ALLE ORIGINI DEL SURREALISMO DI JACOVITTI

ALLE ORIGINI DEL SURREALISMO DI JACOVITTI

Questo articolo su Jacovitti scritto dal pittore, collezionista e critico di fumetti Tomaso Prospero Turchi, era comparso in origine nel mio defunto blog “Sauro piace alle ragazze” (ora rinato qui), a seguito di alcune domande che gli ponevo.
La mia teoria, indimostrata, era che Benito Jacovitti (1923-1997) avesse visto da piccolo i cartoni animati di Braccio di Ferro (Popeye) realizzati da Max Fleischer, grazie al padre che faceva il proiezionista in un cinema. In seguito, gli elementi surreali sarebbero riemersi nella mente di Jacovitti e rielaborati nei fumetti. Queste cose dovrei averle scritte anche nel mio articolo su Jacovitti. Stranamente, però, se Jacovitti ha sempre riconosciuto l’influenza esercitata su di lui dal Popeye dei fumetti di Segar, non ha mai (che si sappia) fatto riferimento alla versione animata.
Nell’articolo, Tomaso dimostra che la “svolta” surreale di Jacovitti avviene solo dopo avere studiato l’arte moderna, sotto l’influenza dei quadri di Giorgio De Chirico. Per la verità, artista “metafisico” più che surrealista.
Tomaso Prospero Turchi, come suo solito, sulla scia dei ricordi infila tanti altri particolari comunque interessanti. Fa niente se non riuscite a seguirlo in tutte le sue digressioni.
Alla fine della lettura vedremo il fumetto di Jacovitti di cui parla e, poco oltre, avverrà un piccolo… colpo di scena.

(Sauro Pennacchioli)

 

ALLE ORIGINI DEL SURREALISMO DI JACOVITTI

L’albo con il primo episodio “surreale” di Jacovitti

“Piazza d’Italia” di Giorgio De Chirico

 

Da piccolissimo ebbi la fortuna di guardare albi e giornali a fumetti che giravano per casa. Ad acquistarli era mio padre, disegnatore e caricaturista (Harold), che li leggeva e li dava a  mio fratello Franco, il quale allora aveva una decina di anni. Essendo piccolissimo guardavo più volentieri le storie di Jacovitti che quelle di Gordon. Poi ci fu una lunga pausa nella lettura del “Vittorioso”, poiché dalla fine del 1943 al maggio 1945, a causa della guerra e della linea del fronte che avanzava da sud a nord, questo settimanale in Emilia-Romagna non poteva arrivare.

Di tutte queste cose sento la necessità di parlarne con qualcuno che mi possa rispondere, dialogare con me a ragion veduta. Mi rivolgo, altro non potendo fare, a me stesso, alla  mia bivalente ombra  tremula, assisa sul divano che mi sta di fronte e chiedo un poco a caso: «Ma tu, che dovresti essere super esperto di “Lisca di pesce” (tanto che sul Pinocchio disegnato dal Nostro hai dissertato più volte e in differenti contesti), sai, per certo, che cosa fece Jacovitti nel corso dell’anno di grazia 1944 e nei primi quattro o cinque mesi del 1945?».

La mia tremula ombra ondeggia, mi guarda aggrottando la fronte: silenzio assoluto. Sta bevendo un bicchierone di spremuta di arancia corretta all’acqua minerale, si ferma un attimo e smettendo di bere si limita a bofonchiare qualcosa relativo a “Il Vittorioso”. Si muove e insieme a me si sposta. Sprofondata in una accogliente poltrona di vimini ora pare sonnecchiare: poi un sussurrio, parole a malapena percettibili: «La prima storia di Jac con la data 1945 appare su “Intervallo” (giornale universitario romano) e porta come titolo  “La  famiglia Spaccabue”, poi sul n° 22 del 17 Giugno 1945 de “Il Vittorioso” ecco “Pippo sulla Luna”, storia intrigante, dai numerosi risvolti psichiatrici!».

Un sogno lunare di Pippo carico di simboli con rimandi al surreale, che si diluisce in stato di veglia e che attraverso una sorta di esperienza di sonnambulismo rientra nella realtà senza rendersene conto. Jacovitti, reduce dagli studi artistici e dalla frequentazione universitaria del primo anno di architettura, aveva presumibilmente una solida cultura in fatto di storia della pittura, compresa quella “moderna” del 1900, secolo per noi passato ma nel quale Jac stava allora vivendo. Probabilmente gli venne naturale pensare che la vicenda onirica di Pippo e compagnia bella potesse essere narrata figurativamente attraverso il mondo surreale dei pittori metafisici, dei quali De Chirico era ed è il caposcuola e massimo rappresentante. Non si tratta di “surrealismo”, in modo stretto, ma di qualcosa di marca italiana, con peculiari caratteristiche di genere onirico.

Jacovitti quindi utilizza le atmosfere metafisiche di De Chirico per confezionare una storia “per ragazzi” che ha un substrato colto. Poi la storia jacovittesca si evolve e bruscamente, passa dal sogno al sonnambulismo e inconsciamente alla realtà. Periodo nel quale il nostro Pippo, credendo ancora di sognare esce di casa dalla finestra del primo piano, cadendo dentro una botte piena di acqua posta a fine grondaia: che combina allora? Eh, di tutti colori. Ma a questo punto la storia occorre vederla e leggerla.

Contemporaneamente su “Intervallo”, settimanale degli studenti cattolici di Roma, c’era “Pippo e il dittatore” (che abbiamo visto qui). Intervallo, Intervallo… siamo sempre all’inizio del mese di maggio di quell’anno. Che cosa disegnò mai Jacovitti nei primi quattro mesi di quel periodo fatale, mentre ancora al Nord infuriava la guerra e io di pomeriggio, al cinema comunale ospitato dall’ex palazzo della Gil, mi deliziavo con la visione di vecchie comiche mute? Mentre  la notte la passavo nell’improvvisato rifugio sotterraneo di tipo casalingo (una cantina), quando poi dal cielo il misterioso aereo inglese, soprannominato “Pippo”, sganciava bombe a casaccio con evidente scopo terroristico? Nessuno risponde.

Va beh, le storie che furono pubblicate dopo, che si identificano osservando bene lo stile del disegno (che appare simile a quello delle prime tavole di “Pippo e il dittatore”), sono “La famiglia Spaccabue” e la breve storia “Giove il bove” o “Oreste il guastafeste”. Il fatto che l’epopea degli Spaccatori sia stata pubblicata dopo quella del Dittatore (Oreste addirittura tre anni dopo, Giove il bove decenni dopo!) sempre su “Intervallo”, non vuol dire nulla. Lo stile del disegno rivela che probabilmente Jac iniziò a disegnare le due storie in contemporanea mentre metteva mano anche ad altri lavori destinati a “Il Vittorioso”. Non è possibile ordinare tutto in data di esecuzione, perché di fatto Jacovitti li accavallò! La stranezza è che questa messe di storie ha avuto come precedente il solo “Pinocchio” disegnato nel corso dell’anno precedente. Vera fucina jacovittesca: su questa storia sono stati versati fiumi d’inchiostro, quindi mi pare saggio evitare di ribattere sul chiodo dalla testa consunta.

Ora molte ombre mi osservano con espressione di incertezza. Qualcuna si schiarisce la gola e sospirando apre la bocca per parlare, la richiude, la riapre per infilarci la pipa, che intanto si è ingloriosamente spenta. Io estraggo dal capace zaino che sempre mi tiro dietro il volume “Jacovitti 60 anni di surrealismo a fumetti” e lo apro a pagina 76 leggendo le prime righe in alto: … il cambiamento si nota bene nel passaggio da Cin-Cin (disegnata nel 1943 e non nel 1944) pubblicato nel 1944 su “Il Vittorioso”, confrontandolo con le storie successive (qui si allude “Pinocchio” disegnato del corso del 1944? Parrebbe che invece l’invito al confronto venga fatto fra Cin-Cin e Ciak, infatti… ). Il cambiamento si nota bene nella sognante favola di Cin-Cin confrontata con “Ciak”, storia dal disegno meno barocco, più organizzato e coerente, basta ricostruire, al di là delle date di pubblicazione, l’autentico ordine in cui Jacovitti disegna questi capolavori, fra il suo nascondiglio fiorentino e la piena luce del sole dell’Italia liberata.

Questa è la parte finale del capitolo “Jacovitti sulla Luna”, inserito ex novo nella edizione 2010 del saggio in questione, edito da Nicola Pesce. Che in pratica sostituisce quella del 1992 dovuta a Granata Press. Voi che ne dite? Non c’è un poco di involontario depistaggio? Provate a fare un confronto su come sono disegnati rispettivamente “Pippo e la pesca” del 1943 e “Pippo sulla luna”, vi renderete conto che i due anni che li separano sono stati forieri di essenziali cambiamenti. Pensate alla storia del Nostro intitolata “Ciak”, disegnata nella metà del 1945: sarebbe stata pensabile una storia felliniana antelettera di tal genere solo un anno prima?

Il mondo cambia, non solo per quanto concerne Jacovitti. Inizia un’altra epoca, stanno per arrivare nuovi eroi. Mi sbaglio? Poi la guerra finì.

Del 1945, avevo sette anni, mi rammento l’arrivo del “Vittorioso” con Pippo sulla Luna, e soprattutto la successiva storia, in perfetta continuity, “Pippo in montagna”, perché era misterioso e, per me, carico di pathos.

Pensando agli anni dell’immediato dopoguerra non posso celare la mia emozione di fronte ai ricordi del “Vittorioso”, di quel periodo con storie strepitose di Jacovitti e Craveri. Tra le tante cose che meriterebbero di essere citate scelgo, per iniziare, un numero non a caso de “Il Vittorioso” del 1947: il 45 del 23 Novembre!! Come mai due punti esclamativi? Be’, perché qualcosa c’era di diverso rispetto ai numeri precedenti, ossia l’impaginazione delle tavole centrali, quelle tutte a colori. Sul numero di giugno 2006 di “Vitt & Dintorni”, Sergio de Simone parla intervistato dal nostro Renato Ciavola: «… ma a un certo punto Piercostante Righini venne promosso ad altro incarico; iniziò così un periodo particolarmente triste perché a sostituirlo fu chiamata una persona (Enrico Gastaldi, aggiungo io), che pur degnissima, non si manifestò all’altezza del suo compito, con scarsa attitudine alla direzione di un settimanale come il Vitt». Io, sbrigativamente, faccio coincidere quell’infausto momento con la strana impaginazione delle due pagine centrali, dove le tavole della storia craveriana “L’Isola della pace” si rimpiccioliscono e sdoppiano, e le avventure “Mino e Dario” di Franco Caprioli vengono sistemate fra le rimpicciolite puntate delle peripezie craveriane dell’Isola della pace assumendo una inusitata forma di “T”! Mah? Jacovitti con “Pippo e la bomba comica” , Craveri con prima “Roba da chiodi” e poi “Il delfino inossidabile”.

Sulla prima storia craveriana penso valga la pena spendere due paroline: viene pubblicata sulla parte sinistra del paginone centrale impaginato in modo da ospitare ben tre storie a fumetti, questo sull’onda un poco maniacale di una moda inaugurata l’anno precedente sul mondadoriano settimanale “Topolino”, che appunto nelle due pagine di centro presenta tre storie a fumetti, due disneyane e una di Brick Bradford. Ecco, in tale maniera probabilmente si pensava di mettere più carne sul fuoco per la delizia dei piccoli lettori, ma in pratica sulla graticola venivano messi i giovani utenti che si trovavano sotto agli occhi sì ben tre storie a fumetti, ma impaginate in modo poco pratico e soprattutto penalizzanti per gli autori/disegnatori di quei fumetti che vedevano le loro tavole rimpicciolite e impaginate in modo incongruo. Riguardando ora l’avventura degli zoolandini “Roba da chiodi” opportunamente ingrandita, l’effetto è sorprendentemente diverso: risulta migliorata la leggibilità, il disegno acquista più respiro, la lettura dei contenuti delle “nuvolette” e didascalie perde l’affanno derivato dall’originale compressione e piccolezza. La narrazione della stessa storia e dei suoi contenuti narrativi risulta alla lettura molto più godibile. Insomma, la doppia pagina con tre storie rappresenta il caso emblematico del contesto che condiziona il senso di una parte del testo che gli appartiene.

Non mi dilungo e vi invito a rileggere questa avventura craveriana ingrandendone le tavole. E poi gli albi… che non erano solo quelli della casa editrice Ave, ma anche tutti gli altri, una sorta di confusa alluvione di storie vecchie e nuove, mescolate casualmente insieme da vari editori; alcuni dall’operato assai effimero, se così mi permettete di dire. Cito a tal proposito alcune serie raggruppate sotto l’egida di “Enigmistica popolare”, editore tipografo Bandettini, Firenze. Ma i pezzi da novanta erano altri, fra i quali non è possibile dimenticare Nerbini e Capriotti. Nell’ambito del saggio a sei mani, Gori, Gadducci e Lama, “Eccetto Topolino”, edito dal romano Nicola Pesce, ci si ferma praticamente al 1945: il dopoguerra sarà forse trattato in un successivo lavoro. Va beh, però di Capriotti e le sue pubblicazioni con i rinati eroi americani dell’età d’oro si sarebbe potuto dare una visione d’insieme più approfondita, poiché in effetti essendo l’editore in questione operante in quel di Roma ancora a guerra non conclusa (pensiamo al settimanali “Grandi Avventure”, poi “Avventura”, “L’Ometto Pic”, “Cantastorie”, “Giramondo” e relativi albi di Mandrake, Cino e Franco, Uomo Mascherato, “Marco Spada” e così via), la sua produzione di materiale a fumetti si lega in continuità con quella degli anni precedenti dovuta ad altri editori, fra i quali anche Mondadori. Il quale poi per ragioni di opportunità politica (compromesso con il defunto regime fascista) rimase alla sbarra di partenza fino alla fine del 1945.

Comunque io, abitando nel Nord Italia, le prime cose le vidi a guerra conclusa e in modo discontinuo, spesso sulle bancherelle dell’usato che vendevano alla metà della metà del prezzo originale. In tale maniera qualcosa riuscivo ad acquistare: ricordo, edita da Capriotti nella serie Grandi Avventure, una storia misteriosa e intrigante intitolata “Cino e Franco contro i fotografi della 5° colonna” e alcuni albi de “L’Uomo Mascherato” (1948), nell’ambito dei quali il forzuto giustiziere in calzamaglia, trovatosi non so come a Parigi, doveva combattere contro la banda della “Freccia d’oro”, congrega di donne bellissime ma, ahimè, dedite a imprese delittuose di ogni genere. Nel primo dei tre albi che contengono tale avventura, “La freccia d’oro”, una didascalia iniziale ci informa che il Nostro è un passeggero su un treno che ha viaggiato alla volta della capitale francese: come mai, che cosa era successo prima? Mistero, poiché di quella storia risalente peraltro in origine al 1939-1940 (mai prima arrivata in Italia a causa della guerra), mancano le prime 30 strisce giornaliere! Allora queste erano cose consuete, ma io in quel momento avevo solo undici anni e mi ponevo domande sul perché e percome: da dove arrivava L’Uomo Mascherato? La precedente avventura apparsa solo in parte su “L’Avventuroso” nerbiniano nel corso del 1941 ci raccontava la famosa avventura de “Il furto alla caverna del teschio”, quindi epopea ambientata nella jungla originaria, sede naturale dell’Uomo Mascherato. Su “L’Avventuroso” questa avventura continuerà apocrifa disegnata dal bravo Lemmi, ma i suoi contenuti saranno completamente inventati e quindi forvianti rispetto alla sconosciuta versione originale americana.

 

ALLE ORIGINI DEL SURREALISMO DI JACOVITTI

 

Salto all’ultima puntata, perché è importante vedere che alla fine si annuncia il seguito: storia realistica e poliziesca, quindi niente e nulla di metafisico. È importante per inquadrare come prosegue il lavoro di Jacovitti, che ha sfruttato l’universo metafisico in “Pippo sulla luna” solo perché si tratta di un sogno”! Nelle ristampe nessuno ha riprodotto questa ultima striscia che annuncia il seguito, il passaggio da una storia surreal-grottesca a una poliziesca con l’arrivo di un nuovo personaggio, ossia il nero Zagar. Cip arcipoliziotto era già apparso nella storia omonima del 1943/44, ma stampata nel 1945! Da qui una certa confusione da parte di lettori ma anche di critici contemporanei.

 

ALLE ORIGINI DEL SURREALISMO DI JACOVITTI

 

Finito l’articolo di Tomaso, torno a intervenire io (Sauro).

Forse per temperare la mia delusione, Tomaso mi aveva inviato questa mezza tavola a colori di Jacovitti tratta dal n. 40 de “Il Vittorioso” del 1940. Facente parte di una storia intitolata “Cucu”.

 

ALLE ORIGINI DEL SURREALISMO DI JACOVITTI

 

Questo minuscolo precedente “surrealista” della testa staccabile, risalente all’inizio della guerra (mentre l’incontro con De Chirico avviene verso la fine), mi imbaldanzisce di nuovo: forse i cartoni animati di Max Fleischer qualcosa fecero davvero alla giovane mente di Jac…

 

ALLE ORIGINI DEL SURREALISMO DI JACOVITTI

 

6 commenti

  1. La formazione di Jacovitti iniziò di certo da bambino piccolissimo nel suo Abruzzo forte e misterioso, in un contesto di povertà e famiglia numerosissima! Libri ne poteva esaminare pochissimi, l’edicola non offriva giornali e albi a fumetti. Solamente giunto a Macerata da grandicello ebbe modo di guardare e leggere in modo esaustivo. Si può presumere che il Nostro avesse immense potenzialità che poterono trovare terreno fecondo attingendo da mille fonti, compreso la visione di comiche mute inclusive di “cartoni animati”, compresi quelli di Braccio di ferro by fratelli Fleischer! Ma in verità Jacovitti da adulto non teneva molto conto di queste cose e spesso non rispondeva in modo coerente alle domande che gli venivano fatte. Inoltre molti intervistatori presumibilmente si prendevano delle licenze, non solo formali, quindi a volte c’ è da dubitare che quanto poi è stato pubblicato sia in effetti corrispondente al vero. A volte le sue sono esternazioni assai bislacche nell’ ambito delle quali il Nostro prende fischi per fiaschi; non so se per un lapsus della memoria o per una sottile voglia di rimescolare le carte per scopi sui quali si potrebbe dissertare all’ infinito. Di quali dichiarazioni si tratta? Se siete curiosi andate a pagina 29 del volume curato da Antonio Cadoni” Biografia mai scritta”, e le troverete. Tutti sappiamo che Jacovitti non sempre era puntuale e preciso nelle sue esternazioni di ricordi e memorie, confondendo non di rado date e nomi: a volte forse volutamente, per tenere sulle spine gli intervistatori, altre volte per dare di sé una immagine diversa, apparire come probabilmente in certe circostanze avrebbe voluto essere. Questo è un tratto comune a tutte la autobiografie, diari, memoriali e quant’ altro scritto con l intento di mandare ai posteri un messaggio personale, di tramandare una certa immagine di sé. Non per niente ci sono storici specializzati nel valutare l attendibilità delle prove documentali. Io non ho intenzione di esaminare al microscopio le interviste, anche perché – bisogna pur dirlo- a volte erano trascritte da semplici telefonate, fatte a voce in modo improvvisato; anche per quelle fatte per lettera o registrate in audio o in video non pensiate sia semplice risalire alle prove documentali originali. Qualcosa ho guardato, letto e visto e su tutto quanto ho sempre preferito lavorare a modo mio traendone spesso dei pastiches, cosa che ho intenzione di fare anche questa volta; lo faccio per puro e semplice egoismo, ossia perché traggo soddisfazione nello scrivere come e quello che mi garba. Penso al grande Jac che per sua stessa ripetuta ammissione, da piccolissimo era di famiglia molto numerosa e povera, viveva in un paesino dell’Abruzzo dove anche se avesse potuto e voluto avrebbe trovato ben poco da leggere e guardare! Trasferitosi a Macerata e poi a Firenze per frequentare il liceo artistico ebbe modo di acculturarsi per quanto riguardava i suoi gusti e desideri! Leggeva molto verso i 16 anni: già, il nostro Lisca di Pesce: ammirava e avrebbe ammirato anche in futuro lo scrittore Italo Calvino, il suo “Cavaliere inesistente”, la sua indimenticabile traduzione (1967) de “I fiori blu” di Raymond Queneau e la sua postfazione a detto romanzo che inizia con la seguente citazione: “secondo un celebre apologo cinese, Chuang.tzé sogna d essere una farfalla; ma chi dice che non sia la farfalla a sognare d essere Chuang-tzé. E Jac andava anche spesso al cinema ( non solo films western), dove si addormentava sognando di vedere un film con protagonista lui stesso che faceva la parte di uno spettatore intento a guardare un bel film. Poi, svegliatosi, andava a casa dove, stanco morto, cadeva in un profondo sonno senza sogni: la storia a fumetti del 1941 ( disegnata nel) “Pippo indaga” è nata proprio in tale modo. Quella del 1942 Alì Babà, la prima ad essere stata pubblicata a tutta pagina a colori su Il Vittorioso nel corso del 1942 invece Jac la fece ad occhi ben aperti avendo come spalla l esperto Enrico Basari come aiuto per la sceneggiatura ( intervista del 24 Luglio 1987 a Forte dei Marmi ). Queste due storie hanno in comune il fatto che nate con le nuvolette dovettero essere poi sforbiciate per eliminare i baloons, invisi al MINICULPOP, sostituiti da didascalie. La storia “Peppino” il Paladino, disegnata nel 1942 ma pubblicata sul Vitt tre anni più tardi, poi in albo serie Pippo nel 1948. Ristampata decenni dopo da “Stampa Alternativa “ con una resa assai discutibile della qualità grafica, è assai singolare perché appartiene al periodo nel quale per ordine sempre del Ministero della cultura popolare, dovette essere abbandonata persino la quadrettatura delle vignette; problema questo che il nostro Lisca di pesce risolse da par suo, tanto che alcuni di quei lavori a cavallo fra il 1942 e il 43, prendo ad esempio, “Caccia grossissima” ( l’ ultima puntata apparsa su Il Vittorioso n° 22 del 1946, in fondo a destra nell’ ultimo quadretto mostra la sigla JB 43 che ne è l esempio calzante, è a mio parere sotto tutti i punti di vista STRAORDINARIO!! Varrebbe veramente la pena di ristampare, senza far però pasticci, tutte le storie di quel periodo, trascurate dalle grandi case editrici: l’esempio attuale è duello offerto dal comportamento di Hachette, per motivi che appaiono assai misteriosi.

    • “… in un contesto di povertà e famiglia numerosissima!”

      Quanti fratelli aveva?

  2. Jacovitti intervistato da questo e quello ha sempre parlato di parecchi fratelli e sorelle. Un fratello maggiore lo accompagnava nel 1943 nei suoi viaggi da Firenze a Brescia per portare la tavole di Pinocchio alla Editrice “La Scuola”; in una intervista specificò anche che alcuni fratelli e sorelle erano morti strada facendo. Ma su questo argomento personale e da lui evidentemente considerato esclusivamente privato io non ho mai letto nulla di più.
    Il padre , di professione ferroviere elettricista, viene dal Nostro trattato con più apertura: ne esce un ritratto positivo, una persona che a Jac evidentemente piaceva: “Un fascista della prima ora, ma che non amava i tedeschi che aveva combattuto nella prima guerra mondiale e che nel 1943 alla proclamazione della Repubblica di Salò non aderì e rischiò poi parecchio per aiutare e salvare non solo i poveri ebrei perseguitati,ma anche militari inglesi in clandestinità che nascose e fece in modo potessero non essere catturati. Tutto questo portò al fatto che finita la guerra il padre di Jacovitti non venne epurato ma continuò a lavorare nelle ferrovie dello stato
    Può sembrare strano che Javovitti fosse così chiuso se si doveva parlare dei suoi fatti personali, ma probabilmente lui molisano (era nato a Termoli) poi trasferito a Macerata in Abruzzo verso gli otto anni dove rimase fino all’inizio del 1939, aveva logicamente assimilato la cultura del posto che evidentemente aveva le sue usanze; solo nello stesso 1939 andando a Firenze, probabilmente assimilò anche altri modi di pensare. Quando io gli parlai nel 1989 inizialmente parlava con cadenza romana, poi gradualmente iniziò a toscaneggiare un poco, segno che i panni in Arno gli aveva sciacquati per bene! Successivamente nell’ambito di un secondo incontro avvenuto a Bologna, prese a un poco a sfottermi sul fatto che io insegnate con barba bianca (in parte) uomo maturo se non vecchio, aveva questo interesse “infantile” per storie che lui aveva disegnato per i bimbetti de “Il Vittorioso”: io non stetti al suo gioco e confessai subito di essere rimaso infantile e felice di esserlo, al che Jacovitti perse il piacere di sfottermi e lasciò perdere.
    Quando poi lui mi propose di regalarmi dei suoi disegni, io gli spiegai che non era questo il motivo del mio interesse per lui e che anzi non stimavo le persone che approfittavano della sua generosità!
    Jacovitti non capì il mio modo di pensare e successivamente in occasione di qualche manifestazione non mi riconobbe o fece finta di.
    Va beh, io preferii aver messo bene in chiaro come la pensavo a proposito di coloro che lo adulavano per scroccargli non solo disegnini ma anche tavole complete.
    Sono un fesso, nevvero???

  3. Oggi aria meno turbinosa e pochi “gilè gialli” che volteggiano fra le cime degli alberi in missione segreta! Il cielo è a tratti coperto: sono qui dall’alba alla biblioteca MItterand di Parigi per una ricerca sia cartacea che via computer su un castello denominato “Di Rococò”, ma guardare lo schermo luminoso mi abbaglia un poco, a causa dei problemi agli occhi che si stanno aggravando e mi costringeranno a vivere nella parte sotterranea dei questa sterminata metropoli dove nel buio totale potrò vivere in pace, con l’ausilio di parecchi amichevoli gatti che mi faranno da guida: mi viene in mente l’amico Ange Tomaselli, visto l’ultima volta nel 2003 a casa sua nel 10° dalle parti della Gare de l’Est di Parigi: colpito da Sarcoidosi oculare stava diventando cieco!! Poveretto, di lui ebbi poi qualche notizia tramite il compianto Guida che telefonava ogni tanto alla moglie franco/tedesca parlando nel dialetto di Golasecca(Va) Mah, che si può dire dei suoi resoconti di quelle telefonate??? Solo Umberto Eco ci capiva qualcosa, che poi riassumeva in armeno a Antonio Faeti, il quale a proposito scrisse un bel saggio intitolato “Il Diavolo e l’acqua Santa”, pubblicato su “Informavitt” numero 19 del Giugno 1996
    La mia ricerca ha come epicentro tematico “Pippo nel castello di Rococò”, ristampato anche sul numero 64 di “ Il meglio”Jacovitti” edizione Hachette ( Novembre 2018) con un ponderoso commento di Luca Boschi, veramente molto bravo!!! Io tante cose non le sapevo, ma da dilettante sono giustificato.
    Comunque Boschi cita alla lettera -fra virgolette-, Antonio Faeti, autore di più interventi relativi a questa storia del 1951, due anche su “Informa Vitt” e “ Vitt & Dintorni”, sempre con l’occhio puntato sulla critica sociale e di costume di alcuni personaggi quali la nobile supposta riccona Baronessa, lestofanti vari fra i quali i coniugi Papponi apparentemente ricchi dell’ultima ora, in realtà due nulla tenenti travestiti da marito e moglie, truffatori e falsari con l’intenzione di buggerare la Baronessa acquistando pezzi preziosi dei suo arredo pagando con soldi fasi: quindi non veri “Parvenu”, bensì due miserabile in cerca di preda da spennare. Secondo Luca Boschi fra gli ospiti della nobildonna di Rococò persino l’alter ego dell’attore Alberto Sordi ( il nipote della Baronessa: Dodo), che sinceramente io non avevo riconosciuto per nulla e che non riconosco nemmeno ora. Mah??
    Per me la storia ha, vista in filigrana, un possibile labile aspetto di satira sociale, su temi quali i ricchi e i nobili confrontati con una povera umanità dolente che per campare è costretta a tirare la cinghia: si può guardare al passato attraverso i decenni e ventenni e anche i secoli, la Rivoluzione francese resta a monito che l’avidità dell’uomo per il potere e la ricchezza a discapito di masse umane sfruttate e oppresse non è cosa una novità del 1900. La storia in questione comunque rimane fondamentalmente un giallo comico umoristico, genere non nuovo per Jacovitti. Infatti personaggi come Cip, Gallina e Chilometro, Pippo, Pertica e Palla con cane Tom, Zagar e l’ormai onnipresente Signora Carlomagno, sono da tempo personaggi fissi delle storie del Nostro, che spesso fanno parte di plot come questo, definito “Jacovittesco, giallocomico , poliziesco” dall ’autore, a completamento dell’intitolazione “
    Di fatto a partire dalla fine della guerra il nostro Lisca di pesce critica abbastanza spesso gli aspetti social/politici dell’Italia nel periodo della ricostruzione e poi del boom economico: essendo lui dichiaratamente un liberale ( Partito Liberale di allora) prestato alla D.C e poi al “Giorno”, giornale quest’ultimo in odore di socialismo , criticava il mondo di allora, ma di fatto poi non proponeva qualcosa di diverso, se non una sorta di ritorno ad un mondo ideale che esisteva solo nella sua immaginazione.
    Mah, rimpiangeva il fatto di non essere più giovane, ma tutti ben sappiamo che è inevitabile invecchiare, con tutto quello che comporta.

    • Era rimasto bambino e pensava che il suo mondo di bambino, fascista più che liberare, fosse ordinato e quindi perfetto.

  4. Che Jacovitti fosse rimasto di animo un poco fanciullo non siamo i soli a pensarlo e ad averlo scritto ! Quando nel 1943 Mussolini fu arrestato dai reali carabinieri e di fatto cadde il fascismo , Jacovitti scrive in una intervista pubblicata nel saggio a lui pubblicato da ranada Press alla lettera: fu un colpo inaspettato , mi adossai ad un muro e mi misi a piangere e pensai: ma tutti i Moschettieri che a migliaia lo avrebbero dovuto (Il Duce) difendere, dove erano finiti??? Da quel fatto capii che il Fascismo era stato tutto una buffonata”!!! Eravamo nel Luglio del 1943 in piena guerra e l’Italia era in rovina e i morti erano stati decine e decine di migliaia! Fino ad allora Jacovitti che aveva compiuto 20 anni in Marzo e frequentava il primo anno di università non si era accorto di come stavano andando le cose??”’
    Oppure (quasi) tutti i vent’enni di allora erano incapaci di valutare la realtà aldifuori della propaganda di regime???? Poi non è mai stato chiarito il fatto della chiamata di leva nel 1942 per i ragazzi del 1923. jacovitti non partì, mentre suoi cetanei andarono a morire in Russia ,in Grecia e in nord Africa!! Era stato riformato, oppure aveva fratelli sotto le armi”. poi alla fine del 1943 con la Repubbblica di Mussolini fu emesso un bando generale di richiamo alle armi per i nati nel 1923 e 1924! Jacovitti si nascose ma -lo ha scritto lui stesso- fu rastrellato dai tedeschi mentre era all’università e mandato a Sacile di Udine a fare di ramazza: Riuscì a fuggire e a tornare a Firenze. Una faccenda quasi inverosimile!! Alla liberazione di Firenze a fine Agosto del 43 era ancora nascosto non si sa bene dove. E in quel tribolato periodo del 1944 disegnò le 31 tavole di “Pinocchio”, capolavoro di coesione e di logica narrativa!!!

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