“RAW” DI JULIA DUCORNAU PROVOCA SVENIMENTI

“RAW” DI JULIA DUCORNAU PROVOCA SVENIMENTI

Svenimenti e malori in sala al Festival di Toronto: a causarli è Raw di Julia Ducournau, horror presentato nella sezione Midnight Madness della kermesse canadese. Dopo il passaggio alla Semaine de la Critique di Cannes lo scorso maggio, il film ha fatto letteralmente saltare dalla sedia due malcapitati spettatori. Uno spettacolo così sconvolgente che ha richiesto l’intervento immediato dei paramedici.

Il cinema alle volte può essere traumatico e il trauma può farti apprezzare il cinema. Addirittura c’è chi sostiene che “il cinema è il Trauma”.

Secondo la psicanalisi, il cinema, e intendo la sala cinematografica, rappresenterebbe l’utero materno: buio, caldo (immaginate quando non c’era l’aria condizionata), le poltrone morbide e avvolgenti, il senso di solitudine. Già, perché al cinema, non appena si spengono le luci, si è soli, o quantomeno il cinema dovrebbe essere un’esperienza individuale, vi concedo l’intervallo per scambiare due parole e andare al cesso, dunque al cinema si dovrebbe star zitti, non ruminare e spegnere quel cazzo di cellulare please,  immergersi con tutto il subconscio, l’io, l’es e o’ malamente, quest’ultimo se si tratta di un Siani, Sorrentino o Martone, nel liquido amniotico che riempe la sala non appena il proiezionista spegne la luce e ci da alla luce.

Lo schermo, o meglio quello che vi si rappresenta (il film, o anche la pubblicità?) rappresenterebbe la realtà esterna, bella o brutta che sia, che si presenta al nascituro: una gelida lama di luce, dei suoni mai uditi, un’esperienza nuova e sconvolgente.  Il cinema come proiezione del subconscio, ma non il nostro (quì sta la fregatura) ma quello di un tizio (regista, produttore) magari uno o tanti, asini, geni, i fratelli Wachowski, chissà.

O magari vi è capitato uno alla Ed Wood, indeciso, o ci ha messo le mani un De Laurentiis incazzato, che  restituisce al vostro Io di  povero spettatore inerme, regredito ad un stadio infantile,  per definizione acritico, l’immagine della realtà con un montaggio alternato, e tanti saluti alla director’s cut: come pure se la vostra realtà esterna ha problemi di budget. O il vostro regista è Asia Argento. Avrete recensioni negative a pacchi e vostra moglie scapperà con il miglior amico, o con il cane del vostro miglior amico.

Sgranocchiamo pop-corn ma potrebbe essere semolino, dell’omogeneizzato, una pera grattugiata.

In parole povere, nel momento in cui entriamo al cinema, regrediamo allo stadio di neonati e siamo pronti a credere a tutto quello che i registi ci propinano.

Questa esperienza, circoscritta alle canoniche due ore incluso intervallo, è per la stragrande maggioranza delle persone, uno svago e un divertimento, per alcuni, e mi viene in mente Enrico Ghezzi, un piacevole lavoro.
Per altri è un esperienza che definirei “forte”, come assistere a una corrida o a un incontro di box.
Personalmente la mia passione per il cinema deriva da ben due traumi: il primo è il trauma infantile, pre-natale e  universale, di cui sopra.

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Il secondo trauma è adolescenziale: Era il 1978, avevo più o meno tredici anni, e mia cugina, maggiore di un paio di anni, intellettuale di sinistra, secchiona, mi convinse ad accompagnarla ad una rassegna cinematografica nell’unico cineclub del paese.

Sarebbe dovuta andare con gli amici, ma quelli, dopo il primo spettacolo, si erano dati alle canne e sarebbero passati volentieri a roba più pesante piuttosto che sorbirsi quei mattoni sperimentali, e il papà le proibiva di uscire da sola la sera confondendo gli autori francesi con i baci alla francese.
In quel cinema, periferico e scalcinato, le cui minuscole poltroncine in puro legno di abete, prive di imbottitura, invitavano alla fuga, entrava chiunque: non controllavano se eri minorenne e la maggior parte dei i film in rassegna, era vietato ai minori di diciotto anni.

Fu così che mentre i miei compagni, al sabato, si rifacevano gli occhi e l’umore con la Fenech e Lino Banfi,  io conobbi i miei primi “autori” e potei godere, senza capirci granchè, di alcuni capolavori del cinema contemporaneo:
Sotto il selciato c’è la spiaggia, un film drammatico-sociale tedesco di un certo Helma Sanders-Brahms, Che? di Roman Polansky, un film a dir poco surreale con una splendida Sidney Rome perennemente nuda, America 1929 sterminateli senza pietà (Boxcar Bertha),  diretto da uno sconosciuto Martin Scorsese, crudo politico e commovente, con uno dei tanti, fichissimi, fratelli Carradine il quale finiva inchiodato ad un vagone ferroviario, Stalker di A. Tarkowsky, che invece non finiva più, bellissimo, noiosissimo, visto con un amico seduto a fianco che sul finire del terzo tempo prese a russare fragorosamente e dovetti ammazzarlo di gomitate, la trilogia di Pasolini: Decamerone, Mille e una Notte, I racconti di Canterbury, che mi turbarono, eccitarono e disgustarono contemporaneamente, L’amico americano di Wim Wenders, che non ci capii un cazzo proprio, Il matrimonio di Maria Brown di Rainer Werner Fassbinder, con una arrapantissima Hanna Shygulla, il terrorizzante Baby Killer, metafora del futuro e della selezione naturale, Alice’s restaurant,  e tanti altri.
Cosa mi restò di quell’esperienza fin troppo precoce? Non saprei. Non ricordo. Ho rimosso.

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Fear and desire.

Quando si è molto giovani si ha una sensibilità diversa: per certe cose si è più sensibili, per certe altre, per nulla.  Ma in quel cinema alle volte provavo repulsione, altre eccitazione. Quasi sempre, entrambe, e mai abbandonai quella scomoda poltroncina. Mai rimasi indifferente o deluso.

E’ una di quelle cose belle che ho fatto quando ero troppo giovane per goderne fino in fondo. Ma qualcosa deve essere rimasto inciso nel subconscio (a ridagli!), magari un certo gusto per il buon cinema, che riesco in qualche modo a distinguere dalla preponderante spazzatura.

stalker

 

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