LE SCUOLE DI REDAZIONE E TRADUZIONE SONO DAVVERO UTILI?

correzione bozze

Oggi che nell’editoria libraria e periodica nessuno trova più lavoro (pagato), proliferano le scuole di editoria: dovrebbero insegnare a tradurre, a redazionare, a correggere le bozze, a volte a trattare per i diritti d´autore, a mettere insieme una grafica decente, eccetera.

Sono spesso costosissime, i prezzi vanno dai 3mila ai 6mila euro per qualche decina di ore di corso. Gli insegnanti sono perlopiù quelle persone che hanno perso il loro lavoro editoriale, magari dopo trenta o quarant´anni, e che non sanno più come pagare le bollette. Questo significa che gli insegnanti sono spesso ottimi, inoltre immagino che essendo corsi universitari siano ben progettati; tuttavia penso che sia il concetto stesso di scuola di editoria a essere sbagliato, mi sembra un paradosso quantistico: a fare i libri si impara, ma insegnare a farli è quasi impossibile. (E poi dovrebbe dare da pensare il fatto che i propri eccellenti professori sono disoccupati dirottati). Fino a una quindicina di anni fa nessuno delle decine di migliaia di traduttori e curatori che dall’invenzione della stampa (se non prima) ha fatto i libri, ha mai frequentato una scuola specifica.

Un buon redattore sa quando c’è un problema in un testo ancor prima di saperlo: mentre legge le bozze, improvvisamente qualcosa non gli torna, e controlla, e trova un errore, una imprecisione, una sciocchezza sfuggita all’autore o al traduttore, che sia di contenuto o di svista, come un nome scritto con grafia diversa a distanza di cento pagine. Un buon redattore non è un mago, ma è una persona che ha letto molto e con interesse, che si interessa a ciò che lo circonda. Magari non ricorda tutti i libri che ha letto e le cose che ha visto e sentito, ma la sua testa sì, e la sua testa si allarma quando si accorge di qualcosa in dissonanza con ciò che sa pur senza consapevolezza di saperlo. Come fa una scuola di editoria a riempire una zucca vuota di contenuti? E se uno non si è letto montagne di libri scritti e stampati bene, come fa ad avere dimestichezza con la lingua di cui si occupa e con il libro come oggetto?

E non solo: un buon redattore è una persona che non segue le mode, che non sta ad ascoltare gli altri, pensa con la propria testa, non si fida di nessuno, anzi diffida di qualsiasi cosa gli sia detta e la verifica. È perlopiù una persona solitaria se non proprio sola, spesso utilmente ossessiva. È improbabile se non impossibile che un ragazzo di quelli che vivono in gruppo, che si scambiano messaggi senza sosta su WhatsApp, che non riescono a passare due giorni da soli senza annoiarsi, che non leggono né libri né fumetti né l’etichetta dell’acqua minerale aspettando la pizza, né guardano la televisione, che non hanno hobby apparentemente bislacchi – è improbabile che un ragazzo del genere possa occuparsi di libri.

Raccogliendo materiale iconografico per questo articolo ho scoperto che in molte acque minerali italiane non c’è più lo stronzio. Ci sono rimasto male.

LE SCUOLE DI REDAZIONE E TRADUZIONE SONO DAVVERO UTILI? - acqua minerale senza stronzio
Le scuole di editoria cercano di insegnare in un anno o due quello che una persona intelligente e dotata di una certa cultura impara in due ore – io ho imparato in due ore i trucchi del mestiere. Ho visto gente fresca di diploma lasciar passare boiate come l’apice dell’apogeo, che vuoi dir loro? Certo, in questa società attuale nella quale il metodo astratto vale più delle qualità personali, questa può apparire una affermazione poco degna di fede, ma voi preferireste farvi operare da un chirurgo che ha sì tecnica, ma soprattutto intuizioni brillanti, ed è intelligente – tipo dottor House – o da uno che compara le analisi cliniche con il manuale di istruzioni e che se qualcosa va storto si limita a redigere garbatamente il vostro certificato di morte?

Non fare corsi non vuole ovviamente dire non imparare da chi ne sa di più. Quando dovetti progettare una nuova collana in piccolo formato decisi di copiare pari pari la bella impostazione della pagina dei volumetti pubblicati negli anni Sessanta dalla tedesca Bärenreiter: formato, dimensione della gabbia, margini. Anche se la dimensione del font era diversa, il risultato fu comunque molto buono, grazie al progetto originale realizzato da un grafico molto capace. Decisi di spostare al centro il numero di pagina perché con un corpo così grande, a lato avrebbe attirato troppo l’occhio distraendo la lettura. (A destra la pagina originale, a sinistra la mia).

LE SCUOLE DI REDAZIONE E TRADUZIONE SONO DAVVERO UTILI? - Progetto grafico di Andrea Antonini, Berlino
Tutto questo bel discorso vale anche per le scuole per traduttori: gli intellettuali di professione vogliono far credere che la letteratura sia qualcosa di sublime, che una parola piuttosto che un’altra possa alterare gli equilibri cosmici. Ecco dunque che in queste scuole, le traduzioni degli alunni molto paganti sono analizzate e confrontate con quelle dei maestri della traduzione, spesso poveri Cristi che volentieri avrebbero fatto altro, avessero potuto. Un sacco di pippe mentali, i libri alla fin fine sono sempre tutti uguali, le frasi sono sempre le stesse, anche le trame inevitabilmente si somigliano tutte o perlomeno si incrociano.

Un tempo capitava spesso che i lettori correggessero personalmente sulla propria copia i refusi sfuggiti al correttore di bozze. Qui il lettore dei tardi anni Cinquanta si è accorto che al posto di una R in caratteri Fraktur𝕽 c’era una N, vagamente simile: 𝕹, e ha corretto diligentemente.

Testo corretto da lettore

Scrivere un libro (vedi qui il mio breve articolo sull´argomento) o tradurlo o redazionarlo è una faccenda di mestiere, non c’è niente di sublime. È un lavoro artigianale come un altro e anche in questo campo ci sono bravi e cattivi artigiani. Io potrei seguire anche cento corsi di falegnameria, ma continuerei a non saper tagliare bene gli zoccolini battiscopa e lo lascio fare ad altri. Il bravo traduttore è una persona che ha fantasia – e che quindi non si uniforma all’opinione degli altri -, ha letto tanto, ha un innato senso estetico, sente il ritmo delle parole e amalgama con naturalezza la propria personalità con quella dell’autore: nei Paesi anglosassoni i traduttori sono considerati co-autori, accettando il dato di fatto che una traduzione è un nuovo testo, non una impossibile trascrizione filologica. Soprattutto, un buon traduttore ha senso dell’umorismo. Senza senso dell’umorismo non si può affrontare l’ennesimo romanzo in cui “lei disse – lui rispose – lei sgranò gli occhi – lui sbatté la porta preso dall’ira…” senza impazzire. Bristow insegna. Senza la capacità di non annoiarsi non si possono affrontare le cinque, sei quotidiane ore solitarie di traduzione, davanti a un computer a leggere e riscrivere in altra lingua cose di cui non importa un fico secco. La mente deve pensare ad altro mentre si traduce, la traduzione è una faccenda automatica, altro che star lì a farsi menate infinite sull´uso di un vocabolo piuttosto che di un altro: pensate davvero che tutte le sottili analisi critiche di un master postuniversitario si possano poi applicare attivamente a cinquecento cartelle da consegnare tassativamente entro la fine del mese?

In passato nel colophon era spesso specificato anche il font – il carattere – usato, in questo caso (nel “New Dictionary Of Music” della Penguin, edizione del 1973) un Times Monotype. Adesso lo fanno solo alcuni editori tedeschi e americani. Non sono sicuro che per 6mila euro uno studente di editoria sappia dire la differenza tra Monotype, Linotype e fotocomposizione, e perché quest’ultima si chiami così, eppure sono il fondamento di un secolo e mezzo di stampa. Il giorno che si trovasse davanti a un testo composto in Linotype (si usa ancora) chissà se il giovine saprebbe da dove cominciare per correggerne le bozze.

Font Times Monotype

Risparmiate i soldi dei corsi e già che ci siete imparate un mestiere davvero utile e di soddisfazione, che so, a fare una buona focaccia senza usare strutto e grano duro – che fa croccante appena sfornata e marmo dopo due ore. Soprattutto, non date retta a chi vi dice che lavorare con i libri è una benedizione. È una rottura di coglioni immane. Non credete a me? Domandate a qualsiasi redattore o traduttore che lo faccia da una vita. Per esempio a me.

(PS: gli editori e i caporedattori della vecchia scuola, che ti assumevano capendo dopo cinque minuti di chiacchierata se ne valeva la pena, sono ormai in pensione o defunti; adesso senza diploma editoriale nessuno vi darà mai lavoro, vedete voi).

 

(Testo e fotografie copyright © 2019 Andrea Antonini, Berlino; immagine di apertura, il testo originale dell’autore, da redazionare pesantemente).

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