RAGAZZI E GENITORI, STUDIARE È UN PRIVILEGIO

RAGAZZI E GENITORI, STUDIARE È UN PRIVILEGIO

Leggo su un giornale italiano che “9 studenti su 10 […] affermano di provare stress e/o ansia prima di verifiche scritte o orali”, e che per questi baldi giovani “una valutazione, positiva o negativa che sia, determina l’umore per il resto della giornata”. L’articolo continua proponendo interessanti situazioni tautologiche: “Otto [studenti] su dieci dicono di sentirsi giudicati negativamente dopo aver preso voti bassi”. Ma pensa un po’. E delinea situazioni che forse richiederebbero l’intervento della protezione civile: “Il 63% degli studenti afferma di aver avuto attacchi di ansia, di panico o vomito prima di interrogazioni o verifiche scritte”.

Ma non solo: “Dall’inchiesta emerge inoltre una scarsa attenzione dell’istituzione scolastica alla salute mentale delle studentesse e degli studenti. Infatti nell’83% dei casi non sono mai state organizzate attività o momenti di consapevolizzazione sul tema del benessere psicologico”. Ma che hanno fatto a questi ragazzi per indurli a considerarsi potenzialmente malati di mente a sedici anni?

Paradossalmente, non pochi di loro trovano poi normale che nei vari programmi di reality, dei loro coetanei si lascino trattare a calci perché hanno sbagliato un re bemolle cantando Fin che la barca va o perché non hanno disteso bene non so che muscolo della gamba in qualche balletto. Così normale da non reagire se non piangendo ricolmi di vergogna: questi ragazzi piangono sempre. Se a sedici anni un adulto mi mancava di rispetto io lo mandavo a fanculo senza passare dal via, col cavolo che piangevo e a prescindere dal contenuto dell’appunto, e come me qualsiasi altro sedicenne degli ultimi sessant’anni e vagamente in salute. Che cosa è successo all’adolescenza? Molti adolescenti ritengono un fatto pregevole massacrarsi di allenamenti per un qualche sport e se vedono un podista professionista che al traguardo di una maratona stramazza al suolo dicono pieni di ammirazione che è un atleta generoso. A parte che non ho ancora capito che cavolo sia un atleta generoso, in ogni caso esprimono stima per lo sforzo e l’abnegazione di quell’individuo. Perché invece imparare a far di conto e a parlare un italiano decente e capire attraverso la storia perché siamo lì lì per essere bombardati è una attività per la quale non vale la pena sopportare la minima fatica che miliardi e intendo miliardi di studenti hanno facilmente sopportato e sopportano da secoli? Persino divertendosi, una volta superati gli ostacoli.

Questi ragazzi non sono piagnoni e poco ambiziosi per malformazione congenita, durante l’infanzia qualcuno deve aver messo loro in testa che sono delle nullità, robine così fragili da crollare di fronte a qualsiasi difficoltà. Possiamo anche fare un commento moralista: se non sono capaci di reggere una banale interrogazione, come faranno un domani ad affrontare il mondo, che non è un posticino al calduccio in cui pontificare in internet su cose che non si conoscono, ma un posto del cavolo dove si spara ad altezza uomo?

E ancora: invece di lagnarsi come nullità quali non sono, perché semplicente non studiano per l’interrogazione così da evitare di essere giudicati negativamente? Loro come giudicherebbero l’elettrauto che invece di sistemare l’impianto elettrico dello scooterone lo danneggiassero per scarsa competenza? E se l’elettrauto si mettesse a piangere?

Da sempre uno dei compiti degli studenti è quello di far fessi i professori sapendo e sperando al contempo di non riuscirci: anche senza aver letto Winnicott è chiaro che per un adolescente è importante crescere in situazioni solide, frustranti finché si vuole ma flessibili e solide. Che razza di solidità può avere una scuola – il mondo di un ragazzo – che si sgretola davanti al primo piagnisteo? In cui è così facile umiliare i professori e il loro lavoro? Da dove si potrà attingere quella robustezza che si tradurrà poi in fiducia in se stessi da offrire poi a sua volta ai figli? Dalle famiglie che appoggiano la lagna e firmano il ricorso al TAR contro l’insufficienza?

Perché miei amici insegnanti di scuola secondaria superiore mi dicono che ormai non ci si mettono neanche più a dare insufficienze e tanto meno a rimandare a settembre, un po’ perché non ce la fanno più ad affrontare genitori inferociti e un po’ perché tanto c’è spesso un qualche ricorso legale che ribalta il loro giudizio. C’è poi anche il rischio di grane pesanti, se il genitore si mette in testa che il voto basso deriva da una qualche discriminazione. Per contro non ho mai visto un ragazzino protestare per essere controllato in tempo reale: se uno bigia, immediatamente i genitori ne sono informati e in quel caso alcuni chiamano immediatamente la polizia, dov’è finito il mio bambino?!

Per qualche tempo ho pensato che questo problema di iperprotezione nociva nascesse perlopiù in quei genitori nati attorno al 1960 reduci da quelle scuole degli anni Sessanta e Settanta che effettivamente erano luoghi spesso violenti o comunque sgradevoli. Il primo liceo cui fui iscritto si faceva vanto di avere trenta studenti in prima e sette in quinta, gli altri ventitré espulsi senza tanti complimenti lungo il tragitto. Mi sento di dire che più che per passione, i superstiti raggiungevano la quinta perlopiù per conformismo e opportunismo, e paura. In quegli anni le famiglie erano spesso violentissime davanti agli insuccessi scolastici, avevo compagni delle elementari che venivano picchiati per una insufficienza o subivano punizioni piscologiche atroci, io stesso ho alcuni ricordi personali orribili. Oggi non pochi di quei genitori sarebbero in prigione se solo si provassero ad applicare i loro metodi pedagogici, chiamamiamoli così. Quindi capisco che un certo numero di miei coetanei una volta diventati genitori si siano preoccupati di risparmiare ai figli la violenza subita a loro tempo, a costo di danneggiarli involontariamente nell’apprendimento.

Ma quei genitori sono ormai nonni e la situazione peggiora comunque di anno in anno. Quando leggo il curriculum di un neolaureato mi cascano le braccia, molti non sanno neanche scrivere in italiano. Altri mettono subito in chiaro che sì, vorrebbero proprio lavorare per te, ma non intendono spostarsi dalla città in cui vive la propria famiglia: hai venticinque anni, hai tutta la vita davanti e il tuo problema è che non puoi separarti dalla mamma (o la mamma da te)? E poni tu le condizioni a chi dovrebbe pagarti? Poi vanno in giro a dire che non trovano lavoro perché ci vogliono le raccomandazioni.

Io non lo so perché le cose si siano messe in questo modo, perché migliaia di giovani potenzialmente brillanti rinuncino a usare la loro intelligenza e la loro energia convincendosi di essere delle merdine incapaci di reggere quel minimo stress che lo studio e qualsiasi attività umana implicano. Non so chi abbia estratto dalla loro testa l’ambizione, il desiderio di far bene le cose senza che ci sia necessariamente un pubblico di parenti e amici pronti a metter loro il like. Lo stadio dell’essere osservati per sentirsi vivi è molto precoce nella vita del bambino, a diciott’anni è dannoso, vuol dire che l’individuo si è fermato a dieci anni prima e che è incapace di pensiero indpendente. Ho perso il conto dei genitori che affermano orgogliosi di andare d’accordissimo con i loro figli, con i quali passano anche le vacanze assieme alle loro fidanzatine. Va bene non accapigliarsi in famiglia, ma non ce la faccio più a vedere diciassettenni al tavolo con i genitori e la morosa a bere vinello, c’è qualcosa di sbagliato. A diciassette anni si va in giro sulla Gilera e magari si fa del teppismo spicciolo, giusto per vedere l’effetto che fa, tipo sgonfiare le gomme della macchina del preside.

Io non so perché ci sia stata questa involuzione, però posso e voglio dire a questi bei giovanotti e ai loro genitori che studiare è un privilegio, un regalo della vita, non un nemico. Un privilegio perché ancora oggi centinaia di milioni di ragazzi in tutto il mondo non potranno mai imparare a leggere e tanto meno a scrivere e a capire la bellezza e la bruttezza di ciò che li circonda. Senza studio si diventa automaticamente schiavi, e a un livello superiore non ci si può esaltare nella comprensione della bellezza e il genio di una architettura rinascimentale o provare il sottile piacere intellettuale che dà l’individuare le tensioni progettuali dell’architettura razionalista, neppure si possono cogliere certe genialità di una partita di calcio o le raffinatezze estetiche di una finale olimpionica di pattinaggio artistico; non si può rabbrividire con la Passione secondo Giovanni di Bach o ridere di cuore leggendo le avventure del Dottor Dolittle, e neppure provare tragica empatia per quei ragazzini russi mandati a morire e ad ammazzare per nessun motivo, e per di più insultati a distanza dai loro coetanei comodamente appollaiati sui divani dei genitori. Se non si studia per esempio la storia della prima guerra mondiale non si può capire come i grandi interessi economici e le vanità dei potenti protetti dai grandi capitali non si facciano da sempre alcuno scrupolo nel mandare a crepare dei ragazzini. E se non si conosce la storia del comunismo non si può comprendere che chiedere a un musicista russo in tournée di dar contro a Putin se vuol suonare e così guadagnarsi onestamente da vivere significa mettere in pericolo di vita tutta la sua famiglia rimasta in Russia. Di fronte agli accadimenti del mondo questi ragazzi sostituiscono la comprensione e un eventuale abbozzo di azione concreta con il giudizio morale.

Fateci caso, i ragazzi esprimono ormai solo giudizi morali generici, sono incapaci di muovere un dito utilmente, si imitano a puntarlo lagnandosi che vien loro portato via il futuro. No ragazzi, siete voi che lo state seppure incolpevolmente buttando via. Vien quasi da rimpiangere quelle proteste studentesche confuse ma energiche degli anni Sessanta, ricordate il film Fragole e sangue? Se non altro per un qualche ideale, uno qualsiasi, i ragazzi erano pronti a rischiare i manganelli della polizia. Adesso elogiano Greta, una che spara banalità a raffica e che guarda caso ha deciso di rinunciare all’istruzione.

A proposito di Grete, a Berlino da settimane alcuni giovanissimi attivisti sedicenti ecologisti tutte le mattine bloccano un’autostrada. Migliaia di persone bloccate in automobile che non possono andare a lavorare o a spassarsela dalla fidanzata nel nome dell’indignazione morale di un gruppo di adolescenti, ripresi con condiscendenza dalle telecamere dei media. Questi ragazzi vogliono che i supermercati non buttino via i cibi prossimi alla scadenza. Un nobile obiettivo, ma sono talmente incompetenti che non passa loro per la testa che forse potrebbero organizzare dei comitati e andare a contrattare con i dirigenti delle grandi catene di supermercati, che forse potrebbero mettersi d’accordo con la Caritas per raccogliere il cibo in eccedenza chiedendo al tempo stesso al parlamento di lasciar detrarre dai profitti dei supermercati il cibo destinato ai meno abbienti, che potrebbero chiedere ai parlamentari che pure hanno eletto di farsi loro portavoce. No, bloccano l’autostrada, sanno solo dar fastidio a poveri Cristi cui saranno decurtate due ore di stipendio per il ritardo. Non conoscono neppure il concetto di rispetto per il prossimo, come il punto del romanzo Flatlandia sono autoreferenti, io, io, io. Provocano solo rancore e chi ha fame continua a rovistare nei cassonetti. Ma ancora peggio non si rendono conto che se quei media mainstream danno loro visibilità forse stanno solo facendo i giullari per chi manovra il denaro. Guardate queste scene, pensano di essere eroi, invece fanno solo pena. Giustamente i camionisti commentano che se solo avessero lavorato dieci minuti nella loro vita se ne guarderebbero bene dal rompere i coglioni in questo modo.

Studiare dà dipendenza, una volta che si scopre che esiste altro sotto la superficie non ci si accontenta più. In fondo non ha importanza l’argomento, è la dinamica che conta, si comincia con il De bello Gallico e si finisce con l’essere il massimo esperto italiano di sport da combattimento, come un mio compagno delle medie, laureato in giurisprudenza. Fossi un complottista direi che proprio per questo qualcuno o qualcosa come un malato Zeitgeist vuole che si tenda alla conoscenza zero, basta anche solo un vago sospetto che esista qualcosa d’altro oltre Facebook per insinuare desideri nocivi di saperne di più.

Studiare è un privilegio anche dal punto di vista storico. In passato solo i ricchissimi o i preti potevano studiare, e anche i dotti spesso rischiavano grosso se sulla base dei loro studi affermavano qualcosa di dissonante con la religione o sconveniente per il potere politico. Le donne erano quasi sempre escluse dalle università, e ancora sessant’anni fa i neri degli Stati Uniti del Sud dovevano frequentare università diverse da quelle dei bianchi, magari ottime ma la cui laurea valeva molto meno. Studiare è una grande rottura di coglioni agli inizi, più o meno come cominciare a studiare uno strumento: sogni di suonare Brahms o perlomeno qualche polka al dopolavoro del nonno e invece tiri l’arco sul violino cavandone stridii insopportabili. Prima o poi lo suonerai, Brahms, si tratta di aver pazienza i primi tempi e per quella pazienza servono i genitori, che essendoci passati sanno quanto il ragazzino si stia annoiando e lo sostengono affettuosamente nello sforzo, non gli dicono sì va bene, lascia perdere, va’ pure a tirar tardi al bar. Ma se i genitori abdicano e si alleano alla noia del ragazzino? Chi resterà a tirare avanti il mondo? Le agenzie di rating?

Nel mondo contadino, ma anche in quello borghese urbano fino a pochi decenni fa (e probabilmente tuttora) dopo la terza media moltissimi ragazzi dovevano abbandonare gli studi e finire a fare i commessi in qualche negozio di dischi o i garzoni di tipografia. Ragazzi magari dalle menti brillanti e dall’intelletto curioso condannati dalla povertà materiale o morale dei genitori a una vita non alla loro altezza. Povertà materiale perché troppo spesso in casa i soldi non bastavano e ci voleva un salario in più, morale perché taluni genitori soprattutto della società-bene del Nord ritenevano che uno scarso rendimento scolastico fosse indice di delinquenza interiore e andasse punito con il lavoro anticipato, possibilmente un lavoro che pur dignitoso fosse situato ai gradini più bassi della scala professionale. Un mio amico si ritrovò a non riuscire a passare l’ultimo esame di biologia, per motivi quasi stregoneschi era un ostacolo insormontabile. Aveva tutti 30 e la tesi pronta, ma quell’esame era un casino. È successo a molti di non riuscire ad affrontare facilmente l’uscita dal protettivo tran-tran universitario. Invece di collaborare sdrammatizzando la situazione, il padre decise che bene: allora va’ a lavorare; e così un brillante entomologo ha passato la vita a lavorare in un ufficio di assicurazioni. Oggi la situazione sotto questo punto di vista è migliore, si tende a non abbandonare nessuno studente al proprio destino e se si sospettano famiglie poco attente ai ragazzi entrano subito in allerta i servizi sociali. In altre parole, oggi uno studente è molto più protetto. Una protezione che troppo spesso si è enantiodromicamente trasformata in assurdi paradossi: ho scoperto da poco che oggi per legge gli studenti universitari non possono studiare più di tot pagine a esame. Ne servono di più per capire Schlegel? Pazienza. Tra le poche cose di cui vado orgoglioso nella vita ci sono le cinquemila pagine da conoscere ogni volta tutte per affrontare ogni singolo esame, sperando che non ti chiedano proprio quelle cinquecento che non hai fatto in tempo neanche a leggere. Mi è andata male solo una volta.

Viste le facilitazioni più o meno riuscite, oggi studiare invece di insistere con i piagnistei dovrebbe anche essere considerato un modo di riscattare la vita di quei tanti che avrebbero volentieri proseguito la scuola e non hanno potuto farlo. Persone che poi hanno magari lavorato sedici ore al giorno perché i loro figli potessero fare quello che a loro era stato negato, come tanti migranti meridionali nelle città del nord. Il medico che abitava al piano di sopra quando ero ragazzo era figlio di contadini della campagna pavese. I suoi genitori si erano spaccati la schiena nei campi per decenni perché lui potesse laurearsi. È una delle tante piccole vicende umane che danno dignità alla vita, anche alla mia.

Quando leggo le notizie che ho citato all’inizio mi torna a volte in mente una conferenza di Antonio Labriola, filosofo e professore universitario nella seconda metà dell’Ottocento, poi pubblicata su accorata insistenza di Benedetto Croce con il titolo di L’università e la libertà della scienza. È un testo dedicato perlopiù a problemi didattici del tempo, che alla fine però espone un semplice e grandioso invito all’orgoglio agli studenti segnalando la fortunata eccezionalità della loro posizione: lo studio come espressione e fonte di libertà personale e sociale. Pur affascinato dal marxismo, Labriola non era certo un rivoluzionario eppure questo testo ha attraversato i decenni nell’attenzione di molte diversissime posizioni culturali e politiche. Era nelle tasche dei sessantottini così come in quelle dei residui modernisti cattolici del secondo dopoguerra. Ve ne propongo alcuni passaggi, sperando che qualche genitore decida all’improvviso di non appoggiare più la denigrazione della scuola, per quanto questa possa essere difettosa. Bisognerebbe piuttosto spiegare ai ragazzi che a sedici anni si è dotati di forza sovrumana e si è sostanzialmente invincibili, e che per quanto stronzo possa essere un professore, la conoscenza che pur malamente trasmette sarà comunque sempre infinitamente più potente della sua cattiveria d’animo, e che per quanto l’istituzione scolastica sia sgangherata resta il fondamento della dignità sociale e come tale va rispettata. Un tempo si diceva ognuno faccia il proprio mestiere, e quello degli studenti è di studiare, quello degli insegnanti di insegnare. Il resto, tutto sommato è irrilevante. E se proprio un insegnante è davvero un rompicazzo persecutore, e ne esistono, si può sempre cambiare scuola.

Richiamando la dimensione psico-psichiatrica che ho riportato all’inizio, spiegate anche ai ragazzi che non è compito dei professori risolvere i loro problemi psicologici, veri o perlopiù supposti, allo stesso modo in cui non è compito dei panettieri fare il cambio gomme della macchina. È compito vostro dare loro sostegno. Avete scelto di fare i genitori, fatelo, e senza farvi psichiatrizzare a vostra volta. Anche voi valete molto di più di quanto non vi abbiano portato a pensare.

Antonio Labriola - GIornale Pop

Signori Studenti, noi siamo qui per rendere un servigio a voi: voi non avete obbligo di renderne nessuno a noi direttamente. Nel rendere un servigio a voi, noi, per il tramite delle persone vostre, lo prestiamo alla società in generale. Voi, con l’applicazione pratica ed efficace delle conoscenze acquistate qui dentro, fate poi di rendere agli altri i frutti di ciò che l’opera nostra, spesa in pro’ vostro, costa, sotto tanti aspetti, alla società tutta intera.

Noi non siamo qui per farvi da padroni, […] non abbiamo facoltà né di scegliervi, né di respingervi. Voi ci venite di vostro impulso, e per le condizioni favorevoli delle famiglie vostre. Di fronte alla grande massa dei lavoratori, che rimangono privi dei benefizii della cultura, voi – permettetemi ve lo dica – voi siete dei privilegiati.

[…] L’educazione che si dà qui dentro, consta di soli stimoli indiretti, e poggia sopra mezzi, dirò, obbiettivi: il piano degli studii, l’orario, la puntualità, lo zelo dell’insegnare. La voglia dell’apprendere, la tollerante convivenza di uomini tanto difformi tra loro per opinioni e per sentimenti, la ricerca libera e disinteressata della verità. Per il solo fatto che voi passate qui dentro alcuni degli anni intensivi della gioventù, che a confronto degli anni nostri sono decennii, e ci venite d’ogni parte d’Italia, e di qualunque condizione sociale voi siate, voi, o ricchi o poveri, vivete in perfetta eguaglianza; per questo solo fatto della liberale convivenza, la Università è una grande educazione. Ve ne avvedrete nell’età matura, quando vi sovverrà degi anni dell’Università, come dei soli da voi vissuti in democrazia.

Non vi lasciate però trarre in errore da quelli, che pigliano argomento da codesta spontanea democrazia, ad escogitare non so che utopica città academica, nella quale gli studenti ridotti in corpo sovrano farebbero e disfarebbero tutto, per fino la scienza, messa ai voti nella elezione dei professori.

Ma non è forse la Università, nella parte sua essenziale, una istituzione continuativa, che deve sopravvivere a molte generazioni di studenti? E che città volete fare di un popolo fluttuante di immigrati e di emigranti? Eleggere i professori: ossia eleggere la scienza! Ma eleggere il giudice, il dittatore, il presidente di repubblica o il re, è cosa meno irrazionle – tanto che s’è fatto e si fa – che non di eleggere il macchinista che conduce la locomotiva, o il capitano che governa la nave. Ciò che è tecnico non si elegge, ma si sceglie, e per poterlo scegliere, bisogna aspettare che si formi e si maturi. In cotesta ragione tecnica consiste la specialità della nostra carriera, e la garanzia che le compete; in cotesta stessa ragione tecnica, e non in altro, ha fondamento l’autorità nostra. Rifiutarsi a tale autorità gli è come mettersi per la via dell’assurdo. Non mi parrà mai che sia atto di prodezza il ribellarsi all’autorità del barcaiolo quando si è in barca.

[…] Voi avete, senza dubbio, il diritto di discutere nei nostri insegnamenti la scienza che vi si rivela. Il discutere è condizione dell’apprendere; e la critica è la condizione d’ogni progresso. Ma per discutere, occorre d’aver già imparato. La scienza è lavoro, e il lavoro non è improvvisazione. Non vogliate aggiustar fede a quel mito psicologico della genialità, che serve spesso a nascondere tanta ciarlataneria; e non vogliate credere al privilegio di razza, in fatto d’ingegno. Sono queste le illusioni nelle quali si cullano i decadenti e i decaduti.

[…] Noi professori siamo, senza dubbio, orgogliosi della superiorità di condizione morale, in cui ci troviamo rispetto a quelli che ci precedettero nei secoli scorsi, pei quali le libertà furono privilegi: e per rispetto ancora a quei cultori della scienza, che dovettero in altri tempi, o devono in altri paesi, piegare innanzi ai capricci dei mecenati, o alle prepotenze dei protettori e dei grandi.

Ma saremo, per fermo, più orgogliosi, se […] ci permetterete di chiamarvi cooperatori nostri in questo lavoro, che è il più gradito e nobile che capiti ad uomo di esercitare ordinatamente, anzi commilitoni sotto l’insegna di quella libera e spregiudicata ricerca, che per noi e per voi tutti è diritto e dovere ad un tempo.

 

(Testo e immagine Copyright © 2022 Andrea Antonini, Berlino. Il testo di Labriola, fuori diritti, è stato ripubblicato più volte nel corso dei decenni, e si trova in rete in pdf).

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