IL DEBUTTO ITALIANO DI RED BARRY SU LA RISATA

La Risata

Il settimanale La Risata della Universo si affaccia nella trasformazione dell’editoria periodica per ragazzi in Italia, con il conseguente avvento del fumetto moderno, avvenuta per opera di tre editori: Vecchi (con la Saev), Nerbini e Mondadori, che tra il 1932 e il 1935 invadono le edicole con novità rivoluzionarie.

Alcuni piccoli editori cercano di raccogliere le briciole di un fiorentissimo mercato sorto dal nulla imitando in modo maldestro gli stilemi del fumetto americano. Altri, invece, dotati di strutture e capitali adeguati, ignorano i comics d’oltreoceano e cercano di imporre, partendo praticamente da zero, un fumetto italiano che non sia derivativo rispetto a quello dominante.

A fare da apripista per questo modo alternativo di intendere i periodici a fumetti è L’Editoriale Universo, che l’11 maggio 1933 vara Il Monello e circa due anni dopo, il 23 febbraio 1935, L’Intrepido. Due settimanali “tutti italiani” che segnano la nascita del cosiddetto fumetto popolare italiano.
Ma rimaniamo in zona “americana”.

La Casa Editrice Universo e i relativi importanti stabilimenti tipo-litografici sono di proprietà della famiglia Del Duca, ovvero dei tre fratelli Cino, Domenico e Alceo, che si alternano, tra l’altro, alla direzione dei settimanali. Cino è incaricato di seguire, a partire dal 20 novembre del 1934, un settimanale decisamente minore, La Risata, che esce con la sigla Casa Editrice Moderna.

Il primo numero de La Risata


Il settimanale in questione è minore e anche sperimentale, perché è stampato con nuovissimi impianti rotocalcografici, ancora primitivi e forse inadatti (come vedremo) alla resa fedele dei fumetti. I primi numeri, usciti nello scorcio finale del 1934, sono un’accozzaglia di tavole umoristiche di prevalente provenienza spagnola. Il giornalino, di otto canoniche pagine parzialmente bicolori, vende pochissimo, tanto che ottant’anni dopo è (almeno nella sua parte iniziale) straordinariamente raro.

Riporto il contenuto del primo numero (la collezione a cui ho accesso è quasi unica, per completezza, in Italia) a puro titolo di documentazione. Il giornale, nel 1934, passa difatti inosservato ed è ininfluente per quanto riguarda l’evoluzione del fumetto in Italia.

Ecco le restanti pagine del numero d’esordio.


Sono premesse che non lasciano minimamente intravedere il futuro di questa tormentata testata. Fatto sta che, per una serie di complicati motivi che vedremo via via di spiegare, La Risata ospiterà, fra il 1935 e il 1937, molti pregevolissimi fumetti americani, per lo più di agenzie diverse dall’onnipotente King Features Syndacate, a volte rari perfino nel loro Paese d’origine e in qualche caso fortemente innovativi. Alcuni influenzeranno profondamente autori italiani destinati a fama internazionale, primo fra tutti Hugo Pratt.


La Risata
(che nel 1937 cambierà il nome in La Folgore) lascerà, negli appassionati italiani, un ricordo leggendario. Mai ristampata “anastaticamente”, è ancora un giacimento quasi inesplorato di autentiche perle fumettistiche, destinate a disperdersi, ancor prima della sua chiusura, tra le testate rivali. La Risata-La Folgore, quasi ignorata dai collezionisti e dagli studiosi (che d’altra parte si scontrano con la sua inaccessibilità), è insomma un settimanale di enorme importanza storica, di cui praticamente nessuno ha parlato.


Chi sono gli autori di queste ingenue ma, a volte, pregevoli tavole umoristiche? Come dicevo, siamo in grado di identificarne almeno tre, tutti spagnoli: Vinaixa, un cartoonist catalano (esempi qui, qui e qui); Melchior Niubó (che si firma Nièl), autore della serie Pulgarcito per la casa editrice “El Gato Negro” di Juan Bruguera (oggi “Editorial Bruguera”) e Manuel Marín Urda, collaboratore fra l’altro del supplemento per bambini KI-KI-RI-KI del periodico “El hogar y la moda”. Tutti questi autori sono segnalati dal blog Viñetas di Navarro Badia, in cui, per esempio, c’è questa eloquente tavola di Niubò/Nièl.

Mi limito ad allestire una specie di bacheca delle firme, come un “Chi l’ha visto?”, sperando che qualche altro specialista, oltre a Fortunato Latella e Armando che mi hanno segnalato gli esempi sopra, si faccia vivo.


La prima firma è forse di un italiano: il non meglio identificato Papini cui accenna Giorgio Salvucci nelle sue schede sui settimanali a fumetti italiani degli anni Trenta, pubblicate negli anni settanta-ottanta su Il Fumetto dell’Anaf, oggi Anafi. Anche la terz’ultima firma è con tutta probabilità di un italiano, l’Alberto Traini di cui parleremo brevemente più sotto.


1935: arriva Baldo


La storia de La Risata è fatta di equivoci, fraintendimenti, continui cambi di programma. Un giornale a fumetti con quel titolo, e perciò votato all’umorismo, nel 1934-1935 dovrebbe forse guardare a concorrenti come Bombolo-Cine Comico di casa Saev o tutt’al più a Jumbo. Invece, il contemporaneo successo stratosferico de L’Avventuroso nerbiniano induce la redazione a scelte tanto drastiche quanto grossolanamente messe in pratica.

La prima avvisaglia di un mutamento di rotta (peraltro necessario viste le scarse vendite) appare sul numero 10 del 1934, l’ultimo di quelli divenuti oggi “introvabili”. È un rozzo tentativo (attribuito dal Salvucci ad Alberto Traini) di imitare i fumetti britannici dell’Amalgamated Press pubblicati dalla Saev. Decisamente da dimenticare.


Invece, sul numero successivo, appare una serie americana di pregevole fattura, e La Risata acquista di colpo un notevole interesse.


Baldo
è Donnie, un’effimera serie scritta e disegnata da Darrell McClure dal 1934 all’inizio del 1937 e poco nota anche negli stessi Usa. È importante rimarcare che il syndicate di Donnie è l’onnipotente King Features: Cino Del Duca (o chi per lui) ha ancora come referente il solito Guglielmo Emanuel, che in questo periodo è letteralmente assediato dagli editori italiani, in cerca di fumetti americani da pubblicare sulle loro più o meno effimere testate. Evidentemente Donnie è una rimanenza, uno “scarto” rifiutato sia da Nerbini sia da Vecchi e Mondadori. Vedremo prestissimo che le cose cambieranno, e Del Duca sarà indirizzato verso pascoli ancora intatti…

McClure è uno dei più talentuosi autori di fumetti americani. La sua fama è legata soprattutto alla serie Little Annie Rooney, da noi pubblicata col titolo Piccola Betta. Per lavorare a Donnie, McClure abbandona proprio le domenicali di Annie Rooney, che passano a Nicholas Afonsky. Donnie è una serie pregevole, raffinata ma con forte tensione drammatica: una magica sintesi di provincia americana e di scenari esotici, con pirati, isole perdute e tesori sepolti.


L’arrivo di Baldo/Donnie su La Risata innalza bruscamente il livello del settimanale, anche se il resto dei fumetti pubblicati rimane di qualità decisamente scadente.

Le avventure di Baldo, per quanto mantengano un tenue legame con l’umorismo, non giustificano più il titolo del settimanale. Se, evidentemente, si vuol fare un po’ di concorrenza a L’Avventuroso, perché mantenere quella testata? La cosa più incredibile è che essa rimarrà immutata fin quasi alla fine, quando la trasformazione in La Folgore risulterà decisamente tardiva e quindi inutile. È il primo dei piccoli misteri de La Risata: si tratta solo di pressappochismo, di scarsa cura generale? Non direi, perché il periodico è comunque bello, ricco, stimolante, realizzato con un evidente impegno anche finanziario. Dunque rimane un piccolo enigma.

Le avventure di Baldo, che proseguono fino al n. 49 del 23 ottobre 1935, sono poi riproposte dall’Editrice Moderna nei primi due Albi della Risata, una serie anch’essa disordinata e ancora non del tutto chiarita per quanto riguarda l’ordine delle sue uscite.

La virata del giornale verso i territori dell’avventura si fa più decisa quando, in ultima pagina, iniziano le pubblicazioni della storia “coloniale” Nel cuore del Continente Nero. Peccato che stavolta si tratti di un fumetto di autore italiano, velleitario quanto raffazzonato. Sempre Salvucci, sulla sua preziosa rubrica Archivio pubblicata su Il Fumetto, lo attribuisce a un non meglio identificato S. Papini.


Non va meglio va con la fantascientifica Città futura, che inizia sul n. 17, né tanto meno con La squadriglia folle, dal n. 20.

Con il n. 24 si sperimenta (!) la tricromia.


Nel mondo sconosciuto
, dal n. 22, con innesti fotografici sul genere di Gianni Giramondo pubblicato su I Tre Porcellini è anch’esso assai modesto e probabilmente di autore italiano.

 

1935: arriva Red Barry – Jim il Rosso

Dal n. 37 del 30 luglio 1935, La Risata ospita un’infornata formidabile di comics americani, capace (sulla carta) di dare veramente fastidio a L’Avventuroso e a L’Audace.


La novità più importante è Jim il Rosso, traduzione quasi letterale del Red Barry di Will Gould, ancora dell’agenzia Kfs. Si tratta della produzione a tavole domenicali (Sunday pages), pubblicate integralmente dall’inizio (3 febbraio 1935).


Le strisce giornaliere saranno pubblicate, dal 1937, su L’Avventuroso di Nerbini, che ribattezzerà il personaggio Bob Star.


Jim il Rosso-Red Barry
è un concentrato di violenza: a causa di ciò pochi anni dopo avrà così tanti problemi, anche in Patria, da essere costretto a chiudere prematuramente. La Risata non pensa minimamente di ammorbidire tali elementi. Anzi, il fumetto di Will Gould, presentato ai lettori italiani in modo decisamente brusco, segna un cambiamento così improvviso e imprevisto delle tematiche e del tono della rivista, da risultare addirittura scioccante.


Il referente prossimo di Red Barry è Dick Tracy di Chester Gould (nessuna parentela tra i due autori), fumetto espressionista considerato uno dei vertici della comic art americana.

Gran parte dell’effetto di “crudezza”, in Will come in Chester Gould, è dato dal contrasto fra il disegno a volte “pupazzettistico” dei personaggi, sempre sapidissimo, e la resa esplicita delle scene di violenza.

Anche certi temi forti (nelle giornaliere desterà scalpore quello della pena di morte, per esempio) sono affrontati senza alcun tentativo di addolcirli.


Red Barry è amatissimo, più che dai lettori comuni, dagli autori più “avanzati” di tutto il mondo, specie dalla generazione che lo conosce proprio in questi anni e su queste pagine: per esempio Damiano Damiani, che lo reinterpreterà in modo originale quando (nel 1945 e dintorni) il futuro regista farà parte del gruppo storico de L’Asso di Picche, cui apparterrà anche il giovane Hugo Pratt.


Echi del personaggio, un fumetto maledetto per eccellenza, si trovano in autori apparentemente molto lontani dal genere, come il francese Georges Pichard.


Il “tesoro perduto” dell’introvabile La Risata alimenta il suo stesso mito: è più un giornale per “addetti ai lavori” che un settimanale popolare. Le vendite, infatti, non decollano mai sul serio. Contribuisce al relativo insuccesso anche la mancanza della policromia, per lo meno in prima pagina. Come mai tale infelice scelta? Le edicole sono rutilanti di cromatismi azzardati e ipnotici, che sono un marcatore inconfondibile dell’estetica anni trenta.
Qui, invece, si resta ancorati a un malinconico bicolore…

(Gli altri articoli di Giornale POP sui fumetti pubblicati in Italia negli anni trenta sono QUI).

 

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