SIN CITY È L’ULTIMO CAPOLAVORO DELLA STORIA DEL FUMETTO?

Sin City

La saga di Sin City abbraccia e in qualche modo definisce gli anni novanta del fumetto americano, gli anni degli eccessi e delle estremizzazioni. Una serie di episodi dove l’esagerazione regna sovrana e la verosimiglianza diventa un disvalore. Tutto è spinto al limite, stravolto, dopato. A cominciare dal vocabolario grafico basato su forti contrasti di bianco e nero mai visti prima, a cui Frank Miller arriva portando al limite le lezioni di due grandi come Will Eisner e Jim Steranko.


Le storie di Sin City si potrebbero essere definite neonoir, dato che l’atmosfera generale si discosta dalla classica narrativa hard boiled pur mantenendo con essa degli agganci ben evidenti.
Questa debordante epopea urbana è stata raccolta in sette imperdibili volumi, guardiamoli da vicino.

Il duro addio – 1991

The Hard Goodbye esce nel 1991 in un numero speciale della rivista Dark Horse Presents, il “5th Anniversary Special”, proseguendo poi nei numeri dal 51 al 62 della rivista regolare. La Dark Horse Comics, nata nel 1986 in Oregon, sin da subito si mette in luce come una casa editrice indipendente con titoli dirompenti e fuori dagli schemi. Finalmente arriva la grande occasione: una piccola casa editrice pubblica l’opera più acclamata del più grande autore di fumetti americano del momento.


La saga inizia con le parole “la notte brucia come l’inferno”, declamate da una voce narrante come nella migliore tradizione della scuola hard boiled, parole contenute in una delle numerose didascalie che costellano l’opera. In una ambientazione notturna come si conviene vediamo i corpi di un uomo e di una donna che si sfiorano nel buio, rappresentati come semplici silhouette. Il sesso è una componente importante in Sin City, una delle forze che muove e che fa agire i personaggi.
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Dopo il sesso ecco che subito arriva la morte a ghermire Goldie. L’uomo si alza e si accorge che la donna con la quale ha appena fatto all’amore è stata uccisa da chissà chi e chissà perché. Non c’è tempo per riflettere nelle pagine di Sin City: sta arrivando la polizia e bisogna scappare.
Il secondo capitolo mette in scena una rocambolesca fuga disegnata in una serie di magistrali sequenze d’azione che tolgono il fiato e termina con Marv, il protagonista, che promette vendetta. Il sesso, la morte e la vendetta: gli ingredienti con i quali viene cucinato Sin City ci sono già tutti.


Nel terzo capitolo Marv pronuncia una frase che sintetizza tutta la filosofia di Sin City: “L’inferno è risvegliarsi ogni dannato giorno che Dio ci ha dato e non sapere perché sei qui”. Nel capitolo quattro troviamo lo splendido personaggio di Nancy, la bellissima ballerina che danzando fa sognare gli avventori del Kadie’s. Miller la rende subito indimenticabile protagonista di una serie di meravigliose vignette nere e mute, dove il suo corpo si muove leggero in un turbinio di luci.


Nel capitolo cinque, quando Marv va a chiedere informazioni a un prete, abbiamo un’altra frase storica: “Chiediti se per il cadavere di una puttana vale la pena di morire”, seguita da una pagina in perfetto stile Steranko con tre “blam” di pistola consecutivi che costituiscono i contorni delle vignette. Nel sesto capitolo, Marv viene pestato e catturato dall’assassino di Goldie.
Nel settimo capitolo riesce a fuggire lottando contro decine di persone. Nell’ottavo capitolo incontra un gruppo di donne, tra le quali c’è anche la sorella della ragazza morta. L’ultimo capitolo è tutto occupato dal pirotecnico finale narrato su livelli di violenza inaudita, che non ha niente da invidiare ai più truculenti film splatter.

Una donna per cui uccidere – 1993

Il secondo episodio, che esce verso la fine del 1993, rimescola gli ingredienti che avevano fatto la fortuna del primo, ponendo però maggiormente l’accento sulla figura della femme fatale: Ava, come la bellissima attrice Ava Gardner. Nel primo capitolo viene introdotta la figura di un nuovo protagonista, un fotografo gentile di nome Dwight, che si presenta con la frase: “Nessuno ammazza nessuno, non finché ci sono io”. La lady dark Ava, seducente protagonista femminile, entra in scena nel secondo capitolo.


Un’apparizione quasi mitologica, con addosso un trench alla Marlene Dietrich in “Testimone d’accusa”, attraverso una nebbiolina di fumo di sigarette in una sequenza di vignette caratterizzate dalle sbavature di tempera bianca sul fondo di inchiostro nero. Nel terzo capitolo è indimenticabile la figura della donna che nel silenzio della notte si erge nuda sul trampolino della piscina con il corpo illuminato da una luna piena gigantesca.

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Dopo essere stato pestato selvaggiamente dalla guardia del corpo di Ava, Dwight si ritrova la donna nuda nella propria camera da letto. Qui avviene un amplesso selvaggio, illuminato dalle strisce di luce che filtrano dalle veneziane abbassate. Nel quarto capitolo Dwight va a cercare Marv, il protagonista del primo episodio, per chiedergli aiuto. Nel quinto capitolo ammazza il marito di Ava, poi quest’ultima prima di sparargli dice “Sapevo di poter contare su di te, il sesso ti ha sempre rimbambito al punto di credere a qualsiasi cosa”.

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Nel sesto capitolo la dark lady seduce anche il tenente di polizia incaricato delle indagini sulla morte del marito. Nel settimo capitolo il protagonista viene curato dalle ragazze della città vecchia. Il capitolo finale ci mostra la resa dei conti, che si conclude con Dwight che uccide Ava quasi senza volerlo. “La pistola abbaia e mi scalcia in mano, la vita abbandona Ava con un sospiro”.

Un’abbuffata di morte – 1994

Il terzo episodio della serie è uno dei più sanguinari. Nel capitolo iniziale si ripropone il personaggio di Dwight mentre litiga con un gruppo di ubriachi guidati da Jackie-Boy che sta molestando una ragazza. Alla fine il gruppo dei molestatori decide di rifugiarsi nella città vecchia. Nel secondo capitolo le ragazze della città vecchia uccidono Jackie-Boy e i suoi amici molestatori, solo per scoprire che si trattava di un poliziotto sotto copertura detto Iron Jack. Il terzo capitolo è una lunga e delirante chiacchierata immaginaria tra Dwight e il cadavere di Jackie-Boy, che si svolge ai limiti della sanità mentale.

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Nel quarto capitolo Dwight affronta una sparatoria contro decine di mercenari che lo vogliono uccidere. Il quinto contiene la solita mattanza finale con i controfiocchi.
Si tratta di un episodio meno riuscito rispetto ai precedenti, la storia non parte mai e per coprire le deficienze narrative si fa un uso sovrabbondante di scene violente e raccapriccianti. Anche il disegno scade di tono diventando meno accurato dopo i fuochi artificiali dei due volumi precedenti.

Quel bastardo giallo – 1996

Con “Quel bastardo giallo” Frank Miller continua la sua personale scoperta dell’orrore in una storia che scava nel profondo. Nel primo capitolo veniamo introdotti a uno dei più bei personaggi di Sin City: Hartigan, un poliziotto circondato da marciume e corruzione.
Un maniaco ha rapito una bambina di undici anni, Nancy Callahan. Per liberarla, Hartigan deve sparare al maniaco figlio di un senatore, menomandolo per sempre.

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Nel secondo capitolo, ambientato su un molo del porto ripreso da qualche numero di Spirit dei bei tempi andati, avviene la resa dei conti tra Hartigan e un poliziotto corrotto di nome Bob. Questi spara al nostro eroe, ma Hartigan non muore. Lo ritroviamo su di un letto d’ospedale in attesa di andare in prigione, mentre la piccola Nancy lo saluta con uno struggente “Ti amo”.


Basterebbero questi due capitoli a fare di questo episodio un capolavoro, ma Miller non si ferma. Nel terzo capitolo si raccontano gli otto lunghi anni passati in prigione dal protagonista, confortato solamente dalle lettere che Nancy gli scrive ogni giovedì. Fino al giorno in cui invece della solita lettera Hartigan riceve una busta con un dito di donna dentro. Nel quarto capitolo il protagonista esce finalmente di prigione, inseguito da un tizio dalla pelle giallastra, il figlio maniaco del senatore che aveva storpiato. Hartigan va al Kadie’s giusto in tempo per assistere allo spettacolo della piccola ormai decisamente cresciuta: scopriamo così che è la stessa Nancy del primo episodio della serie.
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Nel quinto capitolo Hartigan realizza che qualcuno lo sta seguendo per prendere Nancy, allora scappa assieme a lei fino a un motel dove lei gli dichiarerà il suo amore. Nel capitolo finale succede veramente di tutto, in una fantasmagorica successione di eventi, mentre la tensione continua a crescere senza sosta fino alla vignetta conclusiva. Il bastardo giallo è riuscito a catturare Nancy e Hartigan, ha messo un cappio al collo del nostro eroe e lo ha attaccato al soffitto per impiccarlo, mentre trascina Nancy in un posto chiamato La Fattoria per torturarla.

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Hartigan riesce a liberarsi e, sebbene ferito, in una sequenza bellissima, che sia nella potenza grafica sia nella impressionante epicità ricorda il finale di “Fronte del porto”, si trascina fino al penultimo atto della vicenda mozzafiato dove uccide il bastardo giallo. Ma non finisce qui. Consapevole che finché sarà vivo qualcuno cercherà di vendicarsi di lui attraverso Nancy, Hartigan va oltre l’amore, allontana Nancy e, in una sequenza ripresa poi nel finale di “Gran Torino” di Clint Eastwood, si uccide.

Affari di famiglia – 1997

Affari di famiglia, a differenza delle altre storie della serie di Sin City, non è stata serializzata su testate mensili per poi essere raccolta in volume, ma è stata pubblicata subito come graphic novel di 128 pagine nell’ottobre 1997. La storia ripropone il fortunato personaggio di Dwight McCarthy, protagonista di un episodio che si barcamena tra stereotipati mafiosi e piccole ninja letali (ritorna l’ossessione di Elektra, il personaggio creato da Frank Miller per Devil). L’intreccio è piuttosto confuso e non riesce mai a coinvolgere il lettore fino in fondo.

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Il disegno si arricchisce di una serie di tratteggi che invece di aumentarne l’accuratezza ne smorzano la potenza evocativa. C’è il solito campionario di sordidi bar, donne di malaffare e cromatissime auto anni cinquanta, ma qualcosa continua a non funzionare. Neppure la sarabanda finale con la piccola ninja Miho, che compie un vero e proprio massacro di mafiosi in pieno stile “Kill Bill”, riesce a risollevare il lettore.

Alcol, pupe & pallottole – Anni vari

Alcol, pupe & pallottole raccoglie undici racconti brevi pubblicati originariamente dal comic book antologico Dark Horse Comics.
Diciamo subito che la dimensione del racconto breve non si addice particolarmente a Frank Miller, che ha bisogno di tempi dilatati per dispiegare la sua potenza narrativa. Troviamo in queste storie brevi alcuni tra i consueti protagonisti della saga di Sin City come Marv e Dwight, assieme a personaggi nuovi di zecca come Palla di Lardo, Bamboccetto e Delia.


Le storie che hanno per protagonista Marv (“Un Sabato Notte come Tanti”, “Notte silente”) sono dei divertissement che poco aggiungono alla tormentata psicologia del personaggio. In “La cocca di papi” Miller affronta con ironia il tema dell’incesto.
Le storie più interessanti sono quelle che hanno come protagonista Delia, una sensuale femme fatale, dall’abito e dagli occhi azzurri (“Occhi azzurri”, “Deviazione sbagliata” e “Binario sbagliato”). Dietro un’apparenza dolce e indifesa si cela in realtà una spietata assassina, che, come una mantide religiosa, prima di uccidere le proprie vittime fa sesso con loro.

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La migliore delle tre storie, “Deviazione sbagliata”, è ambientata sotto la pioggia. “La pioggia è un problema solo se non vuoi bagnarti”, è l’ennesima frase ambigua che Frank Miller mette in bocca a una delle sue dark lady. Lei è bellissima, un’esplosione di curve fasciate a stento da un vestitino blu, colorato anche se la serie è in bianco e nero. Sdraiata sul ciglio della strada rischia di essere investita dalla Studbaker che procede nervosa sotto la pioggia torrenziale. In questo episodio Frank Miller inserisce tutto l’armamentario grafico caratteristico di Sin City: l’inchiostro nero che invade le vignette fino a coprire ogni angolo, le chiazze bianche di luce accecante, le macchine che sembrano volare tanto sono veloci, i corpi smisurati dei protagonisti.
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Ma questa storia si concentra particolarmente sulla pioggia, che come tutte le altre presenze di Sin City è eccessiva. Non sono più gocce, sono diventate delle lame di luce che fendono il buio della notte. Strisce di inchiostro bianco fittamente accoppiate le une alle altre. Quella che scende dal cielo nero della città del peccato non è più nemmeno acqua, sono lapilli di lava incandescente che eruttano selvaggiamente attraverso la pagina per abbattersi sui corpi avvinghiati di un uomo e di una donna.

All’inferno e ritorno – 1999

L’ultimo capitolo è anche il più deludente. Il disegno ha perso gran parte della magia iniziale. Le tavole appaiono poco curate e in alcune parti tirate via, prefigurando lo stile de “Il Cavaliere Oscuro colpisce ancora”. Rimangono solo i forti contrasti di luce, tanto che spesso Miller si compiace di costruire tavole con vignette senza sfondo galleggianti nel nero. Le pagine in totale sono 296, così che questo episodio risulta il più lungo della serie.

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La narrazione perde di fluidità per l’inserimento di troppe splash page, le quali spesso lasciano l’impressione che si tratti di studi di personaggi o bozze inseriti al solo scopo di allungare il brodo.
Questa volta la storia ha come protagonista il nuovo personaggio di Wallace, disegnatore e veterano di guerra che salva la bella Esther dal suicidio. La donna finisce per essere rapita e Wallace dovrà compiere un viaggio “All’inferno e ritorno” per salvarla. In soldoni la trama potrebbe essere descritta come un ragazzo eroico salva una damigella in pericolo, il che non costituisce il massimo dell’originalità.

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Interessante l’inserimento nella storia del personaggio di Delia, che già i lettori conoscono grazie ai tre racconti brevi di “Alcol, pupe & pallottole”. Miller crea una situazione bizzarra poiché quello che dice Delia sembra credibile, ma i lettori che l’hanno già vista nelle storie precedenti sanno che sta mentendo spudoratamente perché si tratta di un’assassina. Il brivido di saperne di più del protagonista prosegue fino al momento del colpo di scena: non è Delia a uscire allo scoperto, ma Wallace che rivela di aver capito sin dall’inizio che la donna gli stava mentendo, gabbando così il lettore convinto di trovarsi in una posizione di superiorità.

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L’episodio contiene 26 pagine a colori allucinogene e visionarie, dove compaiono icone della cultura pop come Rambo, l’ispettore Callaghan, il vichingo Hagar e Hellboy, ma anche diversi personaggi su cui lo stesso Frank Miller ha lavorato come Leonida di Sparta, Capitan America, Elektra, Martha Wahington e il droide Ed-209 di Robocop.
Nel finale Wallace e Esther, finalmente lontani da ogni pericolo, decidono di cambiare vita per trovare la tranquillità lontani da Sin City. “Questa città marcia, a chilometri di distanza alle nostre spalle, si dissolve nella memoria”.

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