TENEBRE E FRACASSO PRIMA DI PASQUA

TENEBRE E FRACASSO PRIMA DI PASQUA

“Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra… Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono”. Così il Vangelo di Matteo sulla morte di Gesù (Capitolo 27, versetti 45 e 51), che fece sprofondare l’umanità nelle tenebre mentre la terra si mise a tremare. “I sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono” (versetto 52).
I riti degli ultimi tre giorni della Settimana santa rappresentavano, prima della riforma di Pio XII del 1955 (e in molti casi continuano a rappresentare), gli eventi straordinari e paurosi che accompagnarono, secondo gli evangelisti, la morte di Gesù.

Candeliere con 15 candele

“Un rito particolare era lo spegnimento graduale di quattordici candele, poste su un candeliere triangolare con quindici candele, al canto di ciascun salmo. Al termine del Benedictus l’ultima candela non veniva spenta ma celata dietro l’altare, ad indicare l’arresto di Gesù, la cui luce però non si spegneva mai, lasciando alla fine la chiesa nell’oscurità totale; a questo punto il celebrante batteva un bastone sulla predella e tutti nella chiesa lo seguivano con raganelle o con legni o addirittura con gli zoccoli facendo rumore, come segno dello strepito fatto dai Giudei nell’arresto di Gesù”, dalla Wikipedia. Questo rumore ricorda le convulsioni della natura quando “la terra si scosse e le rocce si spezzarono”.

Per alcuni paesi di tradizione cattolica come la Francia, il Belgio e l’Austria, in quei giorni di lutto le campane vanno a Roma per farsi benedire e tornano il giorno di Pasqua cariche di cioccolato da disseminare nei giardini per poi essere ritrovato dai bambini. In Italia, invece, le campane non si spostano dai campanili, ma vengono legate affinché rimangano silenti e il loro suono possa essere sostituito dal rumore di strumenti più variegati.

Le campane vanno a Roma per tornare il giorno di Pasqua

 

Molti di questi strumenti, associati a tradizioni religiose e popolari ormai perse nella notte dei tempi, sono caduti in disuso. Solo alcune di queste tradizioni sono sopravvissute e hanno potuto essere recuperate. In Alsazia e in Lorena, il giorno di Pasqua i giovani sfilano per le strade facendo crepitare le loro “crécelle” per invitare i fedeli a recarsi a messa, in sostituzione delle campane che sono andate a Roma.

Alcuni ragazzi alsaziani sfilano per le strade con le loro crécelle il giorno di Pasqua

 

Tra gli altri strumenti che l’ingegno popolare ha creato per fare rumore abbiamo le bàtticie, le battole, le troccole o le battistangole. Esistono varie appellazioni, a seconda dei luoghi o delle varianti: scocciarane, raganelle, ticchettavole, tricche tracche, tanavelle, troccane, martufelle e martorelle. In Spagna abbiamo le carracas e le matracas.

Batticie

Troccola siciliana

Battole

Battistangola

 

Una tradizione che non si è potuto salvare è quella denominata Jolata, che però qualche vecchio abitante della città algerina di Orano ricorda ancora. È possibile, sia pure con difficoltà, incappare nel sito Internet di qualche nostalgico oranese che rievoca il buon vecchio tempo passato nel quartiere della Marina. “Il giorno di Pasqua si doveva trascinare la più grande quantità possibile di oggetti in ferro: letti, bidoni, casseruole, padelle… e picchiarci sopra con un bastone percorrendo le strade, mentre la gente buttava dalle finestre vecchi bicchieri o piatti”, si legge in oran-la-marine.com/. Ecco l’unica foto reperibile in rete di tale tradizione. Purtroppo, l’ammasso di ferraglia è nascosto dai partecipanti al rito in posa davanti al fotografo.

Jolata

 

Le ragioni che hanno portato all’abbandono di questa tradizione sono facilmente intuibili. Tra le principali, l’eccesso di rumorosità, l’intralcio alla circolazione stradale e l’inevitabile deterioramento della pavimentazione delle strade.

Per chi si chiedesse per quale motivo una tradizione così importante per la cristianità si possa rintracciare in un paese di religione musulmana, ricordiamo che l’Algeria è stata dalla metà dell’Ottocento al 1962 una colonia della Francia: numerosi furono gli immigrati europei che si accaparrarono terre o si lanciarono in attività industriali. La città di Orano era particolarmente popolata da questi coloni e le loro famiglie fino, ovviamente, all’arrivo dell’indipendenza dalla Francia. La città era un crogiolo di culture poiché i coloni provenivano principalmente dalla Francia, ma anche dall’Italia e dalla Spagna. Esiste una parlata locale, il cosiddetto pataouète, che raccoglie moltissimi termini derivati da questi Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

La tradizione della Jolata non era specifica di Orano. Come per uno strano gemellaggio culturale, era possibile rintracciarla nella città di Bastia, in Corsica, dove prendeva il nome di scandalu (chiasso, rumore).

L’ultimo scandalu risale al 1964, o forse all’anno prima. Fu comunque in seguito alla notizia della morte di un bastiaccio (abitante di Bastia) per infarto, durante questa fragorosa manifestazione, che il sindaco decise di porre fine a quell’ancestrale tradizione.

I preparativi, per i carrughjioni (i ragazzi di strada), cominciavano almeno due mesi prima del giorno della Resurrezione. Rovistavano le cucine, le mansarde, gli scantinati, i cortili, i sottoscala, tutti i luoghi dove fosse possibile trovare una vecchia pentola, una padella, un tegame abbandonato, un cadinu. Quest’ultimo recipiente era niente meno che il secchio di ferro smaltato nel quale gli abitanti di Bastia solevano fare i loro bisogni quando ancora i wc non erano comuni nelle abitazioni.
I ragazzi non trascuravano niente: tutto quel che rassomigliava a ferraglia era inesorabilmente requisito e andava a ingrossare u scandalu. Il bottino metallico era mano a mano legato agli altri elementi con una cordicella e il tutto assicurato a corde più robuste, che i tiratori avrebbero impugnato la mattina di Pasqua. A poco a poco, la montagna di ferro cresceva e prendeva forma. Aveva una cima, dei pendii e dei contrafforti.

Lo scandalu doveva assolutamente essere nascosto in qualche luogo improbabile. Sì, esistevano i furti di scandalu, perché i vari quartieri della città (Saint-Joseph, Toga e la Marina) erano in competizione fra di loro e ci tenevano ad avere quello più grande.

La mattina di Pasqua, i ragazzi si recavano nel nascondiglio, afferravano la fune e trascinavano u scandalu sul basolato. C’era un rumore incredibile, alcuni ragazzi urlavano degli ordini: «Attenti al paracarro a sinistra! Rimettete a posto la lastra che si è sollevata!». Si percorrevano le vie sotto lo sguardo delle donne che lasciavano in sospeso la preparazione del pranzo pasquale, mentre i mariti erano già affacciati alle finestre. Mille occhi erano puntati sul mostro di metallo.

Poi era una sinfonia di campane. Dalla chiesa di Saint-Jean a quella di Sainte-Marie, mille suoni metallici davano il via ai festeggiamenti della Resurrezione. Era uno svolazzare di piccioni e di cuori! I tiratori, all’unisono, continuavano a tendere le corde e a trascinare la montagna di ferro per le vie strette. «Attenti alla curva! Tornate a legare quella portiera! Rimettete nel mucchio quel cadinu. Ogni tanto, una casalinga si avvicinava e arricchiva lo scandalu con una pentola, una teglia da forno, un bidone dell’immondizia, un coperchio di cadinu. Il drago di ferro si estendeva, si allungava, poi si contorceva nelle curve, raschiava la pavimentazione, sfregiava i muri. A mano a mano che si procedeva, la gente si affacciava alle finestre, o scendeva nella via ad ammirare il passaggio dell’ammasso di ferro.
Dopo poche centinaia di metri, le cordicelle cominciavano a cedere. Qualcuna si spezzava. Nonostante i ragazzi cercassero di recuperare quanta più ferraglia possibile e di rimetterla nel mucchio, qualche pezzo rimaneva là. Si andava comunque avanti e ci si accorgeva più tardi che la montagna era dimezzata.
Alla fine del percorso, dello scandalu rimanevano solo le corde.

 

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