OOFTH, ARIE FANTAJAZZ CHE CADDERO SULLA QUARTA DIMENSIONE

OOFTH, ARIE FANTAJAZZ CHE CADDERO SULLA QUARTA DIMENSIONE

“È un mondo tridimensionale allo stesso tempo vicino e lontano,
è una cosa impossibile e quindi non può essere illustrato.”
M. C. Escher

 

Eccoci a parlare di fantamusica: la scrittura del saggio FantaRock – oltre ad avermi portato ad ascoltare musica che prima ignoravo – continua a possedermi come una maledizione, per cui non posso fare a meno di osservare con un occhio di riguardo i dischi che escono anche dopo la pubblicazione del libro e che traggono linfa dal mondo del fantastico, nei generi musicali più diversi: la scoperta è stata infatti che l’interesse per il fantastico ha nutrito musicisti dei generi più vari: da David Crosby e Paul Kantner – radici nel folk ma voraci lettori di Heinlein e anche del cyber-Gibson – a cantautori come Dalla e Battiato, oltre al Finardi di Extraterrestre; fino a dance star come la Dee D. Jackson di Automatic Lover e alla recentissima Katy Perry bladerunneriana di 365. O dal prog metal di Freddy Delirio alla bellissima colonna sonora di Thom Yorke per il monumentale Suspiria di Guadagnino, per fare qualche esempio fra le uscite discografiche recenti.

Col jazz rock di Massimiliano Milesi si parte da lontano: lontano… da casa. Walter Tevis – l’autore de L’uomo che cadde sulla Terra da cui il celeberrimo film di Roeg con Bowie – scrisse il racconto breve Ifth of Oofth nel 1957. Noi italiani lo leggiamo come Ifth di Oofth nell’antologia Lontano da casa, Urania n. 1162 del settembre 1991. E vi troviamo lo scienziato Oliver Farnsworth che casualmente scopre la quarta e la quinta dimensione, cui attribuisce i due nomi di fantasia del titolo.


Era più o meno lo stesso periodo in cui l’incisore M.C. Escher realizzava le sue litografie Relatività (1953) e Belvedere (1958), qui sopra, basandosi sull’illusione ottica del cubo di Necker (che il cristallografo svizzero aveva ideato quasi un secolo prima) e dando vita pittorica a figure impossibili che, meglio di mille trattati di fisica quantistica, rendevano percepibili al nostro povero sguardo bidimensionale le insondabili profondità di altre dimensioni oltre a quella familiare dello spessore.

 

Dimensioni che circa quarant’anni dopo avrebbero nutrito l’incubo cinematografico di Vincenzo Natali (Il Cubo, 1997) e ancor più il suo mediocre sequel Hypercube (Cube 2, del 2002 di Andrzej Sekula, vedi fotogramma a sinistra), che postula la possibilità di spostarsi – attraverso la rotazione delle letali cellette cubiche – anche nel tempo.


Come nella figura geometrica per noi miseri umani inconcepibile di tesseratto, qui sopra, cioè un ipercubo quadridimensionale (peraltro inventato nel 1888 da un altro scrittore di fantascienza, Charles Howard Hinton) che Tevis nomina anche nel suo racconto, descrivendo appunto un oggetto “a forma di croce” composta da circa 64 cubi. Il successivo sviluppo del pentaratto, che coinvolge anche una non meglio precisata quinta dimensione, non ci viene descritto se non come “un’astrazione”, perché presumibilmente la nostra mente mai arriverebbe a visualizzarlo. Ma lo scrittore americano ce ne mostra le apocalittiche conseguenze per l’intero nostro pianeta nel beffardo finale del suo racconto.

 

Nel quale di musica non si parla affatto, pur essendo proprio la short story di Tevis la fonte ispirativa dell’ultimo album di Massimiliano Milesi (Oofth appunto, pubblicato dalla pugliese Auand, copertina in apertura), nonché dello stesso nome del quartetto che vi suona: oltre al leader e al sax tenore, Emanuele Maniscalco al piano elettrico e synt, Giacomo Papetti al basso e Filippo Sala alla batteria.

“È vero, nel racconto non si parla di musica”, spiega il sassofonista (qui sopra in uno scatto live), “ma la ciclicità temporale su cui si basa la dimensione astratta circolare di questo cubo pentadimensionale ha molto a che vedere con la sequenzialità del tempo nell’arrangiamento musicale, nel jazz come in qualsiasi altro genere di musica”.

“Sono da sempre un appassionato e un avido collezionista di fantascienza”, continua Milesi: “scovo vecchi Urania usati nei mercatini e ne accumulo (problema comune – NdA) più di quanti ne riesca a leggere. Tevis mi piace molto letterariamente, lo considero lo scrittore di s/f più vicino alla Beat Generation (forse anche perché era un alcolista anche lui!) e quel racconto poi l’ho letto anche in inglese, dove i due nomi di fantasia della quarta e quinta dimensione suonano (a differenza che in italiano) una specie di storpiatura delle altre tre a noi meglio note” (cioè “height”, “width” e “depth” nella lingua d’Albione).

 


Scoprendo una visione così approfondita della s/f letteraria, non abbiamo resistito a chiedere al musicista bergamasco se consideri il suo album una sorta di concept fantascientifico.

“Sì, in un certo senso ogni album jazz, essendo basato sull’improvvisazione, si sviluppa a partire da un proprio concept. Infatti, anche se nel disco solo il quarto brano (Ifth, appunto – NdA) prende direttamente il titolo dal racconto di Tevis (foto in alto – NdA), in effetti ci sono altri sottili riferimenti (fanta)scientifici: ad esempio, Tibbish Tizzp (il brano più free del lotto – NdA) sono le bombe intelligenti in ebraico, un riferimento politico non frequente nella mia musica, ma che nel racconto potrebbe riferirsi agli ordigni nucleari che vengono scagliati dall’umanità contro l’enorme occhio cosmico verso la fine. Redshift (traccia 5, il cui giro di basso mi ha ricordato vagamente la T.N.T. dei Tortoise) è la definizione della luce emanata da una galassia vista attraverso un prisma: più la galassia è lontana, più tende al rosso (è il fenomeno che ha permesso di studiare l’espansione dell’universo); mentre Doppler (traccia 7) è il nome dello scopritore dell’omonimo effetto di variazione d’onda che appunto causa il redshift. Poi, la Slide-Rock Bolter della traccia 3 è una creatura che scivola lungo le montagne, appartenente ai bestiarî fantastici delle mitologie dei cercatori d’oro americani. Mentre l’iniziale I have no words (traccia 1) proviene da un verso di Kenneth Rexroth, poeta appassionato di jazz come di haiku”.

 

L’album Oofth, per venire finalmente alla musica, è uno stimolante viaggio in un jazz moderno senza essere rivoluzionario, chiaroscurale e mai dissonante, che direi delicatamente psichedelico e memore del Coltrane del Supremo Amore e del primo Davis elettrico della Maniera Silente, anche se con articolate terminazioni nel jazz rock successivo dei settanta e nel già citato post rock più recente (ma io non riesco a togliermi dalla mente anche il suono un po’ metallico di tastiera alla Jimmy Smith), sicché nell’era dell’hip hop dovremmo definirlo in un certo senso “classico”.
Quindi in che misura questo idioma jazz può esprimere quel mondo fantascientifico?

“Beh, anzitutto attraverso delle citazioni esplicite, benché sottili: noi non facciamo un jazz rock estremo o totalmente elettronico, siamo in equilibrio fra sonorità elettriche – come il basso e il piano Wurlitzer – e quelle ‘naturali’ del mio sax e della batteria, che però vengono comunque sempre processate, anche se direttamente mentre suoniamo, cioè live in studio, attraverso pedali o sequenze di modulatori. Inoltre, accanto al piano elettrico abbiamo impiegato (o per meglio dire ‘emulato’) anche un paio di sintetizzatori, uno dei quali è il famoso Juno. Hai presente?”.

Ehm…

“Massì, è il synt usato da Vangelis nella colonna sonora di Blade Runner (del cui Love Theme tra l’altro ho fatto anche una cover solo sax e basso, anche se non per quest’album)! E poi, naturalmente, nelle citazioni di cui dicevo prima, che portano la musica in un prisma di riferimenti letterario filosofici che mi porto dietro dai miei studi oltre che dalle passioni di lettore-collezionista”, conclude il sassofonista bergamasco (sopra in un altro scatto live by Giancarlo Brunelli, qui sotto in un ritratto vagamente… fantascientifico, all’interno del cd).

 

Una massa di riferimenti che indica una progettualità a lungo termine?

“Sì, in realtà – come spesso accade – ho composto assai più brani di quelli che poi sono effettivamente finiti sul disco, quindi sicuramente Oofth avrà un… sequel, come si dice in campo cinematografico, e sempre a tema fantascientifico, anche se non è detto che si ritorni nuovamente sulla narrativa di Walter Tevis. Del resto, essendo Oofth anche il nome del gruppo… il cammino è segnato”.

Lasciatevi dunque trasportare nella quinta dimensione di Oofth: non c’è da temere che rappresenti (come nel racconto) la fine del nostro pianeta, ma piuttosto una… spazialità poliedrica in cui galleggiare sarà molto piacevole.

 

 

Fonte: posthuman.it

Autore del saggio 'FantaRock' (Arcana 2018) e del romanzo 'Rave di Morte' (Mursia, 2009), dell'imminente antologia 'S.O.S. - Soniche Oblique Strategie' (Arcana, autunno 2019), del cortometraggio 'Con gli occhi di domani' (2006), blogger sul sito www.posthuman.it. Grande appassionato di musica, teatro, fumetti, curioso d'arte contemporanea e altre stramberie, astuto fotografo dilettante.

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