NELLA PRAGA SENZA EROI DI JONAS FINK

NELLA PRAGA SENZA EROI DI JONAS FINK

Jonas Fink è un romanzo di formazione a fumetti diviso in tre parti che ha impegnato Vittorio Giardino per ben 26 anni: dal 1992, quando iniziò la prima (“L’infanzia”), continuando nel 1997 (“L’adolescenza”), mentre quest’anno ha visto la luce la terza e ultima parte intitolata “Il libraio di Praga”.

Il protagonista è appunto Jonas, un ebreo cecoslovacco la cui vita si dipana nella città di Praga tra il 1950, il 1968 e 1990.
Le principali tappe sono marcate dall’arresto del padre, accusato di essere un “nemico del popolo” e dal conseguente tracollo economico della vita familiare, dall’avvicinamento a un gruppo di giovani praghesi che si danno alla lettura di libri vietati dal governo, dall’indipendenza economica ottenuta con la mansione di libraio, dalle relazioni sentimentali con due ragazze, dall’invasione dei carri armati sovietici dopo la Primavera di Praga del 1968, dalla fuga dal Paese e dalla conclusione che lo vede ritornare nella propria città per un amarcord nel 1990.
L’arco cronologico abbracciato è piuttosto ampio e lo stesso Giardino definisce ambiziosa l’opera.


Si può a buon diritto parlare di romanzo di formazione proprio perché l’eroe non è sempre uguale a se stesso, evolve con il passare del tempo. Vittorio Giardino non è nuovo a questa impostazione: Max Fridman rappresenta l’antecedente più noto, rispetto al quale ci sono anche altri elementi di contatto. La storia legata alla dittatura, con tutta la sua tragica evidenza, costituisce l’occasione per narrare avvenimenti storici importanti. Ciò che rende una storia degna di essere narrata (e dunque letta) è la vicinanza umana che possiamo sentire nei confronti di chi l’ha vissuta.

Cosa ha spinto Vittorio Giardino a concepire un fumetto ambientato oltre la Cortina di ferro? Prima di tutto i suoi viaggi giovanili in Cecoslovacchia, Ungheria o Bulgaria. In una anonima birreria dell’Ungheria aveva notato, per esempio, che all’ingresso di soldati sovietici tutti gli avventori abbassavano il tono della conversazione quasi fino a tacere. Dopo la repressione in Cecoslovacchia, Giardino si mise alla ricerca del romanzo “La confessione” di Artur London, viceministro degli esteri ceco del 1950 imprigionato con l’accusa di anticomunismo. Il romanzo di London, che narrava la vicenda di un importante uomo politico costretto con la tortura ad accusarsi ingiustamente di avere tradito il proprio paese, era introvabile nel suo Paese, malgrado il celebre regista Costa Gavras ne avesse tratto un film (“La confessione”) che ha riscosso una vasta eco (anche grazie a due icone del cinema francese, Ives Montand e Simone Signoret).

Nell’accurata introduzione, l’autore bolognese spiega di aver voluto scrivere non un fumetto su qualcuno, ma per qualcuno. La volontà di aderire il più fedelmente possibile allo sfondo storico nel quale si ambienta la vicenda, curandone anche gli aspetti apparentemente trascurabili, è stata per l’autore una sorta di obbligo morale.

Nelle due tavole iniziali della prima parte, pur essendo estate, la luce è ridotta, i colori paiono spenti, le rare ombreggiature sono lievemente accennate, tanto che cromaticamente vi è una certa uniformità. Senza le farfalle, la cicala e l’abbigliamento, le due tavole potrebbero tranquillamente essere invernali. Nelle prime due delle tre parti, i colori prevalenti tendono al grigio, al nocciola; mentre il rosso, il verde, il giallo e il blu sono come stinti, privi di intensità. Solo nell’ultima parte i colori si moltiplicano (rosa, viola, arancio) e si fanno, soprattutto, più accesi.

Le prime due parti coincidono storicamente con il periodo più buio della vita di Praga subito dopo la Seconda guerra mondiale, schiacciata dalla pesante cappa del dominio sovietico anche dopo Stalin. È una città grigia, fredda, plumbea, non solo nei paltò dei funzionari di partito, ma anche nella vita quotidiana dei suoi abitanti. È come se il mood dei praghesi avesse il colore del selciato. Nella terza parte, fin dalle prime due tavole, la luce irrompe nel fumetto grazie all’impiego dell’acquerello, tecnica cara a Giardino.
Se confrontiamo l’ambientazione agreste della prima parte, quando Jonas si trova in campagna (tavola 1), con una della terza, per esempio Jonas e l’amica Tatjana nel giardino del ristorante greco lungo il fiume Moldava (tav. 65), notiamo che in queste ultime è l’acquerello a dare vivacità grazie al chiaroscuro, mentre nella prima l’ombreggiatura si riduce a ben poca cosa.

Sempre nella terza parte (tav. 33) c’è una sequenza ambientata nella clinica psichiatrica di Bohnice. Anche qui, come nelle prime tavole della parte iniziale, il verde è il colore dominante, ma con un rapporto diverso rispetto ai personaggi: essi spiccano in modo più evidente grazie alla vivacità e alla varietà cromatica. Jonas indossa dei blue jeans, un capo difficilmente reperibile nei paesi comunisti, se non fosse che ci troviamo appunto nel periodo della Primavera di Praga, quando in Cecoslovacchia, grazie alle riforme di Alexander Dubcek, affluiscono più facilmente prodotti della cultura occidentale.

Vittorio Giardino, che lavorando come ingegnere ha viaggiato più volte nei paesi dell’Est durante la guerra fredda, vedeva nei coetanei con i quali intratteneva rapporti di lavoro da un lato una grande riservatezza per tutto ciò che riguardava le opinioni politiche, dall’altro non nascondevano i loro interessi come la musica, in particolare quella dei Beatles. I giovani dell’Est avrebbero voluto partecipare ai concerti dei loro idoli e possederne i dischi, ma si dovevano accontentare di ascoltarne la musica alla radio. Tutto ciò emerge nelle tavole che illustrano un party a cui partecipano Jiry e gli altri amici di Jonas: le parole di Sgt. Peppers Lonely Hearts club band si mescolano a quelle degli invitati ricreando quella particolare temperie.

Passando poi ai punti importanti della storia, già nella terza tavola della prima parte troviamo la sequenza dell’arresto del padre di Jonas. Una tavola perfetta che rappresenta lo sconvolgimento della serena vita familiare nel momento in cui i funzionari del governo piombano in casa Fink. Jonas compare inquadrato dal basso, attonito tra il padre immobile che chiede i motivi dell’arresto e il funzionario che sbrigativamente gli dice di prepararsi. La porzione della gamba in movimento di quest’ultimo enfatizza drammaticità con il dinamismo.

Convinto che il racconto debba ricostruire gli avvenimenti per quello che sono, l’autore dà prova, qui come in altre circostanze, di imparzialità. Nel senso che, nei limiti del possibile, cerca di rappresentare le ragioni degli uni e quelle degli altri. Al giovane Jonas, pur essendo versato per gli studi, viene impedita l’iscrizione al ginnasio perché i suoi meriti devono cedere il passo alle nuove esigenze della società socialista: il suo posto viene preso da un figlio del popolo, da qualcuno che, a differenza del protagonista, non ha mai avuto un libro in casa. Un ragionamento simile, il sacrificio del merito, è, se non condivisibile, certamente plausibile.
A complemento di ciò Jonas, pur essendo il protagonista del fumetto, nonostante tutte le privazioni, le rinunce, le difficoltà a cui è costretto, non incarna appieno i valori positivi che dovrebbero spingere il lettore a identificarsi con lui anima e corpo, dato che è un personaggio che mostra pregi e difetti.
Vediamo le debolezze umane di Jonas nei panni del fattorino focoso nella tavola 28 o durante le maldestre schermaglie amorose con Tatjana (tav. 34).
O ancora, nella terza parte, quando, pur legato sentimentalmente con l’infermiera vietnamita Fuong, riallaccia una relazione proprio con Tatjana (tav. 92).
Nella terza parte, dopo un lungo flash forward che proietta il lettore dal 1968 al 1990, alla tav. 149 Jonas attraversa con la famiglia le vie di Praga alla guida di una Volvo rossa. Egli è diventato un uomo di poche parole, ma soprattutto disilluso dalla Praga nella quale è ritornato.
Al figlio che al mercatino vorrebbe acquistare qualche cimelio militare risponde: “Non è una bella cosa vendersi le medaglie”. Jonas non vede di buon occhio il mercimonio della Storia, del passato, lui che quel passato l’ha vissuto sulla pelle. Si veste, viaggia, è plausibilmente benestante come un occidentale, ma ha ancora quella scorza, quell’inquietudine, quella consapevolezza che non è oro tutto ciò che luccica.
Anche il fatto che la libreria Pinkel sia stata sostituita da una boutique (tav. 314) getta un velo di malinconia sulla Praga occidentalizzata: proprio quei libri, quelle letture da cui tutto era iniziato e che avevano alimentato il sogno di libertà e novità ora sembrano essere stati spazzati via.

Jonas è poi costretto ad incassare l’accusa di essere un egoista da Alena, una delle amiche di sempre che ha organizzato una piccola festa a sorpresa per il suo ritorno a Praga (tav.154).
Torniamo alla tav.149 per sottolineare un esempio di scrupolosa ricostruzione storica. Attraversando la città dopo l’uscita dal controllo sovietico, vediamo un basamento sormontato da un carro armato russo sul quale Jonas dà dei ragguagli al figlio: era quello che nel 1945 era entrato per primo in città in occasione della liberazione dai nazisti. La spiegazione si conclude con “è l’unico che mi piace vedere qui”. Quel carro armato è rimasto sopra quel basamento per parecchio tempo, dal 1945 a oltre il 1990, finché qualche praghese non lo ha verniciato con dello spray compiendo un gesto che fu preso per una bravata. L’amministrazione cittadina ripulì il carro, ma dopo qualche tempo il gesto si ripeté. A quel punto l’amministrazione capì che quel gesto era la spia di un’idiosincrasia per tutto ciò che ricordava l’Unione Sovietica, tanto che perfino il simbolo della liberazione dal nazismo era passato in secondo piano per il ricordo negativo che quello stesso esercito aveva lasciato ai Cecoslovacchi. Quel carro armato che campeggiava su Praga e la sua rimozione, per quanto non raffigurata, grazie alla lapidaria affermazione del protagonista, rappresentano molto più che un semplice dettaglio urbanistico: sono il simbolo di tutto il travaglio umano oltre che storico e politico dei praghesi.

Altro elemento che depone poi in favore della scrupolosità della ricostruzione storica da parte di Vittorio Giardino è la questione della toponomastica. Con i nuovi rivolgimenti politici i nomi delle piazze e delle vie che direttamente o indirettamente rimandavano all’Unione Sovietica sono stati tolti in favore di altri, espressioni della storia e cultura ceca. Giardino è riuscito a recuperare la toponomastica della guerra fredda grazie a una mappa della città che aveva conservato al termine di uno dei suoi vecchi viaggi di lavoro. Monumenti e nomi di vie che vorrebbero essere eterni e non lo sono.
Il regista greco Theo Angelopoulos, in una sequenza magistrale de “Lo sguardo di Ulisse” ci fa vedere una gigantesca statua di Lenin, che aveva fatto bella mostra di sé nel porto romeno di Costanza fino alla caduta del muro, mentre viene dissezionata e fatta risalire lungo il corso del Danubio fino in Germania, dove diventa un pezzo da museo. Nel corso della lentissima navigazione un corteo di bambini si avvicina alle sponde del fiume osservando rapito… la storia, un po’ Didier, il figlio di Jonas, davanti ai cimeli del mercatino.

Alla conclusione della storia a fumetti, recatosi alla birreria Kralik perché convinto di trovarvi Slavek, fidato sodale di tante disavventure, non vi riesce e scopre che anche la proprietà è cambiata passando a un tedesco, tale Müller. Incontra invece Muda, funzionario della polizia politica che per tanto tempo lo aveva braccato. Muda, trasandato e invecchiato, lamenta la propria sorte di incompreso: dopo il novanta i funzionari di Stato hanno dovuto fare i conti con il risentimento dei dissidenti nei confronti dei loro ex inquisitori. Muda invoca come scusante lo spirito di servizio, ma Jonas rifiuta l’invito a bere una birra e si allontana freddamente dal locale. All’esterno poi, risponde evasivamente alle domande della moglie, mentre Muda lo giudica un vigliacco.

In queste ultime tavole aleggia sul protagonista il senso del tempo che trascorre inesorabile cambiando tutti i riferimenti.
Se si legge il fumetto pensando a cosa sia stato il tempo per la Cecoslovacchia (come per altri paesi dell’Europa orientale), si ha come la sensazione che quella ineluttabilità si sia sostanziata nell’ingombrante presenza di due scomodi vicini, la Germania nazista e la Russia comunista, che nel Novecento ne hanno condizionato le vicissitudini.
Vite sospese, appunto.

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