PRIMA PLAYLIST D’AUTUNNO

PRIMA PLAYLIST D’AUTUNNO

“Appartengo all’Autunno. E in Autunno mi parlano tutte le cose che ho perso per la lunga strada”. Era scritto sul muro di una vecchia tonnara di terra di Sicilia, mentre ascoltavo musica appollaiato su uno scoglio, quando tira scirocco, che per fortuna fugge via, facendo le nuvole ai capelli tirreni del mare, puntando poi dritto verso nord. Ma la musica non ha latitudini né longitudini, se non quelle degli stati d’animo che vanno a braccetto con le stagioni e le loro altalene di umori.

Ho pensato così ad una scaletta musicale divisa in 3 parti, di cinque brani musicali ciascuna. Quindici affreschi di musica folk, pop rock dei luoghi dell’armonia, del sentire, che ci possono accompagnare in una immaginaria passeggiata musicale, quando la luce di ottobre accorcia gli orizzonti e il sole mostra ancora i suoi muscoli d’acciaio.

La musica è appena un bozzolo di luce quando comincia la traccia n. 1, “1904” di The Tallest Man On Earth, la band da sempre di Kristian Matsson. Questa è una ballata folk-pop dal sapore emotivamente naif… ”A volte il rumore è soltanto nella tua mente” recita il cantante svedese. Le punture delle note pizzicate da Matsson potrebbero essere scrosci di pioggia e tuoni minacciosi, o una lontana passione che si dissolve rapidamente, come il mare qui si dissolve evaporando nel sole lasciando poi tutto il sale dei ricordi.

La seconda traccia “Falcons” di Amanda Bergman è una dream pop-song, una tempesta emotiva che travolge lentamente l’ascolto. Il sentimento affiora con una melodia in bilico tra incanto e perplessità, una disincantata seduzione senza false promesse, dove la folksinger alterna elementi musicali classici e moderni.

Col più classico slacker rock, si ascolta la traccia n. 3, “New Speedway Boogie” con la quale Courtney Barnett, cantautrice australiana della scena musicale indipendente, esprime un po’ di quella ribellione passivo-aggressiva, un po’ in stile anni ’90. L’incedere ritmico pulsante è una costante che si trascina per tutto il brano, con note semplici accompagnate da una slide guitar e pennellate di piano che completano la cornice stilistica. Tutto si inquadra bene nel paesaggio rimasticato di un lungo e ozioso pomeriggio, come una lieta riflessione del far nulla.

Una sana dose di disagio scorre quando è iniziata la quarta traccia “Reckless Behaviour” di Soak, e i pensieri barcollano, vanno a braccetto con il fascino delle possibilità della sera. La ventenne cantante nord-irlandese canta Il piacere di star da soli a bersi lentamente la serata, con lo sguardo a seguire la curva del tramonto che insegue da qualche parte chissà quale altro giorno. Gli arrangiamenti non certo semplici e un suono tutt’altro che essenziale non sono invadenti nei confronti delle delicate vibrazioni date dall’attitudine introspettiva. Gli strumenti non si limitano a produrre accordi fini a se stessi, ma pennellano vere e proprie linee melodiche indipendenti nei giri di chitarra e nei ricami di pianoforte e archi.

La bellezza dell’autunno è anche quel pudore della natura a rivestirsi di nuove ebbrezze e sensazioni rallentate, dopo le sensuali e turbinose offerte estive. Ho scelto le acque misteriose riflesse nella traccia n. 5, con la quale gli Okkervill River suonano “Call Call yourself Renee”, con le note di chitarra acustica, piano e percussioni che scorgano malinconiche come brandelli dell’anima, rivoli di piccoli affluenti che si riuniscono alle acque placide del grande fiume della memoria. La matrice folk qui è ingigantita da una composizione orchestrale che si rivela sin dall’inizio: archi e leggere accordature di piano che improvvisamente scompaiono per lasciare fluire la voce di Will Sheff che canta con doloroso abbandono, ricordi mai corrotti da rimpianti e rimorsi. Poi l’armonia scopre i suoi cori lontani e via via una cascata di arrangiamenti strumentali che sfumeranno in una lontananza senza fine.

 

 

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