IL MARINAIO, LE NONNINE, IL BIMBO E LA SUPERFORZA

IL MARINAIO, LE NONNINE, IL BIMBO E LA SUPERFORZA

Prima che Simon e Shuster creassero il loro potente extraterrestre, il fumetto aveva già partorito un “superman” dotato di superforza e praticamente invulnerabile creato da Elzie Crisler Segar. Si chiamava Popeye ed era un marinaio guercio, rissoso quanto sgrammaticato ma dotato di buon cuore (al punto da inventarsi, una volta diventato ricco, la “banca a senso unico” per dare via tutti i suoi soldi) e sensibile al fascino delle belle ragazze, le “sbionde” ma soprattutto le “sbrunette”. Con gran dispetto della fidanzata Olivia, naturalmente.


Apparso per la prima volta sui quotidiani statunitensi nel gennaio del 1929 all’interno della striscia Thimble Theatre (Il teatro del ditale), il lupo di mare ribattezzato in Italia Braccio di Ferro non aveva bisogno di alimenti particolari per mollare sganassoni: gli spinaci sono arrivati dopo, nei cartoni animati di Max Fleischer proiettati al cinema. Nei fumetti, dunque, la forza ce l’aveva “per natura”. Una natura decisamente coriacea che lo rendeva praticamente invulnerabile: anche innaffiato di pallottole dal perfido Jack Snork aveva al massimo qualche momento di sbandamento, si sentiva morire per un po’… ma poi “digeriva” tutto tornando a menare pugni come se niente fosse.

Idem per i veleni: ingozzatosi di acqua avvelenata “almenico, così non muoio di sete”, commentava di aver bevuto roba peggiore che aveva “anco pagato” e si rimetteva in cammino. Certo, gli “sbruciava” un po’ dentro, ma bastava un bello sganassone al primo cattivo capitato a tiro per far passare tutto.

Questo inedito personaggio dalla forza disumana è inevitabilmente diventato un archetipo narrativo che gli autori di fumetto hanno riutilizzato più volte. In Italia (perché siamo davvero quel paese di “mammoni” che ci accusano di essere?), stranamente, è stato declinato sempre in versione femminile. Il primo a sfruttarlo è stato (e non poteva essere altrimenti) quell’incontrollabile genio dell’arte sequenziale che risponde al nome di Benito Jacovitti, autore che in quanto a creatività e stile surreale ha ben poco da invidiare a Segar, al quale pure si ispirava esplicitamente.

All’inizio degli anni cinquanta dalla sua matita esce infatti il personaggio della signora Giuseppa Carlomagno, centenaria (come il babbo di Braccio di Ferro) manesca che fa la sua entrata in scena ne La famiglia Spaccabue e interviene poi continuativamente nelle avventure dei “tre P”, Pippo, Palla e Pertica, traendo a suon di ceffoni i tre monelli dai guai in cui si cacciano e aiutando l’arcipoliziotto Cip alle prese con il nerovestito Zagar, criminale abilissimo nei travestimenti, un po’ Fantômas, un po’ Macchia Nera.

Si spinge ancora più in là Giovan Battista Carpi che, per ravvivare le avventure del Volpetto creato nel 1952 da Giulio Chierchini, gli affianca tre anni più tardi Nonna Abelarda, un vero e proprio Braccio di Ferro in gonnella. Ne ha già parlato esaurientemente Pietro Zerella sulle pagine di Giornale Pop, alle quali vi rimando.

A dire il vero un altro superforzuto ha calcato le scene del palcoscenico dell’italico fumetto, il culturistico Kolosso, che era però forzuto solo nella misura esplicitata dalla sua debordante muscolatura e, dunque, “normale”, mentre i personaggi fin qui citati nascondono i loro “poteri” in corpi tutt’altro che dirompenti.

Come quello, addirittura infantile, di Benoît Brisefer, nato nel 1960 sulle pagine del settimanale per ragazzi belga Spirou. Il protagonista è un ragazzino che vive in una piccola città di provincia, Vivejoie-La-Grande, nell’apparente assenza di un nucleo familiare di qualche tipo (al punto che può decidere di seguire senza problemi per qualche tempo un circo itinerante), a parte lo zio Placide coprotagonista di una storia a tinte spionistiche, ed è terribilmente forte, come recitano ogni volta le didascalie introduttive: compie balzi prodigiosi, corre velocissimo e ha la forza di dieci elefanti.

Da dove gli vengano questi poteri non viene mai spiegato. Si sa soltanto che, al pari di Superman, ha la sua personale kryptonite: gli basta un normale raffreddore per perdere ogni supercapacità.


L’espediente è naturalmente fonte di continue trovate narrative e umoristiche che l’autore, Pierre Culliford, più noto come Peyo, padroneggiava con l’abituale abilità. Purtroppo, distratto dalle altre sue serie di successo, Johan et Pirlouit e soprattutto gli Schtroumpf/Puffi, il fumettista belga ha potuto dedicare poco tempo alla sua originale creazione. Già dalla prima avventura, si limitò a scrivere la storia e disegnare con l’insuperabile grazia i personaggi, mentre si affidò al collega Will per gli sfondi. E, quando questo fu a sua volta assorbito dalle proprie creature (Tiff et Tondu, pochissimo visti in Italia) affidò ad altri il disegno (ad allievi come François Walthéry, Gos e Albert Blesteau, prima in parte e poi in toto) e pian piano anche le sceneggiature (a Yvan Delporte) delle quali continuerà a curare solo i canovacci.

Dell’archetipo segariano, Poldino Spaccaferro (come è stato ribattezzato in Italia sulle pagine del Corriere dei Piccoli) conserva solo i “superpoteri” in corpo insospettabile. Per il resto, le pur piacevolissime storie di Peyo sono lontane anni luce da quelle dell’autore statunitense; si potrebbe dire il genio della razionalità nel primo, contro la surreale follia geniale del secondo.

 

Qui sopra e sotto le locandine del film di Poldino Spaccaferro

Non conosco abbastanza la produzione del Sol Levante e non so dunque se anche a quelle latitudini ci siano stati “figli” o “figlie” di Popeye a replicare e rinnovare l’archetipo, né posso immaginare se in futuro ci saranno altri autori capaci di trovare inedite versioni di esso. I precedenti lasciano sperare che, se così fosse, rischierebbe di essere di nuovo un piccolo o grande successo capace di imprimersi con forza (che dico: con superforza!) nella memoria dei lettori.

4 commenti

  1. In effetti, non serve andare fino in Giappone per cercare altri figli e figlie di Popeye.
    Basta restare nel continente americano.
    Pensiamo alla mamma del montanaro Li’l Abner Yokum di Al Capp, fortissima e pure dotata di doti di veggenza.

    Ma nel continente americano potremmo trovare anche non un figlio, ma un fratello di Popeye.

    Mi riferisco all’argentino Patoruzù, il fortissimo cacique tehuelche creato da Dante Quinterno il 21 ottobre 1928 (una quarantina di giorni prima che Segar creasse Popeye).

  2. Sorry! Volevo dire una quarantina di giorni dopo che Segar creasse Popeye (10 settembre 1928).

  3. Grazie per il contributo. In effetti avevo dimenticato mamma Yokum, “mamma” a tutti gli effetti anche di Nonna Abelarda, se non della Carlomagno (e comunque Jacovitti conosceva benissimo Li’l Abner). Patoruzù lo conosco di nome ma non ho mai letto niente… e ora mi hai incuriosito. 🙂 Ancdrò a cercare lumi in rete. Se appena trovo il tempo, aggiornerò anche l’articolo coi tuoi preziosi suggerimenti (citandoti, naturalmente).

  4. […] quello della famiglia Spaccabue dove aveva debuttato la signora Carlomagno (ne ho parlato qui), poi andata ad arricchire il cast delle storie dei tre P. Per non parlare di strisce e pagine di […]

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