CON LO SLASHER GLI INCUBI DIVENTANO REALTÀ

slasher

Parlare di film slasher (da to slash: tagliare, squarciare, ferire profondamente) oggi non è facile. Questo sottogenere ormai vive di riflessi, un continuo remake, di “già visto” e “già fatto”. L’ispirazione poi, assorbita da fonti esterne, quali romanzi, fumetti e videogame, sicuramente non contribuisce a migliorare la qualità dei film, solo in rari casi merita qualche nota d’interesse. Lo slasher ormai non è più fatto di lame affilate, rumori inquietanti e sane mattanze, ma da effettacci splatter di un efferato sadismo gratuito che vorrebbero andare oltre, tentando di sconvolgere la visione dello spettatore medio, ma che scadono nella più bassa macelleria. Conviene piuttosto ridare una sbirciatina nel passato, recuperando i classici che hanno contribuito a rendere grande questo sottogenere.

Agli inizi degli anni settanta, in America si crea un divario tra l’industria cinematografica delle major hollywoodiane, e le piccole produzioni indipendenti di “serie B”. Queste ultime, essendo produzioni a low budget, tentano una strada alternativa raccontando in maniera critica e feroce il lato oscuro della società americana, quella più conservatrice e rurale.

“Non aprite quella porta” (1974) di Tobe Hooper

 

Non aprite quella porta

Nel 1974, un piccolo film di Tobe Hooper, “Non aprite quella porta” (Texas Chainsaw Massacre), cambia radicalmente la storia del genere horror e la sua evoluzione.

È la storia di un gruppo di allegri sbarbatelli che su un furgoncino Volkswagen si perdono nelle desolate lande del Texas. Cercando aiuto si imbattono in una sadica famiglia di maniaci cannibali, tra cui spicca la mostruosa figura di Leatherface – Faccia di Cuoio, un bestione ritardato mentale armato di motosega e con il volto coperto da una maschera di pelle umana.

Il film è considerato un classico moderno, il primo grande slasher della storia del cinema, fonte d’ispirazione di tre sequel, non altrettanto validi, di un remake nel 2003 (“Non aprite quella porta” di Marc Nispel) e di una versione beginning nel 2006 (“Non aprite quella porta: L’Inizio” di Jonathan Liebesman), che spiega le origini della sadica famiglia. Questi ultimi due prodotti sono più interessanti dei sequel precedenti.
Nel 2013 ci prova John Luessenhop con Non aprite quella porta 3D, un incongruente e pretenzioso sequel del primo film che non ha scatenato grossi entusiasmi né nella critica né nei fan.
L’ultima pellicola che narra le inquietanti vicende della famiglia cannibale Sawyer è del 2017, intitolata lapidariamente Leatherface, diretta dal duo di registi Alexandre Bustillo e Julien Maury, prequel del cult di Hooper, che ha avuto una buona accoglienza.

 

I precursori dello slasher

“Reazione a catena” (1971) di Mario Bava

“Natale rosso sangue” (1974) di Bob Clarke

Diversi critici sostengono che il capostipite del genere slasher non sia da attribuire alla pellicola di Hooper, ma a “Reazione a catena” (1971) del maestro del brivido Mario Bava, e a “Natale rosso sangue” (Black Christmas, 1974) di Bob Clarke.
In effetti il film di Bava contiene scene splatter che hanno ispirato molti film sui maniaci assassini, tra i quali il secondo Venerdì 13 di Steve Miner (“L’assassino ti siede accanto”, del 1981).
Il film di Clarke è uno dei primi horror a utilizzare la ripresa in soggettiva come punto di vista dell’assassino, espediente visivo divenuto nel tempo un cliché del sottogenere slasher.

 

Halloween

“Halloween” (1978) di John Carpenter

Nel 1978, John Carpenter fa scorrere altro sangue, celebrando a modo suo la suggestiva festività di Ognissanti con il fim “Halloween”. Il regista americano dà vita all’inquietante personaggio del maniaco mascherato Michael Audrey Myers.
Rinchiuso sin da bambino in un manicomio criminale per aver commesso un terribile omicidio, Michael, ormai adulto, evade dall’istituto il giorno di Halloween per ritornare a mietere vittime nella sua città natale nella tranquilla provincia americana dell’Illinois, alla ricerca della sorella minore Laurie. Il film ha arricchito il sottogenere, mettendo l’accento sia sul sesso sia sullo splatter più cruento, ingredienti tipici negli slasher che seguiranno.

“Halloween” ha avuto nove sequel. Tra i più riusciti c’è “Halloween II: Il signore della morte” (1981) di Rick Rosenthal; “Halloween III: Il signore della notte” (1982) di Tommy Lee Wallace (montatore del primo capitolo), dove il personaggio di Michael è assente; infine il capitolo sette, “Halloween H20: Vent’anni dopo” (1998), con il ritorno di Jamie Lee Curtis nel ruolo di Laurie Myers/Strode, diretto dal già citato Steve Miner.
La serie è stata ripresa nel 2007 dal musicista/regista Rob Zombie, che ne ha realizzato un affascinante newquel incentrato sull’infanzia di Michael, “Halloween: The Beginnig”, oltre a un secondo capitolo dal titolo “Halloween: H2”, uscito in America il 28 agosto 2009, che però non ha fatto impazzire.
L’ultimo capitolo dedicato all’immortale figura di Michael Myers, “Halloween” del 2018, diretto da David Gordon Green, con la sempre affascinante Jamie Lee Curtis, vuol essere più un tributo che un vero e proprio sequel. Carpenter ha dato la sua approvazione partecipando allo sviluppo del film come consulente e supervisore.

 

Venerdì 13

“Venerdì 13” (1980) di Sean S. Cunningham

Arriviamo nel 1980. Sugli schermi dei cinema di tutto il mondo viene proiettato uno dei capolavori dello slasher movie: Venerdì 13 (Friday 13) di Sean S. Cunningham. Il film costato poco più di 500mila dollari incassa ben 70 milioni, attirando l’attenzione della major Paramount, che inizia a investire sui film dell’orrore per teenagers.

La trama. Una catena di orribili omicidi con armi da taglio sconvolge la vacanza di un gruppo di giovani giunti al campeggio di Crystal Lake. In un clima di crescente orrore i giovani vengono massacrati uno a uno, finché l’unica sopravvissuta, Alice, scopre che dietro l’implacabile maniaco si cela la signora Voorhees, la cuoca del campeggio impazzita dal dolore per la perdita del figlio, un ragazzino ritardato che è annegato nel lago vent’anni prima il giorno di venerdì 13. Con un finale al cardiopalma, che lascia spazio a un seguito, si conclude così il primo capitolo di una saga che conta undici titoli, più un remake uscito nel 2009 diretto dal giovane specialista Marc Nispel, già segnalato come regista del remake di “Non aprite quella porta” (2003).

 

Nightmare – Dal profondo della notte

“Nightmare – Dal profondo della notte” (1984) di Wes Craven

Concludiamo l’elenco dei boogeymen più spaventosi del cinema slasher con l’incubo partorito dal genio di Wes Craven, “Nightmare – Dal profondo della notte” (Nightmare on Elm Street, 1984).
Protagonista della famosa serie è Freddy Krueger, il manutentore-inserviente scolastico pedofilo e assassino della tranquilla cittadina di Springwood. Dopo essere stato scarcerato, ha subito la vendetta dei genitori delle sue vittime che gli danno fuoco nel locale caldaie della scuola. Tempo dopo, lo spirito malefico e vendicativo di Freddy torna negli incubi dei ragazzi scampati alle sue sevizie. Terribilmente ustionato, armato di un guanto artigliato e di un lugubre sarcasmo, Freddy risulta essere una delle figure più accattivanti e di successo del cinema horror di sempre.

I sequel di Nightmare sono sette, il terzo capitolo si collega al primo raccontando l’origine del personaggio, grazie anche al contributo alla sceneggiatura del suo creatore, che ritorna nel capitolo sette nuovamente in veste di regista, ma il film risulta confuso nel suo gioco con il metacinema.
Nel 2010 è uscito anche un reboot/remake del primo capitolo di Nightmare, diretto da Samuel Bayer, una operazione commerciale fine a se stessa che nulla aggiunge al personaggio di Freddy.

 

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