’orecchio (89%), seguita dal naso (56%) e dall’ombelico. Mentre sette milioni di italiani sono i tatuati. Un po’ più donne che uomini, quasi l’8% sono minori.

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La diffusione, soprattutto a partire dagli anni ottanta, delle modificazioni corporee a fini estetici costituisce un fenomeno culturale che solo in parte ha attratto l’attenzione degli studiosi. Il tatuaggio, così di moda in questi ultimi anni, in realtà è una pratica molto antica.
Nel 1991 sulle Alpi è stato ritrovato il cadavere ibernato di un uomo presto soprannominato Ötzi o Mummia del Similaun, vissuto oltre cinquemila anni fa, sulla cui cute sono state rinvenute ben 61 incisioni.

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Il tatuaggio moderno ha perso gran parte dei significati che aveva nella antichità, oggi viene visto soprattutto come uno strumento per “abbellire” il proprio corpo, che soprattutto dagli adolescenti è spesso vissuto con insoddisfazione o addirittura vergogna.
Riguardo il piercing alcuni studiosi affermano che il dolore provato durante le sessioni in cui viene applicato procuri un certo sollievo ai problemi emotivi, mentre chi se lo fa fare spesso afferma di provare semplicemente piacere nel contatto del metallo con la pelle.

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Secondo Stirn e Hinz, psicologi delle università di Francoforte e Lipsia, in alcuni casi questa moda può essere messa in relazione con un desiderio nascosto di autolesionismo. Questa teoria sarebbe dimostrata dal fatto che ultimamente stiano riacquistando popolarità i tatuaggi per scarificazione e il branding (realizzato con stampi incandescenti), antiche pratiche in uso ai tempi dei Maya e in altre culture antiche.
Una delle caratteristiche delle modificazioni corporee, infatti, è che comportano un intervento cruento sul corpo e, quindi, un qualche livello di dolore.

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Nel caso di tatuaggi e piercing, l’esperienza del dolore non solo è tollerata e accettata come elemento costitutivo della modificazione, ma è anche, a volte, deliberatamente cercata. Queste pratiche sono caratterizzate da una forte componente di aggressività verso il proprio corpo, che le avvicina pericolosamente agli atti di autolesionismo. L’esperienza e il significato del tatuaggio e del piercing non possono prescindere dal momento doloroso nel corso del quale la modificazione è realizzata sul corpo. Queste pratiche hanno spesso il senso di realizzare una rottura significativa con il passato e quindi rappresentano, a livello psicologico, una sorta di iniziazione per una rinascita.

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L’esperienza del dolore, scelto volontariamente e non subito, avrebbe la funzione di riprendere il controllo del proprio corpo. Lo scopo principale, in altre parole, sarebbe quello di evitare il dolore mentale trasformandolo in dolore fisico, cercando di cancellare un esperienza negativa dalla propria mente dislocandola come cicatrice permanente sulla propria pelle. Il significato dei fenomeni di autolesionismo sembra travalicare i confini della psicopatologia, dal momento che l’idea di farsi del male e autoinfliggersi lesioni è in alcuni casi culturalmente riconosciuta, se non addirittura incoraggiata nelle antiche pratiche d’iniziazione o nei rituali di passaggio.

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L’incremento esponenziale delle pratiche di tatuaggio e piercing che si è verificato in questi ultimi anni ha spinto la ricerca a interrogarsi sul fenomeno, ritenendo tali condotte degli indicatori di un ampio e crescente disagio giovanile. Nel difficile periodo adolescenziale queste pratiche avrebbero la funzione di aiutare in qualche modo a strutturare un’identità in via di formazione e a mantenere una certa coesione del sé. La lesione assurgerebbe a funzione di regolatore emotivo, aiutando a scaricare emozioni intense come la rabbia, i sentimenti di colpa e vergogna convertendo il dolore mentale in dolore fisico.

Il problema nasce quando queste pratiche diventano comportamenti di autodifesa: barriere erette contro il mondo esterno avvertito come difficile, incomprensibile e ostile. In questo caso non siamo più di fronte a un corpo che si tatua o si ricopre di piercing per farsi notare, ma al contrario a un corpo che cerca di difendersi da tutte le turbolenze emotive che il rapporto con l’altro potrebbe scatenare. Piercing e tatuaggi diventano, allora, barriere impermeabili contro l’accesso degli altri al nostro corpo. Diventano una barriera alla relazione, attraverso avvertimenti mandati agli altri di stare lontani, di girare alla larga. Per esempio, l’ombelico adornato con il piercing diventa l’opposto di un segnale di seduzione.

1 commento

  1. A parte tutti i discorsi psicologici il piercing ha anche una certa pericolosità fisica. A meno che non siano fatti di materiali incorruttibili (tipo oro) l’acidità della pelle corrode lentamente il metallo del piercing che viene quindi assorbito dalla pelle medesima con il rischio di avvelenamento da metalli.

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