RILEGGENDO IL RICHIAMO DI CTHULHU (OVVERO LA PAURA)

RILEGGENDO IL RICHIAMO DI CTHULHU (OVVERO LA PAURA)

«Ritengo che la cosa più̀ misericordiosa al mondo sia l’incapacità̀ della mente umana a mettere in correlazione tutti i suoi contenuti. Viviamo su una placida isola di ignoranza nel mezzo del nero mare dell’infinito, e non era destino che navigassimo lontano. Le scienze, ciascuna tesa nella propria direzione, ci hanno finora nuociuto ben poco; ma, un giorno, la connessione di conoscenze disgiunte aprirà̀ visioni talmente terrificanti della realtà̀ e della nostra spaventosa posizione in essa che, o diventeremo pazzi per la rivelazione, o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di un nuovo Medioevo».

In questa frase, con cui si apre Il Richiamo di Cthulhu (The Call of Cthulhu, 1928), è contenuta l’anima che ha caratterizzato tutta l’opera di Howard Phillips Lovecraft (20 agosto 1890 – 13 marzo 1937). La sua concezione pessimistica e la paura (terrore) dell’uomo verso l’ignoto sono racchiuse in queste parole.

In Il Richiamo di Cthulhu lo scrittore di Providence (città del Rhode Island, in Usa) inserisce i suoi temi preferiti. Ci sono un’indagine basata su presunti fatti reali e viaggi per mare, arcane profezie e la scoperta di macabri culti che fanno capo a orribili idoli dediti alla morte. Follia e morte si succedono una dopo l’altra tra le sue pagine.
Lovecraft ha una spiccata predilezione per quella paura “inenarrabile”, così grande da prevaricare e travolgere ogni cosa e persona. Per lui l’uomo è solo qualcosa di passeggero, destinato a svanire dall’universo senza che questi ne sia consapevole, come un errore di poca importanza che verrà automaticamente corretto. L’essere umano ha mentito a se stesso autoconvincendosi di essere il centro dell’universo. Ma esistono poteri assai più grandi, esseri così spaventosi che il solo descriverli è causa di indicibile terrore, e che sono in grado di distruggerci con la loro semplice visione: gli Antichi.
Conosciuti anche come Elder Things o Elder Ones, nell’immaginario creato da Lovecraft, gli Antichi sono creature provenienti dallo spazio che dominarono sul nostro mondo, ancor prima che vi fosse traccia del genere umano.
Cthulhu è uno di questi esseri primordiali, il sacerdote dei Grandi Antichi che un marinaio, unico sopravvissuto dell’equipaggio di una nave che ha avuto la sfortuna di incontrarlo, così descrive: «la Cosa apparve con passo pesante e, a tentoni, infilò la sua immensità̀ verde e gelatinosa attraverso la buia soglia La Cosa è indescrivibile: non esiste una lingua per simili abissi di follia urlante e antichissima, per simili contraddizioni soprannaturali della materia, della forza e dell’ordine cosmico. Una montagna che camminava o barcollava. suoi flaccidi artigli la Cosa titanica e astrale sbavava e farfugliava L’orrenda testa di polipo, con i tentacoli che si contorcevano».
Il Grande Antico è una delle creature più famose, se non la più famosa, creata dalla mente di Lovecraft. Ha valicato i confini della propria opera letteraria di appartenenza, entrando in un immaginario collettivo consolidato nel tempo che lo ha portato a essere “protagonista” con i suoi miti sia in svariate opere apocrife che come “semplici” citazioni.

Il richiamo di Cthulhu

Rappresentazione di un Antico

 

Ne La città senza nome (The Nameless City, 1921), il poeta pazzo Abdul Alhazred, autore del Necronomicon, il libro maledetto, enunciò i suoi versi più famosi e inquietanti: «Non è morto ciò che può attendere in eterno, e col volgere di strani eoni anche la morte può morire».
Qualche anno dopo, ne Il richiamo di Cthulhu, gli adoratori del Grande Antico durante i loro rituali cantano «Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn», che tradotto dalla lingua degli antichi significa (più o meno) «Nella sua dimora a R’lyeh il morto Cthulhu attende sognando», spesso abbreviato in Cthulhu fhtagn.
La morte stessa può avere un termine e morire, lasciando solo questi esseri provenienti dai meandri più oscuri e impossibili dello spazio e del tempo, morti eppure vivi, addormentati in attesa di essere richiamati, per tornare a dominare le creature dell’universo tra incubi indicibili e indescrivibili orrori. Questa idea è un paradosso inquietante che eleva l’orrore a un livello superiore e, contemporaneamente, annichilisce ogni speranza.

Il fascino degli scritti di Lovecraft si collega alle nostre paure più ancestrali. Dal nome della bestia che non può essere pronunciato da nessuno, al suo potere al di là di ogni nostra conoscenza, Lovecraft “affida” all’orrore cosmico gran parte del suo lavoro. Il terrore generato dall’autore va oltre la nostra mente e riguarda qualcosa di terribilmente enorme e smisurato, ma che possiamo appena intuire. A questo si aggiungono le congregazioni segrete e le sette, dedite a culti misteriosi e orribili rituali. Non ci si può fidare di nessuno, perché chiunque potrebbe esserne un membro o un seguace. La diffidenza, l’alienazione, l’ottenebramento che portano a una follia di cui Lovecraft è capace narratore, fa sì che questi culti possano perpetuarsi con la loro presenza soffusa ma costante, come la forza di un rituale nefasto, che accompagna la vittima al suo destino di orrore, follia e morte

Howard Phillips Lovecraft (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937)

 

La figura di Lovecraft, a volte enigmatica e a volte tacciata di razzismo, viene definita dai più quella di uno scrittore tormentato, un artista tragico e maledetto. Tuttavia, il valore del suo pessimismo e il sentimento di cosa sia la morte sono ancora presenti in molti, così come la sua eredità letteraria (e l’influenza) che va da autori come Clark Ashton Smith a Stephen King, passando per August DerlethRobert Bloch, Neil Gaiman e molti altri, continua a perpetuarsi nel tempo e si può riassumere ancora (sempre) attraverso le parole dell’autore scritte in apertura.

«Ritengo che la cosa più̀ misericordiosa al mondo sia l’incapacità̀ della mente umana a mettere in correlazione tutti i suoi contenuti. Viviamo su una placida isola di ignoranza nel mezzo del nero mare dell’infinito, e non era destino che navigassimo lontano. Le scienze, ciascuna tesa nella propria direzione, ci hanno finora nuociuto ben poco; ma, un giorno, la connessione di conoscenze disgiunte aprirà̀ visioni talmente terrificanti della realtà̀ e della nostra spaventosa posizione in essa che, o diventeremo pazzi per la rivelazione, o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di un nuovo Medioevo».

 

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