SERGIO CORBUCCI DA DJANGO ALLE COMMEDIE

Sergio Corbucci

La storia del cinema italiano può essere letta in varie maniere, privilegiando i grandi autori, oppure i generi minori, in passato guardati con diffidenza e riscoperti negli ultimi anni. È un dato di fatto che la commedia sia la vera dominatrice, da sempre, delle nostre produzioni, e che resista allo scorrere delle stagioni e ai mutamenti del costume.
Uno dei registi che ha legato il proprio nome al genere brillante è Sergio Corbucci. Analizzandone la filmografia tuttavia si nota che in vari casi Corbucci ha accentuato il contenuto comico e farsesco delle sue opere, o quello sexy, come altri registi a cui può essere accostato (Steno, Pasquale Festa Campanile, Giorgio Capitani).
Ritenuto meno “nobile” di altri maestri della commedia italiana (Risi, Scola, Monicelli), Corbucci ha lavorato sul materiale di base forse con scarsa precisione (antropologica, sociale, politica) e prendendosi casomai la libertà di mischiarlo a soggetti avventurosi, gialli, fantasy, western. Oltretutto di spaghetti-western “seri” ne ha girati un buon numero, e alcuni sono tra i più riusciti, tanto da essere considerato uno dei maestri del genere.
Il cinema di Corbucci non è stato probabilmente studiato quanto avrebbe meritato, senza contare che potrebbe essere preso come esempio di (mirabile) cinema popolare, con pregi e difetti, ma realizzato sempre con grande mestiere. A tal proposito citiamo la testimonianza di Nori Corbucci, moglie del regista, estratta dal documentario “L’uomo con la bara” (Cinema Bis Communication, a cura di Manlio Gomarasca): “Viveva il suo lavoro con enorme distacco … sapeva perfettamente di fare delle cose di largo consumo. Diceva: come c’è Dostoevskij, c’è pure quello che scrive i fumetti. Ecco, io sono uno che scrive i fumetti”.
Fumetti di cui, tra l’altro, era un appassionato collezionista. Un autore tanto modesto non può che meritare un omaggio, e vogliamo farlo attraverso 15 sequenze di film scelti tra gli oltre sessanta che ha diretto.

Corbucci nasce a Roma il 6 dicembre del 1927 e muore sempre nella capitale il 1 dicembre del 1990. Si avvicina al cinema subito dopo la guerra grazie soprattutto a Enzo Trapani, il futuro maestro del varietà televisivo, che lo vuole come aiuto-regista sul set dei film Lebbra bianca e Turri il bandito, entrambi del 1950.
L’esordio dietro la macchina da presa avviene nel 1951 e per tutti gli anni cinquanta il giovane regista dirige una serie di film oggi poco ricordati, più drammatici che comici. Piuttosto riuscito è Suonno d’ammore, del 1955, ambientato in una cittadina di mare della provincia di Napoli. Tra canzoni e vicende sentimentali c’è spazio per un intreccio quasi noir, con un boss del paese che cerca di incolpare il protagonista (Achille Togliani) di usare gli esplosivi per pescare. Altrettanto interessante è I ragazzi dei Parioli, girato nel 1959. Due ragazzi della Roma bene vogliono approfittare di una coppia di aspiranti attrici spacciandosi per produttori di successo. Di particolare rilievo le sequenze in cui i giovani protagonisti inscenano una finta, giocosa sparatoria (anticipando così i futuri western del regista). Il finale vagamente cinico ma geniale è tra i migliori del cinema di Corbucci.

Alberto Sordi e Sergio Corbucci

Nel 1960 avviene l’incontro che dà una svolta alla carriera di Corbucci. In quell’anno infatti dirige Totò in Chi si ferma è perduto, che vede il comico napoletano nei panni di Antonio Guardalavecchia, ragioniere presso una ditta di trasporti. In perenne competizione con il collega Giuseppe Colabona, ambiscono al posto di capo ufficio. I due, saputo dell’arrivo dell’ispettore che deciderà a chi assegnare la mansione, fanno di tutto per ingraziarselo.

Una parodia de La dolce vita è Totò, Peppino… e la dolce vita, del 1961, ambientato ovviamente nei luoghi del film di Fellini, come via Veneto. Il segretario comunale Peppino Barbacane arriva a Roma per controllare il cugino Antonio, incaricato di corrompere alcuni politici per far deviare un tratto autostradale e dedito invece ai piaceri notturni. Prodotto da Gianni Buffardi, avrebbe dovuto dirigerlo Camillo Mastrocinque, uno dei registi di fiducia di Totò, che girò un paio di scene e poi per contrasti con la produzione abbandonò il set. Totò scelse Corbucci per sostituirlo, anche perché riteneva che conoscesse abbastanza bene la vita notturna romana per poterla raccontare.

Sempre nel 1961 dirige Totò e Vittorio De Sica nel film I due marescialli, che si svolge durante l’occupazione tedesca. Divertente soprattutto nella prima parte, racconta di un ladro, Antonio Capurro, che ruba la divisa del carabiniere Vittorio Cottone, il quale si vede a sua volta costretto a indossare la tonaca utilizzata da Capurro. Il finto carabiniere inizialmente collabora con i tedeschi ma finisce per ribellarsi e viene condannato a morte. Un curioso aneddoto legato all’attività di Corbucci regista “di” Totò lo racconta la moglie nel suo libro Ciak, motore, azione: Antonello Trombadori, un autorevole critico d’arte, esponente politico importante degli anni settanta e grande appassionato di cinema, nell’incontrare Federico Fellini e Sergio Corbucci in via Margutta, fece una sorta di inchino al primo, che Fellini però gli rimandò indietro: “Guarda che devi inchinarti piuttosto a Corbucci, perché sarà di Totò che si parlerà sempre, anche di Franco e Ciccio, e quindi anche di Corbucci. Di Federico Fellini non lo so”.

Il miglior film tra quelli con Totò è senza dubbio Il monaco di Monza, del 1963. Totò veste i panni del ciabattino Pasquale Cicciacalda che, dopo la morte della moglie Provvidenza, deve occuparsi dei dodici figli. Assillato dai creditori, decide di farsi passare per monaco cercatore e comincia a girare le contrade insieme ai bambini (chiamati appunto i figli della Provvidenza), chiedendo la carità. Dopo che a loro si è unito il pastore Mamozio, altrettanto indigente, arrivano al castello del Marchese Egisto de Lattanzis. Costui tiene prigioniera la vedova del fratello, donna Fiorenza, cercando di costringerla a sposarlo. Sul rapporto tra il regista e il Principe della risata lo studioso Massimiliano Scuriatti, nel libro E io lo nacqui – Totò, o l’arte della commedia bassa (Bietti 2005) afferma che “Corbucci darà prova di grande sensibilità umana e professionale nei riguardi di Totò e del suo metodo creativo, al quale accorderà tutta l’autonomia espressiva di cui l’attore necessitava”.

Alla maggior parte dei film di Corbucci ha collaborato come sceneggiatore il fratello Bruno, anch’egli prolifico e fantasioso regista. Ha dato il suo contributo, insieme a Giovanni Grimaldi, persino al notevole horror gotico Danza macabra, del 1964. Va detto però che in questo caso Corbucci girò solo poche scene, sostituito poi dietro la macchina da presa da Antonio Margheriti. Affascinante il soggetto: un giornalista incaricato di intervistare Edgar Allan Poe accetta la scommessa di trascorrere la notte del 2 novembre in un castello infestato.

Un reduce dell’esercito nordista di nome Django, che si trascina dietro una bara dove custodisce una mitragliatrice, arriva in un paese fantasma dove comanda il maggiore Jackson. Django uccide quattro dei suoi uomini, e Jackson promette di fargliela pagare. In un’intervista fattagli qualche anno fa Ruggero Deodato, alla richiesta di definire con un aggettivo i registi dei quali era stato l’aiuto, per Sergio Corbucci usò quello di “crudele”. Riferendosi, ovviamente, alle scelte artistiche. Django, il suo western più celebre, realizzato nel 1966, è certamente un film in cui la messa in scena della crudeltà assume una parte di rilievo nella narrazione. Fu lo stesso Corbucci a dichiarare senza mezzi termini quali erano state le sue intenzioni, come riportato nel libro di Marco Giusti, Dizionario del western all’italiana (Mondadori, 2007): “Mi ero messo in testa di girarlo alla mia maniera, con crudeltà, esagerazione, fango, schifezze, morti a raffica, per contrappormi a Leone”.

Tra i western più spettacolari e memorabili di Corbucci va annoverato Vamos a matar compañeros, del 1970. Il mercante d’armi chiamato lo Svedese si allea con il messicano El Basco per far evadere uno dei leader della rivoluzione messicana. Grandioso il finale e straordinarie come al solito le musiche del maestro Ennio Morricone. Stefano Della Casa, sulle pagine della rivista Nocturno Cinema (anno IV, n. 9, marzo 1999) ha scritto: “Non sarà il miglior western, ma è il miglior esempio di quanto il sessantotto sia penetrato negli strati più popolari e perché, quando i cortei stavano per scontrarsi con la polizia, mi veniva sempre in mente la scena finale e la musica del film”.

Ancora sulle pagine di Nocturno Cinema (anno III, n. 5/6 febbraio 1998) Aldo Fittante riporta che “solo l’allora influente deputato del Partito comunista, nonché romanista di fama, Antonello Trombadori, capirà a fondo” Er Più – Storia d’amore e di coltello, del 1971. Ambientato nel quartiere trasteverino alla fine dell’Ottocento, è incentrato sulle avventure, non proprio a lieto fine, del giovane bullo Ninetto (impersonato da Adriano Celentano), accusato ingiustamente d’omicidio.

Di che segno sei? (1975), è il primo film a episodi diretto da Corbucci (Gli onorevoli, del 1963 può essere considerato tale solo in parte). I quattro segmenti sono intitolati come gli elementi astrologici e Corbucci vi dirige alcuni dei suoi attori di riferimento. In Acqua Paolo Villaggio è un pilota nautico convinto di essere sul punto di cambiare sesso. In Aria Adriano Celentano partecipa a una gara di ballo con Mariangela Melato. Protagonista del migliore dei quattro episodi, Terra, è il muratore Renato Pozzetto, che per una serie di fortunate circostanze passa la notte con l’amante (Giovanna Ralli) di un conte (Luciano Salce). Fuoco, infine, vede Alberto Sordi tornare a vestire i panni di uno dei suoi personaggi simbolo, il Nando Mericoni di Un americano a Roma (diretto da Steno nel 1954), diventato nel frattempo una guardia del corpo sin troppo ligia al suo dovere.

Alcuni dei personaggi più riusciti del cinema di Corbucci sono tendenzialmente solitari o hanno comunque un rapporto conflittuale con gli altri, e per questo motivo in vari casi finiscono per essere sradicati e costretti a un perenne movimento (da Il monaco di Monza a Django). Un solitario, anche se ovviamente non per scelta, è il protagonista del film del 1976 Il signor Robinson – Mostruosa storia d’amore e d’avventura, poco compresa versione comica del celebre romanzo di Daniel Defoe Robinson Crusoe. Robinio (Paolo Villaggio), perfetto esempio di ingranaggio della società consumistica e quindi nevrotico, durante una crociera con la moglie finisce naufrago su un’isola deserta. Nonostante senta la mancanza della civiltà, si adatta alla sua nuova condizione, anche grazie all’incontro con una bellissima indigena (Zeudi Araya).

Una figura ricorrente nel cinema di Corbucci è la donna enigmatica e dolente, con un vissuto travagliato e problemi esistenziali. È così in Ecco noi per esempio…, del 1977 che, nonostante sia una commedia, ha un sottofondo amaro e malinconico. Rappresenta oltretutto il tentativo, riuscito solo in parte, di raccontare la società di quegli anni. Un aspirante poeta, Palmambrogio, arriva a Milano con lo scopo di trovare un editore per il suo manoscritto. Conosce il fotografo Anton Matteo detto Click, perennemente squattrinato e deciso a realizzare lo scoop che possa cambiargli la vita. Delle suddette figure femminili ce ne sono ben tre. La più interessante è la sfuggente Ludovica (interpretata da Barbara Bach), amante di Click e di cui si invaghisce Palmambrogio.

A Napoli un violinista, Raffaele Capece, affetto dalla poliomielite, lavora come suonatore nei ristoranti. Per rimediare ai debiti di gioco del padre si ritrova invischiato in un’intricata vicenda di ricatti e omicidi. Giallo napoletano, del 1978, è uno dei film in cui la multiforme personalità creativa di Corbucci emerge con maggiore evidenza, riuscendo a condensare gli intrecci gialli di stampo anglosassone (ma anche qualche riferimento a Dario Argento e al thriller di casa nostra) e la commedia italiana più verace e folcloristica. Come scrisse Tullio Kezich: “Anche se la spiegazione finale è un po’ convulsa e sacrifica lo spazio di alcuni personaggi, il film è divertente. Corbucci ne annuncia il tono fin dalla prima immagine, che vede accoppiati i ritratti di Hitchcock e di Totò, e rimane fedele all’assunto”.

Nella sua carriera Corbucci ha diretto praticamente tutti i nomi di punta del nostro cinema brillante. In particolare sono ben sette i titoli con Totò e Villaggio, sei quelli con Celentano, cinque con Pozzetto, e poi Peppino De Filippo, Manfredi, Dorelli, Sordi, eccetera. Non potevano quindi mancare Bud Spencer e Terence Hill. Tanto più che Corbucci è stato uno dei primi registi italiani a utilizzare delle scazzottate in chiave comico/avventurosa nel finale del già citato Il monaco di Monza, anche se nel film con Totò a suonarle ai cattivi sono delle atletiche monache guidate da Moira Orfei. In Pari e dispari (1978), Terence Hill e Bud Spencer interpretano i fratelli Johnny e Charles, alleatisi contro una banda di giocatori d’azzardo.

Come già accennato a proposito di Ecco noi per esempio…, le commedie di Corbucci non sono quasi mai scanzonate, raramente mirano alla risata liberatoria, dal momento che personaggi e situazioni hanno in genere un sottotesto affatto divertente. Capita lo stesso in Questo e quello, altro film a episodi di un certo rilievo del 1983 sceneggiato insieme a Bernardino Zapponi. Nel primo, intitolato Questo… amore impossibile, Renato Pozzetto è il fumettista hippy Giulio, che attraversa una crisi creativa. Quando conosce la bellissima bionda Lucy (Janet Agren) ritrova l’ispirazione, salvo poi scoprire che la ragazza è stata ingaggiata dal suo editore. In Quello… dal basco rosso, lo scrittore Alessandro (Nino Manfredi) incontra alle terme una donna con la quale anni prima ha avuto una relazione e la cui figlia adolescente (Desiree Becker) da bambina è stata innamorata di lui.

Sono un fenomeno paranormale, del 1985, è una commedia interessante soprattutto perché ironizza con una serie di trovate plateali, ma gustose, su un genere che in quegli anni andava per la maggiore come il fantasy. Ed è chiaramente scritta su misura per la strabordante personalità di Alberto Sordi, che qui è il giornalista televisivo Roberto Razzi, sempre pronto a smascherare maghi truffatori e ciarlatani vari. Recatosi in India, dopo un incidente si risveglia dal coma con poteri paranormali. Tra gli sceneggiatori, oltre a Sordi, Bernardino Zapponi e lo stesso regista, figura Gianni Romoli, che aveva iniziato a collaborare con Corbucci due anni prima per il film Bello mio, bellezza mia, il quale ricorda così l’inizio del rapporto artistico: “In quell’occasione ho conosciuto Sergio Corbucci con il quale ho cominciato una collaborazione basata sulla stima reciproca e da parte mia sul divertimento di scoprire il mestiere, l’artigianato, la macchina” (Matilde Hochkofler, La teoria e la pratica, Altrocinema n. 2/3, maggio 1998).

Girando Roba da ricchi, del 1987, Corbucci cercò di bissare il successo ottenuto qualche mese prima da Rimini Rimini. Gli episodi sono solo tre, ma tornano alcuni degli interpreti, come Laura Antonelli, Maurizio Micheli, Paolo Villaggio e Serena Grandi, questi ultimi ancora una volta accoppiati nell’episodio in cui un maldestro assicuratore viene sedotto da una delle sue clienti, che vuole eliminare il marito e intascare l’assicurazione. Gli altri episodi vedono Lino Banfi nel ruolo di un imprenditore fedifrago messo nel sacco dalla moglie e dal di lei amante, e Renato Pozzetto in quello di un prete che somiglia all’uomo dei sogni di una bella principessa. Probabilmente deluso dal risultato, Corbucci fece in un certo senso ammenda in un’intervista rilasciata a Mino Guerrini su Epoca: “I film comici sono alla fine, la loro stagione è alla fine, io stesso non ne farò più”.

Filmografia completa di Sergio Corbucci

Salvate mia figlia (1951)
La peccatrice dell’isola (1952)
Terra straniera (1952)
Carovana di canzoni (1954)
Baracca e burattini (1954)
Acque amare (1954)
Suonno d’ammore (1955)
Suprema confessione (1956)
Il ragazzo dal cuore di fango (1957)
I ragazzi dei Parioli (1959)
Chi si ferma è perduto (1960)
Romolo e Remo (1961)
Maciste contro il vampiro (co-regia Giacomo Gentilomo, 1961)
I due marescialli (1961)
Totò, Peppino e… la dolce vita (1961)
Lo smemorato di Collegno (1962)
Il giorno più corto (1962)
Gli onorevoli (1963)
Il monaco di Monza (1963)
Il figlio di Spartacus (1963)
Massacro al Grande Canyon (1965)
I figli del leopardo (1965)
Minnesota Clay (1965)
Navajo Joe (1966)
Johnny Oro (1966)
L’uomo che ride (1966)
Django (1966)
Bersaglio mobile (1967)
I crudeli (1967)
Il grande silenzio (1968)
Zum Zum Zum – La canzone che mi passa per la testa (co-regia Bruno Corbucci, 1968)
Il mercenario (1968)
Gli specialisti (1969)
Vamos a matar compañeros (1970)
Er più – Storia d’amore e di coltello (1971)
La banda J. & S. – Cronaca criminale del Far West (1972)
Che c’entriamo noi con la rivoluzione? (1973)
Il bestione (1974)
Di che segno sei? (1975)
Il bianco, il giallo, il nero (1975)
Bluff – Storia di truffe e di imbroglioni (1976)
Il signor Robinson, mostruosa storia d’amore e d’avventure (1976)
Tre tigri contro tre tigri (1977) (co-regia con Steno)
Ecco noi per esempio… (1977)
La mazzetta (1978)
Giallo napoletano (1978)
Pari e dispari (1978)
Non ti conosco più amore (1980)
Poliziotto superpiù (1980)
Mi faccio la barca (1980)
Chi trova un amico trova un tesoro (1981)
Il conte Tacchia (1982)
Bello mio, bellezza mia (1982)
Sing Sing (1983)
Questo e quello (1983)
A tu per tu (1984)
Sono un fenomeno paranormale (1985)
Roba da ricchi (1987)
Rimini Rimini (1987)
I giorni del commissario Ambrosio (1988)
Night Club (1989)
Donne armate (film-tv, 1990)

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