PIPPO CONTRO HITLER: LA VERSIONE INTEGRALE DEL FUMETTO DI JACOVITTI

PIPPO CONTRO HITLER: LA VERSIONE INTEGRALE DEL FUMETTO DI JACOVITTI

Un improbabile aspirante jacovittomane, mi guarda supplichevole e chiede: “Ma Jacovitti, nel mese di marzo 1945, e precisamente il giorno 31, si trovava a Roma per partecipare insieme a Zaccaria Negroni, Dino Bertolotti, Natale  Bertocco, Alberto Perrini e altri  ancora, a una riunione per definire come e cosa pubblicare nel futuro giornale cattolico dedicato agli universitari che avrebbe dovuto intitolarsi Tavola  Rotonda?”.

A questo ipotetico curioso rispondo: certo, lo so perché io pure ero presente in transfert, anche se vivevo a Carpi (Modena) e avevo otto anni. Ti posso dire anche che in quello stesso giorno nel periodico “Gioventù Nova” si poteva leggere quanto segue: “Lettori e collaboratori, come i cavalieri di Artù, dove ognuno avrà l’impressione di  svolgere il ruolo di capotavola. Una voce libera quindi, che esaminerà con giovanile freschezza, non disgiunta da un profondo impegno morale, tutti gli aspetti della nostra tragica epoca”. Le persone prima citate si troveranno assise a una simbolica mensa insieme a Jacovitti per definire le caratteristiche della rivista che alla fine prenderà il nome di “Intervallo”.

Da “Tavola rotonda” a “Intervallo”, perché? A pagina 19 della rivista “Vitt & Dintorni” dell’ottobre 2008, leggo estrapolando dall’articolo di Antonio Cadoni intitolato “Un amico chiamato Intervallo”, una citazione dell’editoriale del primo numero: “Desideriamo entrare nelle aule tra un’ora e l’altra di latino e, magari, di matematica”. L’originale intitolazione “La tavola rotonda”, diventò una rubrica nelle pagine centrali del giornale. Per farla breve, nel n. 2 di “Intervallo” Jacovitti debutta con il “satirico grottesco” di “Pippo e il Dittatore”, a tutta pagina e in bianco e nero, come tutto il resto. Niente colore: la guerra non era ancora finita, il Nord occupato dai nazifascisti, le città bombardate e in rovina, la fame regnava ovunque.

pippo05Jacovitti con “Pippo e il dittatore” riprende le fila del suo lungo discorso seriale con protagonisti Pippo, Pertica e Palla, visti dai lettori per l’ultima volta nella storia di genere avventuroso-giallo iniziata nel 1943 e interrotta per la sospensione delle uscite del “Vittorioso” (dal settembre 1943 al maggio 1944), ripartita senza come nulla fosse con la ripresa del giornale.

Che storia è, questo “Pippo e il dittatore”, probabilmente la prima disegnata nel 1945? Jac scherza con il fuoco, poiché il suo dittatore Flitt e i suoi degni compagni sono tratteggiati come “macchiette”, mentre sappiamo che Hilter e i nazisti erano dei psicopatici assassini di massa. Però alle spalle c’era il film chapliniano “Il grande dittatore”, dove Charlot faceva più ridere che piangere. Da notare che, dopo questa storia, Jacovitti sforna “La famiglia Spaccabue”, vagamente alla Braccio di Ferro di Segar per quanto riguarda pugni e sberle che non si contano. A un certo punto, il direttore e i redattori (suppongo) intimano a Jacovitti di troncare la storia. Il quale obbedisce, credo a malincuore, anche perché ne aveva disegnato tutte le puntate e pure il suo seguito, ossia “Ghigno il maligno”. Poi  arriverà “Battista l’ingenuo fascista”, storia social-politica nell’ambito della quale Jacovitti non lesina  simbolici colpi al basso ventre a destra e a sinistra. Ma torniamo a bomba al nostro “Dittatore”.

La prima ristampa avvenuta nel n. 5 degli “Albi Ave serie Pippo” in formato orizzontale, nel  settembre 1948, a causa dell’inevitabile diversa impaginazione ebbe tagliate le vignette, quasi tutta una panoramica e pure modificato il testo dell’ultimo quadretto della tavola finale. Nel 1972 l’editore Mondadori lancia sul mercato il mensile “Il Mago” in grande formato: forse per dare fastidio a “Linus” e a “Eureka”. Sul primo numero ecco Jacovitti con la storia del dittatore ribattezzata “Ahi Flitt”. È in tutto simile all’edizione monca dell’albo. La ristampa Conti segue poco dopo, e la musica è la stessa.

Finalmente nel 2010 arriva il volume di Stampa Alternativa intitolato “Jacovitti Eia, Eia Baccalà”, a cura di Goffredo Fofi e Anna Salepicchi, postfazione di Gianni Brunoro. La versione è quella dell’albo serie Pippo e seguenti, inoltre la storia viene impaginata con tre strisce per pagina, questo perché il volume ha un formato più o meno quadrato.

Quando chiesi conto a Cadoni (che aveva passato a Salepicchi tutti i dati e le notizie), lui mi rispose che Anna Salepicchi era molto gentile e avrebbe fatto le cose a modo e che gli aveva assicurato un prodotto finale perfetto. Quando, imbufalito, scrissi alla signora Salepicchi attraverso Stampa Alternativa, non ricevetti alcuna risposta. Invece Goffredo Fofi, gentleman di altri tempi, mi scrisse una letterina a mano confessando che lui di Jacovitti sapeva poco e nulla, ma  “per sfizio” aveva fatto il lavoro, pur aspettandosi le rimostranze di qualche vecchio incallito jacovittomane. Quindi, per tirare le somme, nessuno ha mai ristampato la storia integralmente.

Presumo che non sia un’assoluta illazione pensare che Jacovitti nelle storie del 1945 (le prime disegnate nella Firenze ormai fuori dalla guerra, che pure continuava nel Nord Italia) esprimeva coscientemente e volutamente il suo mondo interiore. Voi dite che alcune cose potevano fluire autonomamente dalla zona ben nascosta dell’inconscio? Io di psicanalisi me ne intendo poco e tendo a valutare questa branca che indaga i meccanismi psichici dell’uomo un apparato assai teorico, non certo una scienza esatta.

Però, vista la sostanziale differenza di temi e contenuti esistente fra le storie del prima e dopo 1944, nonché una graduale evoluzione tecnico stilistica del disegno in marcia verso una semplificazione/stilizzazione (che in effetti sarà palese guardando le storie degli anni cinquanta), mi pare si possa affermare che se uno spartiacque ci fu nel mondo tecnico ed espressivo del Nostro, questo coincida con il prima e il dopo Pinocchio disegnato nel corso del 1944, che, soprattutto per il tema affrontato, rimane un’opera quasi a sé stante. Anche se nelle ultime grandi tavole qualcosa sembra volere infrangere la tensione che fa di questo lavoro un’opera molto coesa.

Come esempio porto un particolare minimo, ma significativo: nella tavola che riproduce Pinocchio che si muove all’interno dell’immane pescecane, raffigurato verosimilmente per esigenze compositive come un perfetto ovale geometrico, con papà Geppetto e a una messe di eterogeneo materiale: pure una intera nave a vela. Ebbene, nello spazio cartaceo della tavola che sta intorno alla figura geometrica, si notano galleggiare in un liquido acquoso strani e incongrui personaggi, fra i quali una vecchia sirena con tanto di ombrello e cuffia da notte, lo stesso Jacovitti in posizione orizzontale che sui pantaloni porta scritto il proprio cognome, alcuni pesci ed altri ittici esemplari fra i quali un pesce sega, uno a quadretti e anche il pesce Hitler, poiché il muso di questo esemplare marino non è altri che il volto caricaturale del dittatore nazista.

Siamo nel “Vittorioso” n. 24 del 29 giugno 1947. Però la tavola, proprio per il particolare della caricatura, si potrebbe pensare disegnata nel 1944 dopo la liberazione di Firenze, avvenuta a fine agosto di quell’anno terribile. Alla fine della storia mancano ancora solo due tavole.

Va beh, torniamo a quanto prodotto da Jac “Lisca di Pesce” nel 1945: echi e risonanza delle ansie e tensioni passate rifluiscono in queste storie? Avete presente il feroce piccolo interno borghese de “La Famiglia Spaccabue” e del suo seguito “Ghigno il Maligno”, tutto già disegnato ma solo in parte pubblicato su “Intervallo”? Perché tanta violenza?

Gira e rigira si torna a “Pippo e il Dittatore”, storia che finalmente viene presentata nella sua integralità originaria. Buona  lettura!

(Il materiale usato proviene dall’archivio di Antonio Cadoni, che nel 1973 ebbe la cortesia di farmi avere le copie. Senza la sua disponibilità lo storia sarebbe rimasta incompleta per sempre). 

Cliccare sulle pagine per ingrandirle e facilitare la lettura.

21 commenti

  1. LO sapevo! troppo semplice l’introduzione scritta alla storia di “Pippo e il Dittatore”!! non mi rimane che rendervi edotti delle sue premesse, storiche e politiche, una vicenda che Jacovitti mi raccontò fra le lacrime a Roma nel Gennaio 1958 mentre io dopo i 40 giorni del CAR passati a (come marò senza alcun grado) Taranto partecipavo ad un corso di addestramente per “Arditi incursori radioltelegrafisti”.
    Inizia la storia, state attenti e prendete appunti, poi se ne avrete voglia chiedetemi eventuali chiarimenti!!
    Anno del Signore 1944, 24- 31 dicembre, numero 21 de”Il Vittorioso”, me lo trovo davanti all’edicola interna alla stazione ferroviaria!!! Incredibile!! Cerco la puntata di “Pippo e la pesca” e al suo posto trovo invece a pagina tre “ Peppino il Paladino”, storia di magia e medioevo giunta alla puntata 5, fra l’altro firmata JB42!! MI trovo in un universo parallelo??!! Leo Malet giovane scrittore e surrealista della prima ora ha invitato Jacovitti e Caesar a Parigi per presenziare ad una mostra dedicata al Generale De Gaulle e il Nostri accettano, anche se il viaggio sarà periglioso con partenza dalla Sardegna, tappa in Corsica e poi via U Boat fino a Tolone , indi con una carro ferroviario carico di reti metalliche con tanto di filo spinato, aggregato alla sezione merci/bestiame con l’accelerato Marsiglia -Vichy -Parigi. Françoise Calvo li attende di mattina alla Gare Montparnasse, stazione dei treni parigina e terminus dei convogli che giungono dalla costa azzurra. Al Bistrot della stessa stazione c’è anche Roland Topor che è in grande ambascia a causa del fatto che si è sparsa la voce che infiltrati della Gestapo lo stanno cercando per catturarlo e deportarlo a Trieste dove sarà interrogato da Himmler in persona. Brutti tempi!!.
    Il grande e poliedrico illustratore Calvo conosce di certo i lavori di Jac e lo ammira soprattutto per la sua opera a luci rosse “Il Kamasultra”, arrivata anche in Francia in parte sotto forma di singoli fascicoli e in volume editi da “Artefact” nel 1943, mi pare in due diverse edizioni. Intanto Corteggiani, che con Jacovitti e Caesar che non si è mai incontrato prima e che quindi non può riconoscerli a vista, ha precedentemente concordato telefonicamente con il generale Rommel ex volpe del desertoun “rituale” gestuale e vocale per identificarsi, la “famosa pantomima” ( Bingo-bango, grr-grr, tipetap, tipetap – tipitip, tipitip. E zappalà- e zappalà) creata presumo dallo stesso Corteggiani . Così avviene e dopo il mutuo riconoscimento i tre se ne vanno e raggiungono Topor al bar per rifocillarsi. Topor è più sereno poiché ha saputo da fonte certa che gli sgherri della Gestapo clandestini a Parigi sono stati catturati dalle parti del Bois de Boulogne e fucccilati sul posto dalla truppa marocchina al comando del generale Salazar!! ecco, resoconti di quanto avviene dopo, se sono apparsi scritti da qualche parte, io non li ho rintracciati, nonostante abbia chiesto a destra e manca. Curioso che di questo particolare incontro ne venga decenni e decenni dopo elaborata una versione fumettistica sul mensile “Journal de Mickey” all’interno di una storia di Timoty Titan disegnata dal vecchio Calvo: “Il pianeta Jac”, poi trasmigrata su “Il Giornalino” n° 17 nel 1994 ridisegnata da Cavazzano. Nell’ambito di questo fumetto fantastico/avventuroso compare lo stesso Jacovitti in forma di personaggio, nella doppia parte di buono e cattivo. Proprio a causa di questa ambivalenza la storia assume un’aura grottesca, a volte cupa e stralunata.

  2. Fellini si trova proprio in quel momento a Parigi e fraternizza con Jacovitti sul set dove Jac con i suoi amici è passato per incontrare l’allora quasi sconosciuto regista ma abbastanza noto caricaturista. ll film in questione si divide in due episodi. Il primo si intitola Una voce umana ed ha al centro una serie di telefonate che una donna riceve dall’uomo che ama e che la sta lasciando per un’altra. Nel secondo (Il miracolo) Nannina, una pastora considerata matta dai compaesani, incontra un vagabondo che crede sia San Giuseppe (a cui lei è molto fedele) che ha deciso finalmente di comparirle davanti. L’uomo, dopo averla fatta bere abbondantemente, approfitta di lei. Così Nannina si ritrova incinta e dileggiata da tutti.
    “Questo film è un omaggio all’arte di Anna Magnani” così recita un cartello a firma Roberto Rossellini prima dell’inizio del secondo episodio de L’amore. Si può però affermare che entrambi, anzi in modo particolare il primo, siano due grandi omaggi all’attrice. Cocteau, alla cui pièce fa riferimento diretto con alcune varianti il primo episodio, ricordava: “Ho lavorato al film “La voix humaine” con Rossellini e la Magnani. Due belve. Una che sonnecchia. L’altra che tira fuori gli artigli. Conservo della nostra collaborazione il ricordo di una sorta di miracolo amichevole.” Rossellini realizza sulla base del testo un film che si può definire sperimentale. Sperimenta sui suoni: le voci che giungono dall’appartamento accanto, le repliche dell’interlocutore al telefono che ogni tanto si percepiscono quasi distintamente, i rumori ambientali. Ma soprattutto è su lei, su Anna Magnani che esercita una sorta di gioco che va dal dominio alla sottomissione alternativamente. Da un lato le scelte di inquadratura, che talvolta si rivelano difficili da sostenere per l’uso del fiato da parte della protagonista e dall’altro l’infinita tavolozza di sfumature vocali ma soprattutto mimico-facciali e corporee che l’attrice gli regala e/o gli impone.
    Jacovitti colpito da quanto gli sta accadendo inizia a disegnare “Pippo e il Dittatore”, storia a fumetti che Fellini apprezzava molto e che lesse in anteprima su “Intervallo”.
    Va beh, se volete complichiamo ancor di più la faccenda.

    • Sto preparando “Ultima rumba a Parigi” proibito ai neonati!!

  3. Beh no, forse meglio essere più didattici per l’unico lettore, che sarei poi io stesso . Mah, che assurdità. comunque, continuo per forza d’inerzia. Nel corso del 1945 Jacovitti creò parecchie altre storie, la componente surreale appare nel sogno lunare di Pippo, lavoro secondo me portato avanti in contemporanea con quello su il dittatore: una storia per “Intervallo”, una per “Il Vittorioso”. Se veramente così è stato, incredibile l’abilità di Jacovitti di inserire i suoi “treP” in due atmosfere assolutamente diverse! Poi nelle altre storie tutte del 1945, c’è una satira della società allora contemporanea, con una folle immersione della “famiglia2, istituzione sacra, specialmente se la famiglia è quella degli Spaccabovi ; quasi naturale per “Intervallo” visto a chi era indirizzato il giornale studentesco, più sorprendente che questo avvenga anche su “Il Vittorioso”, in quel periodo evidentemente più aperto in fatto di libertà di opinione. Che so, pensiamo a “Oreste il guastafeste” disegnato e colorato a mezza tinta sul retro del foglio, nello stesso 1945 ma tenuto “In frigo” fino al 1948, pubblicato a tutta pagina, con molto lettering riscritto da mano ignota per ordine proveniete dall’alto. Chissà che cosa mai aveva scritto Jacovitti? Non lo sapremo mai, a meno di potere avere fra le mani le tavole originali e guardare contro luce per leggere quello che sta sotto alle parti ricoperte di bianco. Mah!
    Naturalmente anche nello stesso “Pippo e il Dittatore”, che di fatto è un “grottesco” che mette in rilievo l’ottusità delle dittature che qui appaiono mescolate , con rimandi al fascismo e al nazismo con qualche riflesso non so quanto volontario al comunismo dell’allora grande Jugoslavia di “Tito” ( in italiano Palle di ferro) , ci sono delle componenti di tipo fantastico/surreali, tipo quella presente nella panoramica che a suo tempo inviai, insieme al resto, a Sauro, dove in mezzo al bailamme di un campo di concentramento/lavoro, si vede un uomo che deve spostare un elefante tirandolo per la proboscide!
    Nel corso del 1945 Jacovitti creò parecchie altre storie, la componente surreale appare nel sogno lunare di Pippo, lavoro secondo me portato avanti in contemporanea con quello su il dittatore, : una storia per “Intervallo”, una per “Il Vittorioso”. Se veramente così è stato, incredibile l’abilità di Jacovitti di inserire i suoi “treP” in due atmosfere assolutamente diverse! Poi nelle altre storie tutte del 1945, c’è una satira della società allora contemporanea; naturale per “Intervallo” visto a chi era indirizzato il giornale studentesco, più sorprendente che questo avvenga anche su “Il Vittorioso”, in quel periodo evidentemente più aperto in fatto di libertà di opinione.
    Naturalmente anche nello stesso “Pippo e il Dittatore”, che di fatto è un “grottesco” che mette in rilievo l’ottusità delle dittature che qui appaiono mescolate , con rimandi al fascismo e al nazismo con qualche riflesso non so quanto volontario al comunismo dell’allora grande Jugoslavia di “Tito” ( in italiano Palle di ferro) , ci sono delle componenti di tipo fantastico/surreali, tipo quella presente nella panoramica che a suo tempo inviai, insieme al resto, a Sauro, dove in mezzo al bailamme di un campo di concentramento/lavoro, si vede un uomo che deve spostare un elefante tirandolo per la proboscide!

  4. J. d. La Rue guarda, tirato per la giacca a sua insaputa ( chiedo venia). beffardamente il calendario che segna il 17 Novembre di un anno fa e mostrando agli astanti la sua immagine riflessa nel grande specchio che occupa tutta una parete della fastosa redazione di “Giornale Pop” sospira dicendo: ”Beh quando ho visto lo scambio al microfono fra il dittatore e il filosofo non ho potuto non pensare a Chaplin. Ma qui lo scambio porta… allo stesso risultato. Jacovitti di certo è più disilluso del piccolo vagabondo. Bello il pannellone con il tipico helzapoppin corale jacovittiano e un beffardo “W il S.T.R.N.Z.”. Mi sarei aspettato anche un accenno più diretto alla tematica razziale, ma forse anche il grande satirico non se la sentì di “cojonà” troppo su certe turpitudini”.

    Il tempo scorre veloce nella grande navata centrale della sala centrale di questo museo dedicato allo scorrere delle ore, grandi pareti bianche e poltrone e divani rosso cadmio. Sospeso in aria con dei tiranti di acciaio un biplano perfettamente tirato a lucido fa la sua bella figura. In fondo appoggiato alla parete dove il fuoco eterno arde in un immenso camino ad angolo, messer Mefistofele si frega le mani. “ Si, Jacovitti di certo è disilluso, ma disegna questa storia a guerra appena finita, per cambiare le cose ci vuole tempo. La persecuzione nazifascista nei confronti degli ebrei ed oppositori politici, ma anche artisti non in linea con la concezione dell’arte propugnata da Hitler aveva portato alla fuga e a numerose vittime accusate di arte degenerata. Ma la faccenda terribile e quasi insopportabile per la coscienza dei normali non poteva che essere l’ esistenza dei campi di sterminio. Fra grandi, piccoli e piccolissimi ( in totale ne furono contati in Polonia e Germania 1500) dove in mancanza delle strutture con camera a gas, chi arrivava veniva subito ucciso a fucilateappena sceso da treno lager, sepolto nelle fosse comuni già preparate in anticipo attivissimi a partire dalla fine del 1941 era stata tenuta il più possibile occultata dai carnefici, anche le l’immensa rete di strade e ferrovie che in tutta Europa convergevano nei grandi campi di morte in Polonia e Germania era tenuta attiva e funzionante con la collaborazione di decine di migliaia di persone che alacremente collaboravano, dalla Francia all’Italia fin fino all’isola di Corfù, dalla Danimarca alla Russia occupata. Non si poteva NON sapere!! Ma forse Jacovitti , come tanti altri fiorentini non ne ebbe in tempo reale la percezione in tutta la sua demoniaca realtà. Forse….
    Ma Jacovitti è giovane ed impaziente e ora che ormai la guerra è alle ultime battute è ansioso di dire tutto quello che gli ribolle nella mente e nella coscienza. Per “Intervallo” si getta a capofitto con la storia successiva- La Famiglia Spaccabue- in una furibonda satira famigliare, dove figli e figlioletti, genitori e nonni se le danno di santa ragione. Da parte del nostro fu certo una ingenuità toccare il sacro tema della famiglia! Le conseguenze non mancarono e la storia degli Spaccabovi fu interrotta per ordini superiori. All’interno di “Intervallo” nell’ambito della rubrica “tavola rotonda” Jacovitti viene messo in stato d’accusa e naturalmente deve mollare l’osso. A modo suo protesta e fra i quadretti della storia, peraltro già finita ( cinque puntate finali non furono allora pubblicate), si lamenta nei confronti della libertà di espressione che , secondo lui, non è quella che si aspettava. La storia delle disavventure della famiglia Spaccabue continuarono poi in “quasi”perfetta continuità narrativa sull’albo della serie “Costellazione” ( la casa editrice era quella del settimanale a fumetti “Robinson”) serie Lisca di Pesce n° 1, Intitolato “Ghigno il Maligno”, uscito nel 1948 ma chiaramente disegnato nel 1945 con diversa impaginazione comprese piccole aggiunte dovute allo stesso Jac ( fu quindi rifiutato da “Intervallo”). La mia impressione che dirigenti, finanziatori, redattori e anche parte dei lettori del settimanale studentesco cattolico di Roma, sia per una questione di scarsa maturità nei confronti di certi problemi, per ignoranza nel campo dei fumetti, per questioni ideologiche legate alla loro formazione dogmaticamente cattolica, non fossero all’altezza del loro compito e la satira jacovittesca e anche di tipo generale, non fosse a loro tanto gradita!
    Non per niente la storia del Nostro pubblicata successivamente,”Battista l’ingenuo fascista”, piacque a lettori e alla dirigenza cattolica perchè aveva anche un lieve sentore ( non dico puzza) reazionario!

  5. Vorrei continuare a citare la parte del dialogo avvenuto pari pari un anno or sono con De la Rue, ma questo grande museo parigino dedicato allo scorrere del tempo me lo impedisce per una questione di opportunità etica, Sono tutti questi grandi speccchi e l’arredo così rosso che fanno da tramite con il senso morale del museo stesso, che pur è disponibile in certi casi a spostarsi per mesi e forse anni indietro nel tempo.
    Il fatto è che questo museo esternamente struttura architettonica che rimanda all’estetica architettonica dello stile gotico, ( in origine era un complesso religioso del 1300) internamente è asteticamente assolutamente contemporaneo, come lo è la stazione del metro nella parte underground (Temple) che ripete la malia incantatrice dell’Art Nouveau ( da noi Liberty) legata alla realtà ma anche alla finzione letteraria delle illustrazioni delle perime edizioni verniane delle peripezie marine del Nautilus, non l’omonima conchiglia, ma l’allora futuribile sottomarino del vendicativo Capitano Nemo.
    Il fatto è che l’evolversi degli stili nei secoli passati non è stato contemporaneo in tutta Europa, il che ha generato una e vera e propria distonia fra l’Italia ed a esempio, con la Francia. In Francia lo scorrere del temponon collima esattamente con il suo lentissimo ed impercettibile evolversi tecnico nelle strutture rinascimentali italiane, tanto che ora si è portati a credere che la divisione teorica netta medioevo /Rinascimento sia solo una sovrastruttura, un artificio di catalogazione storico/artistica.
    Scusate la digressione,
    Torno a bomba; si, certo, Battista è una storia contradditoria, per poterla valutare bene sarebbe necessario uno studio di più ampia portata e con visione a – se mai possibile- 360 gradi. Quindi tento di allargarmi quanto posso: mi rendo conto che per inquadrare bene le storie di Jacovitti prodotte nel 1945, nei due o tre anni successivi e per cercare di capire un po’ come ragionava e che cosa “sentiva” e pensava il Nostro, non si può prescindere dal contesto storico del tempo e delle sue radici. A partire da quale era il clima de “Il Vittorioso” del 1940 nell’ambito del quale Jac debuttò con la vicenda di propaganda anti britannica “Pippo e gli inglesi”? Che modelli aveva Jacovitti pubblicati sulle pagine del “Vittorioso?” Eterogenei di certo, ma uno su tutti primeggiava: pensiamo ora al personaggio “Romano il legionario”, che debutta sul Vittorioso nel 1938, quando ancora Jacovitti non aveva iniziato a collaborare al fiorentino “Il Brivido”. Il nostro Jac però allora aveva solo 15 anni, che si può pretendere? Romano, personaggio inconsapevole(??) strumento di propaganda fascista?’ Mah, chi può dirlo! Azzardato negarlo osservandolo nella sua parte di “legionario” intento a combattere nella tristemente famosa Guerra di Spagna . Guerra che “L’osservatore romano” caldeggiava quando ancora la dirigenza fascista tentennava e lo stesso Duce reduce dalla guerra d’Etiopia si crogiolava nuotando sull’onda del “consenso” ed era timoroso di imbarcarsi in una avventura che avrebbe potuto cambiare in peggio le carte in tavola ( come poi di fatto accadde).
    Ma non ci dobbiamo meravigliare, quelli erano i tempi!! Però poi Romano dopo l’iniziale exploit nazionalista mostra altre qualità, si lega anche lui al mite dell’eroe romantico, esploratore, uomo d’avventura! Nella sua ultima avventura apparsa su “Il Vittorioso” nel 1943 ( ma disegnata a fumetti nel 1940, poi messa nel cassetto allo scoppiare della guerra e riproposta successivamente con rimaneggiamenti vari, fra i quali eclatante la sostituzione del dialogo delle nuvolette con autarchiche didascalie e nuova impaginazioni con interventi dovuti alla stessa mano dell’autore, che nella prima tavola pone la sua firma con la data del 1942) “Romano nel Tibet”, il nostro eroe parte per una importante missione pilotando un aereo giapponese.
    Le successive incongruenze narrativo/grafiche sono dovute al fatto che la storia dovette essere “risistemata ”. L’ultima puntata, “Il Vittorioso” n°20 del 26 Giugno 1943, lascia Romano a fianco della moglie convalescente in una parte imprecisata della Mongolia: il personaggio non soppraviverà alla fine della guerra. Questo lo scrivo per fare un parallelo con quanto prodotto da “Lisca di pesce” dal 1940 al 1943, che inizialmente partecipa con entusiasmo all’euforia anti inglese con storielline spionistichecome “Pippo e il mistero dei lupino” e “Pippo e la boa”, ma che poi si allinea al clima di tutto quanto contenuto nel Vitt, e manda i suoi eroi in avventure esotiche o comunque immerse in un clima astorico”.
    Su “Il Vittorioso2 a partire dal Giugno 1945 ,insieme ai sosspirati 4 colori , ritorna Jac con storio tormentate, ora quasi imbarazzanti per noi “sensibili” lettori contemporanei, ma allora non percepite nella loro complessa completezza da chi le leggeva: Pippo sulla Luna, Pippo in montagna, Ciak, Pippo vola, Pippo e la guerra, Pippo e la pace,, La bomba comica, Pippo e il faraoene e siamo già nel 1948, anno delle elezioni politiche….
    Il periodo è stato studiato da molti, anche da Goffredo Fofi per i volumi saggio/intrattenimento dell’editrice Stampa Alternativa: buon lavoro, peccato che Fofi di Jacovitti si sia ricordato poco, in quanto ( Lui, come me, classe 1937) non fu da bambino folgorato dalla malia delle aventure dei “Tre Pi”. e che delle loro avventure si sia ricordato a pezzi e a bocconi! Nessuno è perfetto!!.Va beh, sto scrivendo a ruota libera , al braccio, le cose in tale maniera sono più sincere anche se la forma puà lasciare spesso a desiderare.
    Se La Rue è nei paraggi, lo invito ad entrare pure lui nell’atmosfera del mio museo dei ricordi e dello scorrere del temo e di guardaesi nei grandi specchi, che, attento, possono anche mutarsi in quelli delle nostre brame!!
    Chi è il più “bello” del reame??
    Io ho ricacciato Mefistofole tentatore laggiù in fondo allo stato dell’inconscio dove sedimentano anche i fanchi del pliocene, dove rimangono le impronte degli ominidi che per forza sono stati anche i miei ascendenti.
    Si, lo ammetto, sono quasi Beato, in odore di santità??

  6. Spingo J D La Rue dentro a questa risposta all’articolo su Pippo e Hitler. Jd la Rue non appare entusiasta, guarda nello specchio e alle sue spalle percepisce una presenza diabolica. Si volta ma la sala è vuota, solo un vecchio signore dalla barba bianca sta seduto su di un divano rosso cadmio sfogliando con attenzione un voluminoso catalogo relativo ai fumetti, pochi, disegnati da Roland Topor.. Il quale alza la testa e sorridendo fa l’occhiolino a De la Rue! Il Nostro alza le spalle e scuotendo appena la testa parla nel microfono che l’immaginifica Tiziana gli porge:” Batista l’ingenuo fascista non l’ho letto, ma da quel che vedo in rete più che sentore reazionario mi sembra che non si risparmi nessuno.
    Vedo la vignetta sul ritorno dei fuorusciti (lì è forse ingeneroso: alcuni avevano sofferto DAVVERO, alcuni li avevano ammazzati all’estero), e penso che poteva anche piacere alla “dirigenza”, ma poi leggo: “Dunque ragioniamo: ma è proprio morto il fascismo?”, che mi sembra inquadrare il problema di questo Paese. Il “fascismo” è, beh, chiamiamolo stato mentale, non è una divisa nera.
    Nel 45 ci sono “fascisti” dappertutto (come oggi ci sono “democristiani” dappertutto), solo che non sono ingenui e hanno imparato che bisogna togliersi la cimice (come oggi bisogna togliersi lo scudo crociato) e infiltrarsi “laddove”.
    Una volta qualcuno mi disse che appena dopo l’armistizio ci fu (nella mia città) un boom di iscrizioni al PC. Contemporaneamente ci sarà stata una moria di “cimici”, senza neanche bisogno del Flit. Povero Battista”.
    Mmmmh…. eccoli lì, Tiziana e De la Rue al bar dell’angolo che sorbiscono computamente liquidi rossastri contenuti in alti bicchieri!!
    Mefistofole sogghigna felice della mia invidia!!
    Questo Mefistofele vestito tale e quale lo disegnò Albertarelli nella storia “Il dottor Faust”, non ha capito un bel nulla!! Le bevande rosso cadmio o a volte rosso vermiglione sono sempre molto zuccherate e perdipiù alcooliche. tipo il famoso bloody Mary. Certo che lo humor inglese è spesso macabro!
    Potrei io bere a garganella una siffatta bevanda?? e la mia glicata ( Media trimestrale della glicemia)? Mefistofole che legge, quel maiale, anche nei pensieri, si fa serio e vedo che si sta agitando come se un esercito di pulci gli stesse pizzicando voracemente il diabolico deretano! Ha capito che gli conviene svanire nel nulla, che io al massimo di rosso posso bere spremuta d’arancia senza zuccheri aggiunti ( nemmeno il maltitolo, che di fatto uno zucchero è). Ma prima che questo diavolo pittoresco e legato a credenze teutonico/letterarie possa svanire lo voglio tormentare con l’argomento che per lui è paragonabile ad una brace ben ardente infilata giù per la schiena:” Mefistofele” faccio io” ,” sei alto e snello e di viso ben proporzionato, come mai le pulzelle non le conchicchi mai?? Perchè non te le porti in qualche anfratto tenebroso ed estrai, per la loro delizia, il tuo turgido pitone? Mefistofole fischietta e fa finta di non aver udito.”Già, che sia forse per quella voce che gira da millenni e che classifica angeli e demoni come asessuati, senza organi genitali e privi anche dell’ano ( mai sentito parlare di demoni omosessuali?), visto che essendo puro spirito ( anche se nel caso presente,malvagio) non ne hanno assolutamente bisogno perchè non mangiano ecc,ecc??
    Ecco, quel fesso di Mefistofole è scomparso e penso che prima di tornare a criticarmi, del tempo ne passerà un bel pò.
    Gli specchi del museo del tempo che passa sono pudicamente arrossiti. Il loro boss, quello centrale più alto e largo di tutti, si schiarisce la voce e mi si rivolge in tale maniera: ” Tomaso Prospero, sei uno scostumato, lo sai che Mefistofele ha il complesso della castrazione!! perché rigiri il coltello nella piaga??”. Io guardo lo specchio comandante in capo e con un balzo felino lo attraverso. Eccomi così dall’altra parte dello specchio, dove potrò fare due chiacchiere con i personaggi di Carrol, tanto per distrarmi dalle ambascie della vita!”:
    Au revoir!
    Me”?

  7. Sarebbe interessante sapere quanti sono in Italia i lettori appassionati di Jacovitti che hanno cercato di rintracciare -anche attraverso le ristampe – le storie a fumetti del Nostro per poterle leggere in modo cronologico di esecuzione, per il piacere di farlo ma anche per formarsi una visione globale di qutta questa produzione di storie dovute all’estro del geniale “Lisca di pesce”.
    Se escludiamo chi ha affrontato questa sfida perchè incaricato di scrivere qualcosa su Jac e quindi essendo pagato ha sentito il dovere etico di non copiare quanto da altri prima di lui avevano scritto sui fumetti di Jac per scopi diversi, fra i quali anche solo per il piacere di farlo ( senza il miraggio cel conquibus quindi), beh, il numero di questi avventurosi della scrittura non supera il numero di dieci!!
    Dieci eroi, certo anche per i soldi senza i quali si muore di fame accovacciati sotto qualche ponte, ma insomma, sempre eroi!!
    La mia crisi di identità in fatto di identificazione con coloro che amano e studiano Jacovitti, deriva dal fatto che non sono catalogabile perchè essendo dalla nascita ricco come un Nababbo, non ho mai avuto realmente necessità di sgobbare e se l’ho fatto è stato solo perché entusiasta seguace degli amanti della pittura desideroso di comunicare il mio immenso sapere a legioni di piccoli ed incolti fringuelli!!

  8. Il mio gatto ha le febbre: come misurargli la temperatura?
    “ Ehi Holmes ( in realtà credo, suppongo, trattasi dell’inafferrabile ed ineffabile Crepascolo in veste di attore girovago venditore ambulante di cornamuse, travestito per la bisogna [ qualche critico ha avanzato un’altra interpretazione: il personaggio in questione sarebbe invece realmente Holmes travestito da Crepuscolo travestito da Holmes. Mah!]) ma che ci fai da queste parti?? Siamo qui in zona di Porte des Lilas, luogo celebre a Parigi perché in tale luogo fu girato un famoso film. Gli chiedo subito lumi sulla faccenda del gatto febbricitante.
    Il segaligno detective ultracentenario mi guarda sorridendo, il che è già di per sé un avvenimento straordinario, ma non dice nulla e fa un gesto che parrebbe significare che col gatto saranno cavoli miei!!
    Il grosso mastino Hugo mi lambisce bavosamente le mani e riconoscendo in me colui che da piccolo lo svezzò a biberon di birra Guinness uggiola di gioia quando mi chino e lo sbaciucchio sull’umido nasone. Holmes, pur coriaceo com’è si intenerisce di fronte a queste scenette di carattere famigliare e soffiandosi la sua notevole protuberanza nasale con un enorme fazzoletto verde giallo ed arancione – il colore della squadra di calcio del Baia della quale è tifoso dal tempo del “Lo starno caso del gatto brasiliano con ascendenti calabresi”- mi si avvicina e mi bisbiglia all’orecchio. “Tomaso, so tutto di Sauro e di quelle terribili redattrici della “Banda aerea n°3 ” che lo tennero legato al letto di Del Buono per tre notti costringendolo a subire le loro inestinguibili voglie, ma non temere, al poveretto penseremo dopo con trasfusioni e flebo tonificanti. Ora la priorità è un’altra: ascolta e medita!! Hai letto la versione b di “Zazie dans le mètro” disegnata da Clèment Oubrerie?? Hai visto che nell’edizione italiana la prefazione è dovuta all’inquietante prosa di Stefano Bartezzaghi, allievo di Umberto Eco, figlio d’arte di quel tale Zanzibar ( nom de plume di Antonio ….) che fu maestro di enigmi, rebus, sciarade, scacchistica e quant’altro”.
    Tu che ne pensi??” Holmes si gratta il capoccione con estrema energia tanto da lasciare morte stecchite sul campo pulci e –credo- piattole ed altri insettucoli divoratori di forfora e orribili succiasangue- “Che ne penso. Eh, Bartezzaghi fa il suo lavoro, scrive, gli è capitato questo incarico e lo ha svolto! Eh…”.
    “Ma perché, caro Holmes ti sei posto questo problema specifico? In fin dei conti la ninfomania di quelle redattrici potrebbe essere solo una leggenda metropolitana; anche se pure il povero Boschi pare ne sia stato vittima….. .Il presunto Holmes mi guarda con lo sguardo in tralice e sbavando leggermente mi si avvicina guardandosi con aria circospetta intorno bisbigliando e farfugliando:” Tomaso, tu che ne sai di quello che si combinava in redazione a “Linus”. Non sai che il direttore Oreste del Buono non era quasi mai presente per non assistere a quello che accadeva?? Oreste era di animo pudico, un uomo timorato di Dio, non amava le donne troppo esplicite in fatto di sesso….” Io sospiro facendo un gesto di insofferenza,”Ma dai, orge in redazione, sembra il titolo di un racconto di Mano Libera, una cosa per menti un poco squilibrate negli affetti verso il gentil sesso!! Piuttosto, se ne sai qualcosa, parlaci di Jacovitti che dalla fine del 1945/46 disegna per l’AVE “Cip contro Zagar” , storia poliziesca che vedrà la luce cartacea si vedrà solo a partire dal n°44 del 1946! Uscito con la prima puntata a tutta pagina a colori ovviamente 1l 17 Novembre di quello stesso 1946!! Storia dove , udite ,udite, non compaiono i “tre Pi”: la storia avrebbe dovevo uscire a tutta pagina a colori fino alla fine, poi in albo ( c’era già la copertina pronta) o viceversa , ma nel finale riflui’nel corpo interno del Vitt su tre, o quattro, strisce e nel solo rosso e nero. Ehh, che mi dici? Poi , ci fu la contemporaneità di esecuzione (1945/46) fra questa avventura gialla e la storia su “Intervallo” di sapore politico “Battista l’ingenuo fascista” ( 1945/46)!! Che ne pensi di questa ubiquità di Jacovitti??”. Sogghigna Holmes che ormai ha debellato le care bestioline che vivevano e proliferarono bel microclima del suo cuoio capelluto ( è risaputo, anche nell’ambito del “canone” holmesiano il Nostro non si lava mai e neppure si cura di cambiarsi la biancheria intima, cosa che certamente ebbe un peso nei suoi rapporti con il gentil sesso): ” quella fu una faccenda basata su un equivoco, e l’equivoco consisteva nel fatto che “contemporaneamente” su “Il Vittorioso” Pippo, Pertica e Palla, erano in America ospiti dello zio Sam ( Pippo cow boy) con un seguito in perfetta continuità narrativa su l’Almanacco Vitt – Pippo nel Texas”del 1949 e “W Pippo, jacovittaggini messicane a partire dal n°36 del Vittorioso di quello stesso anno, su una lunghezza di 17 puntate a colori a tutta pagina. Ecco, in questo caso la famosa “continuità” interna alla saga in questione, le avventure dei “Tre PI”, che si sviluppano per un totale di 50 storie /1940/ 1971, se ne va in cavalleria, se pensiamo che queste avventure precedono nel tempo cronologico “Pippo e la guerra e la pace” che sono apparse due anni prima!!!!! Io lo guardo scettico: ” Holmes, è vero che sul Vittorioso le certe storie erano più o meno stampate in contemporanea, ma la causa consisteva nella decisionedella redazione, che aveva molta carne al fuoco di matrice jacovittesca e fece la scelta di usare quelle storie e non altre per motivi che non sapremo mai!”. JD La rue 67 che appena giunto qui in deltaplano con partenza dalla nota capitale del Tibet che mi pare sia situata all’altezza di ben 4.000 metri e con correnti sia ascensionali che parallele al livello del mare, quindi una ipotetica via di transito rettilinea ma curva come la superficie del nostro tondeggiante pianeta!!: dopo viaggio tormentoso, sta sfogliando gli ultimi numeri del “Vittorioso” 1946:” bella , bellissima questa storia di “Cip contro Zagar”. JD tiene in mano il n°47 di questa annata e improvvisamente sobbalza urlando:” ho capito perchè la storia poi sarà relegata nelle pagine interne in formato di solo tre o quattro striscie!!”. Perchè, perchè? chiedono a gran voce gli astanti.

  9. Beh, sul n° 47 si preannuncia “Pinocchio” di Jac ?, che di fatto poi inizia con due grandi tavole a colori sul n°49, e contemporaneamente il povero “Cip contro Zagar” passa a pagina tre nel solo rosso e nero e su sole tre strisce, cioè mezza tavola.
    Elementare Saurotson!!
    Ma dove è andato De la Rue? Coosaaa?? in redazione di “Linus”? Ma, ma ci sono le sempre arrapate redattrici!! Almeno, secondo vox populi.
    Passano due barellieri con il quasi defunto Sauro avvolto in carta argentata e con flebo all’opera: che fibra!! tre notti di “sevizie” e non ha esalato l’ultimo respiro.Mi piacerebbe sapere che ne pensa a proposito l’esperta Manus libera. Come? è impegnata a farsi la barba con sapone e pennello per ammorbidire la dura pelle di scaricatore di porto incartapecorita da anni di vita all’aperto e dall’aria ricca di salsedine. Contemporaneamente sta arrotando il filo del rasoio detto “samurai”, un attrezzo che solo i veri esperti possono maneggiare . Va beh,

  10. J. d. La Rue guarda beffardamente il calendario che segna il 17 Novembre dell’anno scorso 2015 e la data di oggi ( sceglietela voi). Io pensando alle avventure dei “Tre Pi” in America, non solo nel “far west ” , che ho contato nel numero di sei, con partenza nel 1946 e fine nel1967 con “Per un pugno di spiccioli”, apparsa poi anche in albo cartonato edita da MOndadori, al tempi del “Mago” con Jacovitti mattatore, mi sono reso conto che in queste storie nasce il personaggio di Tex Revolver ( Pippo nel Texas,1949) che poi continua le sue avventure con Pippo ,Pertica e Palla in altre storie tipo “W Pippo!!” sempre del 1949, per riemergere nel1952 e nel 1955 in una storia lunghissima, 31 Puntate a tutta pagina più una panoramica introduttiva, tutta dedicata a lui: le radici di “Cocco Bill” che apparirà nel 1957 sul “Giorno dei Ragazzi” sono quelle! Poi, a dire la verità, diventerà un tormrntone e rimane dimostrazione palese della parabola creativa di Jacovitti, che con il passar degli anni crea storie senza trama, un susseguirsi di situazioni quasi casuali, legate dal tenue filo dell’atmosfera western n mutuata dai fims dello stesso genere e del medesimo periodo. De la Rue scuote il capo forse per dire si, forse per dissentire, forse per esprimere la sua indecisione a pronunciarsi in materia . La la sua immagine riflessa nel grande specchio che occupa tutta una parete sembra sorridere in modo sornione! POi il Nostro sospira dicendo: ”Beh quando ho visto lo scambio al microfono fra il dittatore e il filosofo non ho potuto non pensare a Chaplin. Ma qui lo scambio porta… allo stesso risultato. Jacovitti di certo è più disilluso del piccolo vagabondo. Bello il pannellone con il tipico helzapoppin corale jacovittiano e un beffardo “W il S.T.R.N.Z.”. Mi sarei aspettato anche un accenno più diretto alla tematica razziale, ma forse anche il grande satirico non se la sentì di “cojonà” troppo su certe turpitudini”.

    Il tempo scorre veloce nella grande navata centrale della sala centrale di questo museo dedicato allo scorrere delle ore, grandi pareti bianche e poltrone e divani rosso cadmio. Sospeso in aria con dei tiranti di acciaio un biplano perfettamente tirato a lucido fa la sua bella figura. In fondo appoggiato alla parete dove il fuoco eterno arde in un immenso camino ad angolo, messer Mefistofele si frega le mani. “ Si, Jacovitti di certo è disilluso, ma disegna questa storia a guerra appena finita, per cambiare le cose ci vuole tempo. La persecuzione nazifascista nei confronti degli ebrei ed oppositori politici, ma anche artisti non in linea con la concezione dell’arte propugnata da Hitler aveva portato alla fuga e a numerose vittime accusate di arte degenerata. Ma la faccenda terribile e quasi insopportabile per la coscienza dei normali non poteva che essere l’ esistenza dei campi di sterminio. Fra grandi, piccoli e piccolissimi ( in totale ne furono contati in Polonia e Germania 1500) dove in mancanza delle strutture con camera a gas, chi arrivava veniva subito ucciso a fucilateappena sceso da treno lager, sepolto nelle fosse comuni già preparate in anticipo attivissimi a partire dalla fine del 1941 era stata tenuta il più possibile occultata dai carnefici, anche le l’immensa rete di strade e ferrovie che in tutta Europa convergevano nei grandi campi di morte in Polonia e Germania era tenuta attiva e funzionante con la collaborazione di decine di migliaia di persone che alacremente collaboravano, dalla Francia all’Italia fin fino all’isola di Corfù, dalla Danimarca alla Russia occupata. Non si poteva NON sapere!! Ma forse Jacovitti , come tanti altri fiorentini non ne ebbe in tempo reale la percezione in tutta la sua demoniaca realtà. Forse….

  11. Jacovitti e l’interregno… sentiamo il suono di una differente campana, ossia quella suonata dall’erudito mio coetaneo

    Goffredo Fofi

    Nei primi anni Ottanta dello scorso secolo scrissi su “Linus” un articolo intitolato Perché non possiamo non dirci qualunquisti. Mi è tornato in mente leggendo gli Jacovitti di questo volume. In esso parlavo del ritorno in tante parti della società italiana (anche in quelle di cui mi sentivo parte) della crescente diffidenza verso i partiti e le loro proposte, verso il loro modo di occupare lo spazio pubblico e il dibattito pubblico, di occupare lo Stato. Sulle molte accezioni del termine “qualunquismo” bisognerebbe tornare a discutere anche oggi, di fronte a una situazione politica così preoccupante, e alla trasformazione della democrazia in una sorta di dittatura culturale da parte di una maggioranza manipolata dai media, appiattita su modelli di consumo unici e ossessivi, su uno stesso stile di vita, accettante una stessa logica e uno stesso sistema, assolutamente conformista anche se apparentemente divisa tra opzioni ideologiche diverse.

    Leggendo questi Jacovitti, alcuni dei quali (Battista l’ingenuo fascista, Pippo e il dittatore…) sono radicati nei ricordi della mia infanzia, mi è tornato in mente come, negli anni Trenta, in Francia, gli studenti protagonisti del romanzo di Paul Nizan La cospirazione volessero fondare una rivista che avrebbe dovuto chiamarsi “La guerra civile”, un titolo che era stato seriamente vagheggiato dai primi surrealisti per una rivista che non si fece, o così mi pare di ricordare. Quel titolo rappresentava per gli studenti di Nizan un’aspirazione e un’idealizzazione conseguenti a certe convinzioni dell’epoca, tra marxiste e, appunto, surrealiste, secondo le quali tutte le guerre sono, in ultima istanza, delle guerre civili, ogni guerra viene dichiarata e combattuta contro il proletariato, e la guerra per eccellenza è quella del proletariato contro la borghesia ed è quindi una guerra interna alla società classista, una guerra di classe, una guerra, in definitiva, tra i ricchi e i poveri di ciascun paese e di tutto il mondo, una guerra civile. La guerra di cui Jacovitti ci ha parlato nei primi anni della sua carriera è stata quella coloniale, africana, ed è stata quella del regime fascista contro le democrazie occidentali, ma più tardi egli ci ha parlato anche di un’altra guerra, questa sì immediatamente “civile”, combattuta tra fascisti e partigiani, tra “repubblichini” (aderenti alla Repubblica di Salò) e “partigiani” (forze della Resistenza).

    Jacovitti non ha mai avuto simpatie per il marxismo e tanto meno per il comunismo e per le sue alleanze. Ne ha avute, invece, come mi sembra evidente dai suoi primi lavori di narrazione a fumetti, per il fascismo e per la guerra fascista, anche se, via via, come è stato per la gran maggioranza degli italiani, la sua simpatia è stata messa alla prova dagli effetti della guerra, ed è stata, via via, mitigata o soffocata dalla parte cattolica della sua cultura e, possiamo dire, della sua anima.

    La “guerra” di cui allora comincia a parlare non è più quella, impari e vile, del colonialismo africano, contro dei poveri che hanno il torto di essere persino più poveri dei soldati invasori, e neanche quella “mondiale” guerreggiata con aerei e navi, bombe e moschetti, contro i soldati di altri paesi (una guerra tra uomini della terra, fratelli in quanto uomini: una “guerra civile”), ma quella interna, tra italiani e non quella dei soldati italiani contro i soldati di altri paesi (la nostra “guerra civile”). La guerra che lo colpisce più profondamente e che è il sottofondo di tante sue narrazioni comiche che non nascondono interrogazioni e problemi, è quella che ha avuto il suo apice negli anni 1943-45 e nello scontro armato tra fascisti e antifascisti (repubblichini contro partigiani).

    A questa drastica contrapposizione Jacovitti si dichiara estraneo, di essa cerca di lavarsi le mani come fece buona parte del nostro popolo, scegliendo subito la parte degli apparentemente senza colpa, dei membri di quella che Primo Levi e altri dopo di lui hanno definito “la zona grigia”. Il grigio, un colore che si mette a mezzo tra il rosso e il nero, negli anni dello scontro armato, diventa più tardi, in Jacovitti e in una gran parte del nostro popolo, il bianco democristiano e vaticano.

    Jacovitti tra il grigio e il bianco, dunque. Dalla parte della “gente comune” che la storia ha voluto trascinare da tutte le parti ma che ha mirato anzitutto alla sopravvivenza, per amore della vita e per amore, per amore delle persone care, della famiglia. (E non è inopportuno rimandare qui al dibattito degli anni successivi sul “familismo amorale” che, secondo sociologi di altrove, caratterizzava il nostro popolo – e ancora lo caratterizza.) Senza mai aderire compiutamente a una delle due parti in causa, nel corso della “guerra civile”, e a guerra finita, negli anni tra la liberazione di Roma (giugno 1944) e le elezioni del 18 aprile 1948 che contrapposero, di fatto, non più Monarchia a Repubblica (e Jacovitti aveva, temiamo, ma né più né meno di un Benedetto Croce, più simpatia per la Monarchia che per la Repubblica), non dovendo più scegliere tra rossi e neri, con la sconfitta secca, anche se forse transitoria, dei neri, bensì tra i bianchi e i rossi, tra “cattolici” e “comunisti” secondo due schieramenti che, nel nostro popolo, non hanno mai comportato una seria coscienza di ciò che significasse cattolicesimo e di ciò che significasse comunismo… Da un Iato, la Democrazia cristiana (simbolo lo scudo crociato), dall’altro il Fronte delle sinistre (simbolo il simpatico faccione, usato con spregiudicatezza, di Garibaldi). La parte più interessante dell’opera di Jacovitti raccolta nel presente volume, riguarda questo periodo storico, di transizione tra guerra e pace, tra monarchia e repubblica, tra distruzione e ricostruzione. Tra una “guerra civile” e una pace turbolenta.

    Va ricordato, intanto, che la definizione di “guerra civile” applicata allo scontro tra le forze della Resistenza e quelle della Repubblica di Salò direttamente sostenute dall’esercito di occupazione nazista, fu molto osteggiata dagli storici ufficiali della sinistra, che predilessero quella di “guerra di popolo” o di “guerra di liberazione nazionale”; alcuni, una minoranza, quella di “guerra rivoluzionaria”, che avrebbe dovuto aprire la strada a una guerra rivoluzionaria.

    Fu soltanto nel 1991 che un grande storico, Claudio Pavone, ha potuto intitolare il suo fondamentale saggio sugli anni 1943-45 dell’Italia in guerra Una guerra civile. Abbatteva un tabù della sinistra, anzi, più precisamente, del Partito comunista italiano. La discussa amnistia per i crimini bellici e fascisti promulgata da Togliatti, segretario del Pci e ministro della giustizia del primo governo post-bellico, mirava a pacificare il paese e ad aprire una nuova stagione politica, e aveva il significato di una conciliazione. Sull’eredità di una “guerra civile” non sarebbe stato possibile ricostruire, e tuttavia risultò estremamente difficile cancellare i torti del passato, se è vero che ancora oggi (a 65 anni di distanza!) di quella guerra civile perdura l’eco nelle contrapposizioni politiche del nuovo secolo.

    Quell’amnistia fu discussa non solo per la sua essenza (perché permetteva a molti criminali di guerra, a molti responsabili della dittatura e della guerra, di uscirne con le mani pulite, in particolare i burocrati dello Stato fascista, e di riprendere tranquillamente il loro posto in una logica perfettamente “continuista”), ma anche perché veniva al seguito di una precedente epurazione, anch’essa molto discutibile perché aveva colpito piuttosto i deboli che non i forti, i “pesci piccoli” che non i grandi, i minori che non i maggiori tra i responsabili della dittatura e della guerra, e spesso qualche incolpevole trascinato o costretto dagli eventi e dai ricatti degli “anni del consenso”.

    È esemplare, in questo senso, la ricostruzione che ne fece nel 1948 il bellissimo film di Zampa Anni difficili, che Vitaliano Brancati scrisse a partire dal suo racconto Il vecchio con gli stivali. La storia voltava le sue pagine con grande rapidità, e al suo giudizio riuscirono a sottrarsi in tanti, certamente i più abili e non i meno colpevoli.

    L’opera di jacovitti degli anni di guerra appare datata e schierata – ed è peraltro assai fiacca: misero ancora il segno, condizionata, incerta, non autonoma la visione, ma è bene ricordare che nel 1943 Jacovitti aveva vent’anni! – Negli anni della transizione tra 1944 e 1948 il suo talento esplode in tutta la sua originalità e in tutto il suo vigore, sia attraverso la fortunata serie dei Pippo, Pertica e Palla, destinata a un pubblico di ragazzini, e tuttavia molto radicata nel presente storico, che in quella dai molti titoli della Famiglia Spaccabue o Grattasassi, specchio di una piccola borghesia travolta dalla storia e dai suoi risvolti prettamente economici, ma anche insidiata al suo interno da tutte le malattie congenite del ceto di appartenenza.

    Il piccolo o piccolissimo borghese di quegli anni (e di tanti anni prima e di tanti anni ancora) è insicuro per definizione, diviso com’è tra la paura di cadere nella massificata indistinzione del popolo e la difficoltà di ascendere a qualche gradino superiore in una società che è estremamente classista. Questa insicurezza è apparentemente scomparsa nel mondo di oggi, dove tutto è diventato piccolo-borghese nello status dei consumi e plebeo nella cultura.

    Pochissimi anni dopo La famiglia Spaccabue, Aldo Fabrizi, con l’ausilio di un umorista bizzarro come Anton Germano Rossi, inventore di un surreale horror casalingo e metropolitano con la serie dei Porco qui, porco là e membro influente della banda del “Marc’Aurelio”, ci donerà in cinema la trilogia della Famiglia Passaguai il cui capolavoro fu il secondo film o episodio, Papà diventa mamma, erede non troppo indiretta delle “famiglie” di jacovitti… La scuola è la stessa, e lo abbiamo osservato più e più volte, è la stessa da cui proviene Fellini e da cui, sulla scia dello stesso Jacovitti, verrà più tardi il geniale Altan; a riprova le loro deformazioni, le loro “piazze”, i loro “tutto-pieno”, gli ingorghi di folla stralunata e strapaesana, le grandi tavole fitte di piccole situazioni assurde che contraddistingueranno un’ispirazione comune: la visione di un’Italia sgangherata e caotica il cui culmine troveremo nell’ultimo capolavoro del riminese (la Sagra dello Gnocco che chiude la sua opera e, con le sue isteriche luci e con il suo frastornante baccano, copre sia la luce sia la voce della luna).

  12. Voi, folla di entusiasti jacovittomani, fate un piccolo sforzo, suonate se non la vostra campana almeno pigiate il ditino sul vostro campanello……..
    Ad esempio mi piacerebbe sentire almeno un altro parere sulla possibile catologazione cronologiga di esecuzione ( non di pubblicazione) sulle tavole dell’albo “Ghigno il maligno” che riportano l’entrata in scena di Cip l’arcipoliziotto, l’aiutante Gallina e il cane kilometro!! Come è disegnato Gallina? io lo vedo simile alla sua prima apparizione risalente al 1943/44 in “Cip Poliziotto”. Se invece date una occhiata a “Pippo in montagna” disegnata e pubblicato a puntate sul “Vittorioso ad iniziare dal Giugno 1945, Gallina ha già uno stile di esecuzione un poco diverso, successivo.

  13. Una serata con le damigelle di corte assente il Re.
    L’originalità di questo incontro con la signora Warrich, ex damigella di corte al tempo di Edoardo 8°, con accompagnatore mister Gabbato Gabutti detto Diego ( già comandante della sezione italiana della “Legione Condor”) appare come una sorta di miraggio, poiché ella è di fatto irraggiungibile benché qui presente nella sala per gli ospiti del Museo delle Arti e dei Mestieri di Parigi. Gabbato invece c’è ma stranamente non esiste: è un inghippo metafisico nato con la rotta di Caporetto e prima ancora con i giorni di battaglia sulle ambe etiopiche dove anche Maner Lualdi sul suo biplano sganciava bottiglioni aperti di Chanel n° 5 sulle belle etiopi ritenute vergognosamente di puzzare troppo, accusatore Indro Montanelli che prima di concupire le dodicenni sue schiavette si turava il naso con una molletta da bucato! Una voce proveniente dall’oscurità – credo quella di Gabbati uomo che nel 2010- mi pare, anzi ne sono certo pur mantenendo un dubbio- credeva che Jacovitti avesse disegnato “Pippo e la guerra e la pace” durante il periodo 1940/45.- dell’underground ( nel senso di metropolitana)- strilla: ”Al tempo!! Il contesto, ricordiamoci il contesto!! C’erano fascisti e fascismo ovunque: l’Italia, dopotutto, era stata una “potenza” ( Gabbato, ma quale potenza se le prese perfino dalla poverissima Grecia aggredita a tradimento!) fascista solo fino a pochi mesi prima. Ma di fascista, nelle tavole del giovanissimo Benito Jacovitti, non c’era proprio nulla, qualunque cosa se ne dica o pensi. Fissato nel ritenere Jac un fascio è Sauro Pennacchioli, che del Nostro non conosce poi tanto ma in quotidiano contatto con apparizioni mariane ha visto la vera luce e conosce la verità rivelata. Un altro sparlatore è stato Goffredo Fofi nella prefazione ad una antologia che raccoglie, sotto un titolo che strizza l’occhio a Happy Xmas (War Is Over) di John Lennon, le storie del “primo e secondo Jacovitti, cioè fino al 1946 circa” : Eia Eia Baccalà. La guerra è finita (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, pp. 181, € 23,00). Saggio sul quale anche quel povero illuso di Tomaso Prospero ha detto e ridetto la sua, insistendo su Pippo e il dittatore e Pippo sulla luna, senza ricevere applausi ma nemmeno sputi.
    C’era magari qualche banalità imparata a scuola, come ci si può aspettare da uno studente che avrebbe dato la maturità soltanto due anni più tardi ( mi risulta nel 1943), ma era soprattutto a queste banalità che Jacovitti (una specie di “giovane Holden” dell’Italia che usciva dalla guerra mondiale per entrare nei labirinti senza fine della guerra civile) non portava rispetto. Non c’era niente di sacro, né di serio, tanto meno la politica salvifica dei partiti che si contendevano il dominio delle anime, per l’autore di Battista l’ingenuo fascista, fumetto anch’esso molto in anticipo sui tempi. Niente gli metteva paura, nemmeno «gli aerei ciccioni da bombardamento», che nella prima tavola di Pippo e la pace, una storia del 1947 aggiungo io sottoscritto erede del Dalay Lama, «stanno per raggiungere la capitale di Topagna». Pippo e la pace, seguito d’una storia intitolata Pippo e la guerra, è un fumetto divertente per chi capisce poco e ci vede peggio proprio perché il suo tema non è la pace, naturalmente, ma la guerra; e non una guerra di fantasia, come nei fumetti sulla guerra mondiale che avrebbero invaso, qualche anno più tardi, tutte le edicole, ma la guerra vera, anche troppo, una guerra totale, , compresi gli “aerei ciccioni da bombardamento” in volo sopra tutte le capitali dell’est e dell’ovest, a perdita d’occhio. «Sarà stato un caso – annota comunque Fofi nell’introduzione del libro – se quando riempivamo albi con la collezione di figurine jacovittiane quella più introvabile era “Battista il fascista” ( allora, Fofi sogna, non era assolutamente la più difficile, anche perché bastava mandare la necessaria somma all’AVE e ti mandavano le cento figurine albo compreso[ io non lo feci, correva il 1947, perché non avevo una liretta bucata], da non confondere con quella molto comune di un altro Battista venuto da un’altra storia, “Battista l’aiuto regista”? Fofi, Fofi, si trattava di “Ciak” del 1945 e l’aiuto regista era uno dei tanti personaggi fra l’altro mai più riproposto da Jac! Ma ti devo dire tutto?? Il messaggio era chiaro: in un paese dove, almeno in cent’anni, ben pochi erano stati gli antifascisti, ora tutti lo erano e di fascisti non c’era più traccia. Il povero Battista, che capisce sempre troppo tardi dove gira il vento e di conseguenza si mette sempre nei guai, è una vittima delle situazioni e della Storia. Come milioni di altre persone, in tutto il mondo ex belligerante, sa che nell’aria è rimasta, con la guerra fredda incombente, la paura che una terza se ne prepari, definitiva in quanto atomica…».
    to be continued, ah, ah!

  14. Bibliografia : Articolo di Diego Gabutti
    Dal Secolo d’Italia di giovedì 11 marzo 2010
    Mi scuso con Gabutti se l’ho un poco sbeffegggiatooo, spero non mi mandi i Padrini per un duello all’arma bianca!

  15. La signora in questione ha ormai 92 anni e nonostante questo appare assai arzilla e non disdegna un sorso di singol malt, quello che proviene da Galavullin, piccolissimo centro delle isole Ebridi, dove in pratica tutta le vita ruota intorno alla distilleria di questo ambrato liquore. Schiocca le labbra l’attempata Patricia ed ammonendomi con l’agitare il suo indice destro ( della mano omonima) mi sussurra nell’antico dialetto di non saprei dire quale enclave degli Appalachi, terra di misantropi dalla pistola facile:” The Man in the High Castle di Philip K. Dick, pubblicato sette anni dopo il suo primo romanzo, Solar Lottery, apparso nel 1955, è il solo romanzo di questo autore che abbia ricevuto il premio Hugo. Certamente l’autore aveva letto la storia di Jacovitti “Pippo e il Dittatore” e da questa aveva tratto alcune conclusioni. Tali elucubrazioni rimangono a noi sconosciute, poiché l’edizione americana di “Pippo and the dictator” risalente al 1948 ed uscita all’interno della pubblicazione mensile “Record” della quale in Italia arrivarono solo i prima quattro numeri, dove Jacovitii è sì presente ma solo con una panoramica in ultima di copertina e vignette e intitolazioni di varie rubriche, un intervento dal tanto conclamato suo particolare modo di creare un suo inconfondibile lettering, come ha astutamente esposto con dovizia di esempi il critico Gianni Brunoro nell’ambito di uno specifico articolo dedicato all’argomento ed apparso su”Vitt & Dintorni” nel bel mezzo del 2016.
    Io di “Record” ho i primi tre numeri, il quarto pur esistendo perché la sua panoramica Jacovittesca in ultima di copertina è stata ristampata ( credo sia una prova); il fatto che la pubblicazione sia uscita anche negli USA è probabile, ma io non sono mai riuscito a trovare qualche sua riproduzione americana nei siti di oltre atlantico.
    Jacovitti intervistato a proposito parlò di suoi lavori inviati nella terra ormai ora di Trump, ma dichiarò anche che mai fu pagato ( un destino atroce e non inconsueto fra i disegnatori di fumetti) e nemmeno ricevette alcun altro riscontro. Mah??
    Il disegnatore Enzo Cassoni nel suo bel libro ” Il cartellonismo e l’illustrazione in Italia dal 1875 al 1950, Nuova Editrice Spada, Marzo 1984, postfazione di Vittorio Cossio, ne parla un poco di questa faccenda, perchè anche lui era tato contattato da un manager italo americano , che invitò lui e Jacovitti a trasferirsi a New York!!! Promettendo naturalmente mari e monti, ma poi non se ne fece nulla.

  16. Comunque Luca Boschi dedicò un post a “Record”, curato da Franco Bellacci e con le immagini fornite dal gonzo di turno, ossia il sottoscritto.
    Ma torniamo alla nostra nonnetta: ” Il tema degli orrori del nazismo inel romanzo “L’uomo nell’alto castello” è ovvio e ha ricevuto considerevole attenzione critica. Ma quando il lettore vede il nazismo nel romanzo come qualcosa di più della Germania sotto Hitler, quando sì accorge che si tratta di un simbolo di tutte le istanze fasciste di abuso di potere e controllo, siano esse tedesche, giapponesi, americane o russe, egli non ha esplorato il cammino narrativo di Dick nella sua interezza. E’ un’opera che condanna tutte le istanze totalitarie – economiche, politiche e militari. Nel condannare il fascismo, MHC propone un’altra via sulla quale l’uomo etico può incamminarsi”. Il silenzio cala sulla sala del Museo: Patricia si è addormentata ed io ne capisco la ragione notando la bottiglia vuota!
    Ehh, una bella testa la vegliarda, anche se il suo scritto qui parzialmente tirato in ballo risale agli anni ’80. Giunti a questo punto voglio esibirmi in un discorso involuto, tanto per rompere un poco gli zebedei. A chi?? beh, a me stesso che lo devo scrivere! Ma perché lo fai se ti scassa le balle?? Già, è questo l’enigma degli enigmi!!! Comunque ho forse capito che i punti di vista nell’affrontare “L’uomo nell’alto Castello” di Dick oppure “Pippo e il dittatore “di Jacovitti, possono essere ovviamente molteplici. Che è certo opportuno comunicare agli ipotetici lettori o anche semplicemente visori ( chi guarda ma non legge) che occorre tener presente che un metodo di comunicare è quello di effettuare il ribaltamento del punto di vista, come se lo scritto fosse una immagine ( facciamo l’esempio classico del quadro di Diego Velazquez “Le damigelle di Corte” , 1650 circa): nei ritratti o come nel caso specifico della storia a fumetti di Franco Benito Jacovitti “Pippo nel castello di Rococò” ( Inizio su “Il Vittorioso n°8 del 1951), ciò che in genere vediamo è l’immagine dal punto di vista di chi dipinge o disegna (l’artista), inaltri casi invece ciò che vediamo è l’immagine e il suo fittizio “scorrere” vista da chi è dipinto o, se preferite, prima disegnato e poi colorato sul dietro della tavola. È come se fossero loro- i rappresentati figurali – a realizzare il quadro o la tavola e non viceversa. Quindi quello che leggerete, in base all’assunto che avete appena letto, consiste nella descrizione dello scrittore ( scusate l’immodestia, ma per capirci meglio in tale maniera mi qualifico) fatta dai suoi stessi personaggi. La baronessa proprietaria del castello omonimo, è presente solo nella storia disegnata, non appare come personaggio parlante nello scritto, pur essendo tuttavia parte citata della recita il che sta a significare che nulla di ciò che appare è come in realtà in effetti è. Inoltre sarebbe opportuno tener conto dell’apocrifo crayonnè incompiuto “Tintin nel Castello di Rococò ( Archivio Turchi)!. All’inizio della quale storia a fumetti Tintin viene ricevuto dal maggiordomo Nestor e la Baronessa di Rococò che entra in scena è solo un simulacro, poiché sotto le sue spoglie (mentite ) si nasc0nde già il lestofante Zagar: la vera Baronessa è imprigionata e legata , mi pare in qualche cantina. Quindi di fatto questa è una storia completamente diversa dall’originale al quale si ispira. Fuori intanto fiocca la neve coprendo totalmente l’undicesimo arrondissement parigino mentre l’investigatore privato Nestor Burma appostato da ore all’angolo di rue Fontaine con Avenue Poincharè si gela le ossa ed impreca perché la pipa si è spenta e il tabacco è finito! Poi ecco salire a folate la nebbia, densa,umida, avvolgente. Nella nebbia chi di nebbia sembra composto si muove senza tema alcuna: son io che passeggio . Sono perfettamente normale, fatto di carne, sangue ed ossa. Una voce che esce dall’indistinto fondale e risuona con forza : e l’anima?? Tu non sei forse un androide in cerca di una identità spirituale?? “. Sorrido mestamente alla voce sconosciuta e scuotendo il capo mi allontano. Goà muove nervosamente la lunga coda e mi balza leggero sulle spalle e vi si accoccola distendendosi da sinistra a destra, poi socchiude gli occhi ferini e sembra dormire. Ora è invisibile, per cause e motivazioni a me indecifrabili. Il problema di questa ricerca rimane quello di una variabile identità che va oltre la materialità delle cose. Tutto intorno a me si muove disordinatamente e cose e figure di compenetrano senza distruggersi, compreso il diario Vitt 1980/81, da alcuni studiosi dichiarato inesistente, per poi ricollocarsi al loro posto d’origine. Io so che dovrò cercare qualcuno in un mondo siffatto, dove agli altri non esistono in realtà e son io solo ad evocarli, è il prezzo senza rischio alcuno che debbo pagare, non c’è niente altro che io possa fare. Di tutto questo Roland Topor è consapevole poiché egli stesso ha vissuto la stessa situazione, anche se non credo che il suo gatto invisibile si chiamasse Goà: sdraiato su un comodo divano, non gliene importa un bel nulla, beve da un boccale birra chiara e dopo schiocca le labbra soddisfatto e ridacchiando a singhiozzo borbotta: Tomaso non entrare in Facebook, è un’arma del Demonio per mangiarti l’anima!! Pur essendo ateo convinto non posso fare altro che obbedire a Topor. Sorry!

  17. Vorrei farvi notare la stranezza del rapporo che intercorre fra il numero dei lettori e quello dei commentatori. Da questo dato che cosa si può dedurre?
    A cura di Matilde Quarti
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    Introduzione

    Johann Wolfgang Goethe (1749-1832) scrive il suo monumentale poema Faust dal 1772 al 1832, in un arco di tempo lungo sessant’anni. La materia narrativa si ispira a un personaggio realmente vissuto tra la fine del Quattrocento e la fine del Cinquecento in Germania: Johannes Georg Faust, un ciarlatano che millantava di saper praticare le arti magiche e di poter evocare il contenuto di opere mai rinvenute di autori come Platone e Aristotele. L’opera completa, che viene pubblicata postuma nel 1832 per volere dell’autore, vede infatti una prima redazione nel 1775, quando Goethe porta a termine una prima versione, giunta fino a noi con il titolo di Urfaust. L’Urfaust, modificato ulteriormente e pubblicato nel 1790 come Faust. Ein fragment, è un poema diviso in quadri a sé stanti che, per struttura e composizione, risente dell’influenza dello Sturm und drang.
    Del 1808 invece è il nucleo di quello che conosciamo come Faust. Il testo si intitola Faust. Prima parte della tragedia ed è composto in uno stile che aderisce alle norme del Classicismo. Di questa stesura fa parte anche il Prologo in cielo, un testo che evoca esplicitamente il Libro di Giobbe dell’Antico testamento, in cui Mefistofele comunica a Dio di voler tentare il suo fedele servitore, il medico e teologo Faust. Nel primo libro Goethe segue le peregrinazioni di Faust e Mefistofele e la tragica passione del protagonista per Margherita. A questa prima parte si unisce la Notte di Valpurga, che viene aggiunta al secondo atto ma è scritta successivamente, e una seconda parte, che verrà conclusa da Goethe nel 1831 e che narra gli amori di Faust per Elena di Troia.

  18. Ma questo Faust , medico e teologo, grande ammiratore delle donne, era un maniaco? Perfino Elena di Troia si scodella?
    Jacovitti e Topor ridano all’unisono, mentre il gatto invisivile con il muso coperto di rossore per la vergogna se ne torna nel nativo Cheshire, nome di genere geografico che sfugge a regole rigide di pronuncia, La Contea , Shire, pare si pronunci Sciaaaaar ( la erre quasi mut.Dovrò chiedere a Patricia che ne pensa, non della pronuncia di Shire, ma del fatto che Faust fosse un tale puttaniere!! ).
    Sarebbe interessante poterlo incontrare e intervistarlo.Casomai si è fatto pure Angelica, donzella di fieri appetiti giunta dal Katai con l’apposito compito di spompare i franchi Paladini. Interessante, interessante!!

  19. Comunque a parte il Dottor Faust sempre a caccia di donzelle, oggi non è una buona giornata per il fatto che dopo aver mangiato il pranzo fuori orari per colpa del tecnico Tim ( vi dirò poi…) mi sono addormentato su una panchina di questa piazza che sembra solo un incrocio di strade: freddo, vento e questa strana pioggia che parla di solitudine quasi fermando il senso del tempo mi sferzano senza requie.,Una sorta di attesa alla Hopper, ma senza tanta luce, con il vento che c’è ma non muove le cose. .Pioggia battente, eppure il gruppo di cantimbánchi girovaghi di incerta etnia incuranti che Hopper non li illumini la scena peraltro immota, si impegna per intrattenere i pochi in curiosi passanti che in questo remoto angolo del 20° si affollano intorno a loro.
    Straziante una voce fuori campo sottolinea le danze dei tre poveri malcapitati con tonalità e ritmi portoghesi popolari tradizionali.
    Beh, non proprio il 20° arrondissement parigino, un poco più ad est oltre la Porte des Lilas , dalle parti del cimitero omonimo, dove strade e vicoli si intersecano in modo disordinato mantenendo la casualità della loro disposizione risalente alla fine 800. Ah, la poesia della banlieu, cantata da Prevert e immortalata in tanti films del regista René Clair, la voce conturbante del “brutto pulcino” Edith Piaf, l’interprete più autorevole della chanson intime. E poi il film cult Godot, Jean Sernais dal volto impenetrabile nella bagarre del film Rififi, il primo Delon, ambiguo e – per le donne- bellissimo, Jean Gabin e il suo grisbi. Mah, altri tempi. Tempi di noir e di polar.
    Già il fascino del poliziesco, ma io che ci faccio qui ora mentre un freddo vento di tramontana sibilando e scendendo a raffiche dalla banlieu nord mi gela le ossa?
    Beh, è proprio per il misterioso richiamo dell’intrigo alla Simenon con Il commissario Maigret intento a decifrare gli enigmi della mente criminale, che sono qui appostato: sono stato incaricato dalla mente criminale che dirige il Pop Giornale del fumetto di rintracciare una persona scomparsa, forse rapita dalle forze occulte della reazione.
    Io ho qualche dubbio e penso che Roland Topor , lo scomparso, si sia volontariamente allontanato, abbia cioè di sua spontanea volontà fatto perdere le sue tracce. Certo, quasi certamente alla ricerca di Jacovitti e Caesar inghiottiti da un altro tempo ucronico
    Comunque le rivelazioni di un noto confidente mi hanno segnalato la sua presenza in questo luogo, perciò, essendo stato sontuosamente pagato in sonanti bigliettoni, farò il mio dovere. Un’ombra scivola silenziosa alle mie spalle, un fruscio di seriche vesti e un inebriante profumo di blue gardenia mi fanno intuire che la diabolica Manu Morta è pure lei della partita.
    Inutile voltarsi, sarebbe vano il cercare di afferrare questa sorta di fantasma la presenza del quale ho avvertito fin dal primo istante di questa mia indagine parigina.
    Una voce mi fa sobbalzare: “ehi, Tomaso, quale buon vento ti porta in questo luogo dimenticato da Dio?? Perbacco, è la voce del vecchio amico Crepuscolo da lungo tempo latitante per intima vocazione . Al suo fianco il comandante Lupo della X° Mas mi guarda sorridendo tirando rapide finte boccate dal suo immancabile sigaro spento, mentre il colonnello Bruno Arcieri è pensieroso e corrucciato: attende con rassegnazione la sua prossima avventura già scritta dallo scrittore venato di quieto sadismo Gorio de Leonardis.

  20. […] storia dei “tre P” (che i frequentatori di Giornale Pop hanno potuto leggere per esteso qui) allarga la sua critica anche alla follia nazista. Le avventure dei tre combinaguai non sono tutte […]

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