NOMAD, IL PERSONAGGIO PIÙ UMANO DELLA MARVEL

NOMAD, IL PERSONAGGIO PIÙ UMANO DELLA MARVEL

Nomad, al secolo Jack Monroe, non era un supereroe tipico.
Sebbene fin dagli anni sessanta la Marvel si sia distinta dalla concorrente Dc Comics per le sue ambientazioni realistiche (il principale luogo d’azione è New York, non una città d’invenzione come Metropolis o Gotham) e per i suoi celebri “supereroi con super problemi”, si muove pur sempre in una dimensione fantastica. Dove le tecnologie sono avveniristiche e dove gli eroi hanno a che fare con civiltà aliene e viaggi nel tempo. E i loro nemici sono a volte scienziati pazzi con armi super-sofisticate.
Ma negli anni novanta Nomad, un eroe che non combatteva tutto questo, a cavallo di una moto girava per l’America come un moderno Jack Kerouac affrontando spacciatori di droga, trafficanti di donne e gangster. Aveva a che fare con senzatetto, prostitute e malati di Aids.

Prima di entrare nei particolari, è il caso di soffermarci sul significato di ret-con, dato che Nomad ne rappresenta l’apoteosi.
Dice Wikipedia: La retcon (o ret-con, forma contratta della locuzione retroactive continuity, letteralmente “continuità retroattiva”) è un espediente narrativo in cui si modificano eventi e situazioni descritti in precedenza, o il loro significato, per adattarli a nuovi sviluppi narrativi o per correggere preesistenti violazioni della continuity. Con il termine retcon si indica propriamente la modifica o l’innovazione introdotta, mentre l’operazione viene chiamata più appropriatamente retconning. Ovvero, si aggiunge un dettaglio retroattivamente che porta nuove caratteristiche a una storia o a un personaggio.
In questo caso il dettaglio riguarda gli albi di Capitan America.

Nella seconda serie di Captain America, uscita brevemente tra il 1953 e il 1954, in piena guerra fredda Steve Rogers e Bucky Barnes combattono le spie sovietiche come durante la Seconda guerra mondiale avevano affrontato quelle naziste.

NOMAD, IL PERSONAGGIO PIÙ UMANO DELLA MARVEL

Sotto l’influsso della Contestazione studentesca, il Cap anticomunista viene messo in discussione. Nel 1972, su Capitan America n. 155, lo sceneggiatore Steve Englehart spiega che quei Cap e Bucky non sono gli originali, ma due sostituti, che sono impazziti per avere assunto una formula del supersoldato imperfetta e per questo messi poi in animazione sospesa.
I due si risvegliano nel presente, dove combattono il Capitano originale. Sconfitti, vengono rinchiusi in manicomio.
Finché il dottor Faustus, uno psichiatra nemico di Capitan America, decide di utilizzarli per i propri fini. Dopo un lavaggio del cervello, Faustus ordina al falso Cap di uccidere il falso Bucky per dimostrare la sua fedeltà. Tutto questo accade nei numeri dal 232 e 236 di Captain America del 1979, su testi di Roger McKenzie.

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Nel 1981, su Captain America n. 281 del maggio 1983, lo sceneggiatore J.M. DeMatteis resuscita questo pseudo-Bucky dando a Capitan America un nuovo partner.
DeMatteis rivela che la pistola con cui il Bucky degli anni cinquanta è stato colpito era caricata a salve, e che il giovane, che si rivelerà il nostro Jack Monroe, è stato preso in custodia dallo Shield. Una volta curato dalle sua paranoia schizzoide, viene reintegrato nella società.

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Monroe viene preso sotto l’ala protettiva di Steve Rogers, l’originale Capitan America, che lo aiuta a integrarsi in un mondo molto diverso da quello che conosceva (esperienza vissuta anche dallo stesso Capitan America). Jack Monroe non torna come Bucky, ma assume il nome e il costume di Nomad, un alias utilizzato brevemente negli anni settanta da Cap.

Jack/Nomad cerca di diventare un supereroe a tutto tondo come il suo mentore, ma ben presto si accorge che non è quella la sua strada. Separatosi da Cap, Nomad va in giro per l’America cercando una propria dimensione. La trova reinventandosi come brutale giustiziere urbano, con dei metodi più vicini a quelli del Punitore (benché non così spietato) che a quelli di Capitan America.
Mark Gruenwald, nel frattempo divenuto lo scrittore titolare di Cap, lo caratterizza in questo modo facendolo apparire come guest star nella serie.

Solo nel 1990 Nomad diventa protagonista di un albo tutto suo. Lo sceneggiatore Fabian Nicieza adotta il personaggio mostrandoci il Nomad definitivo. Abbandonati maschera e costume, gli viene dato un aspetto più da duro, con i capelli lunghi di moda all’epoca, e un modo di parlare e una narrazione in prima persona simili a quelli dei detective dei romanzi hard boiled.

NOMAD, IL PERSONAGGIO PIÙ UMANO DELLA MARVEL

Nella sua serie Nomad affronta temi poco trattati dalle serie di supereroi, come il maltrattamento di animali e le rivolte razziali.
A un certo punto Nomad si prende cura di una bambina, figlia di una prostituta tossicomane e malata di Aids. Si trova a vagare per le strade e a combattere il crimine prendendosi cura della piccola, che lui chiama affettuosamente Bucky. Un po’ come Itto Ogami, il protagonista del manga Lone Wolf and Cub.

Durante questi eventi, il cinico Jack perde una parte di quella durezza in stile anni cinquanta. Avendo a che fare con gli sbandati, i reietti e tutti coloro che non sono stati baciati dal “Sogno Americano”, diventa più compassionevole e sensibile.
Si paventa che sia lui sia la piccola Bucky abbiano contratto l’Hiv, ipotesi lasciata cadere dagli sceneggiatori successivi.

Nomad non resta tuttavia estraneo agli altri supereroi, talvolta è protagonista di team-up con alcuni personaggi Marvel. Ma il nuovo millennio non vede di buon occhio questo eroe urbano. Alla fine della sua serie regolare, Nomad viene apparentemente ucciso, mentre in realtà il governo torna a metterlo in animazione sospesa, in attesa di sapere come utilizzarlo.

Nel 2001 viene riciclato come avversario dei Thunderbolts, un gruppo di supercriminali trasformati in eroi sotto la guida di Occhio di Falco. Si scopre che il governo, facendogli nuovamente il lavaggio del cervello, lo ha trasformato nel nuovo Flagello, un vigilante solito ad ammazzare i supercriminali.
Jack Monroe verrà liberato dalla nefasta influenza del funzionario governativo Henry Peter Gyrich e lasciato in libertà… dimenticato, però, da tutti gli autori che in quel momento lavorano per la Marvel.

Quattro anni dopo, nel 2005, Ed Brubaker, ora ai testi di Capitan America, decide di riprendere il personaggio mandandolo incontro al suo destino finale.
Prima ci rivela come la sua paranoia schizofrenica, dovuta alla degenerazione del siero del super soldato, sia tornata a farsi largo nel suo organismo, provocandogli allucinazioni che presto lo condurranno alla morte. Nomad cerca di lasciare questo mondo in bellezza, liberando il quartiere dove vive la sua “Bucky” (ora adottata da una famiglia) da uno spacciatore locale.
Peccato che pure questo è frutto delle sue allucinazioni: il temuto spacciatore è in realtà un semplice venditore di gelati.

Alla fine, Jack viene assassinato in un parcheggio nientemeno che dal Soldato d’Inverno, ovvero il Bucky originale, il suo predecessore. Anche lui tornato da una morte apparente e vittima di un lavaggio del cervello che lo rende uno spietato assassino a sangue freddo.
Jack Monroe muore così, dimenticato da tutti.

La morte (definitiva?) di Nomad

Uno dei pochi personaggi dei fumetti a non avere avuto una morte epica ed eroica, ma deceduto come uno qualunque, con un colpo di pistola al petto in un anonimo parcheggio.
Una fine triste per un eroe che ha sempre avuto un’aria malinconica, che cercava il proprio posto nel mondo, provando a fare del bene qua e là, dedicandosi agli ultimi, alle persone dimenticate dalla società.

A mio parere Nomad non andava ucciso. Più che mai c’era bisogno di quel tipo di storie che lo coinvolgevano, ora che la Marvel ha adottato anche la linea Max, più matura e fuori da ogni continuity. Dove gli eroi si muovono in contesti iperrealisti, come il Punitore di Garth Ennis, per esempio.
Ora più che mai avevamo bisogno di Nomad.
Pensando al buon Jack Monroe, mi vengono in mente le note di Sally, una vecchia canzone di Vasco Rossi, che riadatto per l’occasione.

Ed un pensiero gli passa per la testa

Forse la vita non è stata tutta persa

Forse qualcosa s’è salvato

Forse davvero non è stato poi tutto sbagliato

Forse era giusto così

Forse ma forse… ma sì

 

 

1 commento

  1. Probabilmente tornerà. Come diceva Luca Scatasta anni fa, la Marvel è come il maiale di cui non si butta nulla. Bru ha piallato Nomad – a mio avviso – perché troppo simile al ” suo ” Soldato d’Inverno: due spalle di Cap che hanno dormito e che al risveglio sono precipitate nell’incubo di un tempo che non capivano.
    Peccato che con Nomad se ne sia andato da qualche parte anche il nealadamsiano ( mi pare abbia lavorato anche x la Continuity ) Clarke Hewbaker che ha disegnato tre albi e mezzo di cui segnalo almeno lo scontro con USagent e cioè un altro mancato Cap. Mi pare che Nicieza salvi proprio queste storie tra quelle che scrisse in quegli anni – se non altro per sottrazione – perché non teleguidate secondo uno schema degli editors come quelle mutanti ( X-Men e X-Force ) dopo l’abbandono di Claremont e la nascita di Image.
    Da noi oltre alla miniserie di quattro colle matite di James Fry che cita Kirby in alcune vignette della quarta parte ( scontro con Cap ) e la storia in cui adotta Bucky tratta da un antologico si sono viste anche le tre storie di Pat Oliffe nel crossover con Daredevil ed il Punisher. Peccato che non siano mai state tradotte le storie disegnate da Rick Mays che strizzava l’occhio ai manga e che forse avrebbero interessato i lettori più del corretto storyteller anti spettacolare Oliffe ( Untold Tales of Spider Man ).
    Il Jack Monroe clone di Fernando Lamas ( e non era nemmeno l’unico: basti pensare al Johnny Blaze di Andy Kubert in team up con il secondo Ghost Rider in Spirits of Vengeance di quegli anni ) avrebbe meritato forse maggior fortuna. Se fosse stato un personaggio Vertigo, avrebbe attraversato gli Stati Mentali d’America come nel decennio precedente la Swamp Thing di Moore, il Sandman di Gaiman e naturalmente lo Shade di Milligan. In Marvel solo il controverso Daredevil di Ann Nocenti si era confrontato con gli USA fuori dalla finestra. Pazienza.

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