SIAE, LA MUSICA CHE CONTA È OLTRE IL MONOPOLIO

SIAE, LA MUSICA CHE CONTA È OLTRE IL MONOPOLIO

Il pesce puzza sempre dalla testa. Non vuole essere un incipit a effetto come nel pezzo di Michele Monina, ma forse l’ultima battuta alle sue considerazioni che rafforzano le tesi assolutamente condivise di Piero Negri sulle motivazioni da addurre al decadimento della musica pop italiana.
È troppo semplice puntare il dito dritto al petto della televisione come alle major discografiche: sono solo il capro espiatorio di un problema ben più grande e del quale solamente negli ultimi mesi si sta prendendo coscienza, ovvero l’esigenza di liberalizzare la gestione del mercato dei diritti d’autore.
La Siae è la madre del declino musicale nazionale? Sì, lo è. E con un peso maggiore rispetto ai talent show.

Chiunque pensi che l’industria di meteore con le loro canzonette possa andare in fallimento, riducendo fino alla loro soppressione i programmi che fagocitano presunte nuove proposte, cade nell’errore grossolano dei più: dietro ogni artista legato alle grandi etichette discografiche c’è una produzione che vanta autori iscritti naturalmente alla Siae che, come noto, nel suo sistema poco trasparente delle ripartizioni, privilegia i più ricchi.
Ebbene, solamente liberalizzando la gestione del mercato dei diritti d’autore, e salvaguardando con gli opportuni provvedimenti i professionisti di settore, si può pensare di alzare concretamente il livello della produzione musicale nazionale. Cioè dando maggiore spazio e respiro più ampio alla musica cosiddetta “dal basso”, indipendente o autoprodotta, legata a etichette discografiche minori o alle netlabel, con la conseguente e positiva incidenza del fattore qualità nel mercato discografico e nella musica dal vivo.

La buona musica italiana, la musica che conta, esiste perché è lontana dai canoni stereotipati della musica commerciale ed è libera nell’espressione; certamente più ricercata tanto nel sound quanto nella semantica dei testi. Qualcuno la classifica come musica di nicchia, ma forse sarebbe meglio definirla musica fatta con criterio.

Per quanto riguarda la liberalizzazione del monopolio Siae, si può ben dire che ormai è cosa fatta, nonostante il ministro Franceschini si sia duramente opposto a procedere in questo senso e con il rischio di incorrere nella sanzione, considerato il mancato recepimento della Direttiva 2014/26/UE (la cosiddetta Direttiva Barnier): dopo l’interpellanza che ha fatto molto discutere surriscaldando gli animi (soprattutto della Siae e dei suoi sostenitori), presentata dalla senatrice Serenella Fucksia e sottoscritta da 64 colleghi di diverse formazioni politiche, la Commissione Politica europea del Senato, il 22 giugno scorso ha approvato un ordine del giorno presentato dal senatore Pietro Ichino che impegna il governo a intervenire “nella direzione dell’apertura dell’attività di intermediazione ad altri organismi di gestione collettiva”, vale a dire le società concorrenti della Siae.

Come detto, ciò non basta: per incentivare la produzione discografica si rende necessario normare con i dovuti provvedimenti le figure professionali nel settore musicale affinché la musica possa essere intesa quale attività lavorativa, perché la musica è lavoro.
In questa direzione ci è dato sapere che si muoverà l’onorevole Walter Rizzetto, vicepresidente Commissione Lavoro alla Camera dei Deputati, come da lui stesso annunciato in seno alla conferenza stampa citata.

La ricetta? Liberalizzare la gestione dei diritti d’autore abolendo il monopolio Siae.
Più musica dal vivo agevolando perciò gli esercenti, le associazioni, le pubbliche amministrazioni. Più incentivi alla produzione discografica autoprodotta e indipendente.
Ma soprattutto (e qui mi rivolgo ai colleghi musicofili in generale) meno marchette quando si scrivono recensioni, e soprattutto recensioni redatte con competenza e cognizione di causa.

Speaker radiofonica, blogger, ghostwriter, social media strategist, attivista

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