MURA, LA SCRITTRICE DELLE DONNE VINCENTI

PRECISAMENTE, UN RACCONTO DI MURA

Il romanzo rosa, che in Italia aveva avuto un’antenata diretta con la prolifica Carolina Invernizio, ha il suo periodo culminante subito dopo la Prima guerra mondiale, quando cultura e lettura cominciano ad avere una diffusione di massa. È culminante per più motivi, sia sul piano editoriale dove gli editori ne arguiscono l’enorme potenzialità economica, sia per linguaggio, modello narrativo e rapporto tra autrice e pubblico femminile. Rapporto che porterà da parte del pubblico a percepire le scrittrici anche come personaggio, una sorta di esempio o modello a cui tendere.
Le donne cominciano a guardarsi intorno svincolandosi progressivamente dall’unico ruolo, quello della maternità, che possa loro offrire una realizzazione personale o sociale. E questo bisogno comincia a essere sentito non più solo da un’élite, ma anche dalla maggioranza delle donne normali: casalinghe, impiegate, adolescenti.
Questo è anche il momento in cui nascono i primi periodici femminili, dove le autrici verranno ospitate spesso con rubriche proprie.

Mura: Perfidie

Mura: “Perfidie”. Casa Editrice Sonzogno, 1919

Nel romanzo rosa moderno, cioè quello successivo alla guerra, si delineano due filoni: uno pedagogico e uno trasgressivo. A quello trasgressivo aderisce Mura, di cui ne è l’autrice più rappresentativa.

La prosa di Mura è scanzonata, a volte addirittura libertina, vincente. La sua vena irriverente e trasgressiva incontrerà il favore del pubblico femminile e le darà un successo che supererà perfino quello di Liala.
Dice Eugenia Roccella nel suo saggio “La letteratura rosa” (Editori Riuniti, 1998): “I suoi romanzi posano infatti le prime pietre, quelle fondanti, per la costruzione di una sorta di diga antisconfitta. L’obiettivo è arginare il dilagante senso di frustrazione prodotto dai romanzi sentimentali (…). Niente più punizioni e finali mesti per le protagoniste, nemmeno se peccano, anzi: soprattutto se peccano. Rovesciando con malizia leggera la morale della favola, le eroine di Mura trionfano senza essere affatto brave ragazze”.

PRECISAMENTE, UN RACCONTO DI MURA

Mura, pseudonimo di Maria Assunta Giulia Volpi Nannipieri

Mura è lo pseudonimo della scrittrice e giornalista Maria Assunta Giulia Volpi Nannipieri. Nativa di Bologna (1892), morirà giovane in seguito a un incidente aereo avvenuto nel 1940 a Stromboli, mentre tornava da Tripoli dove era andata a raccogliere materiale per il suo nuovo romanzo.

La sua carriera inizia a Milano come giornalista per il Touring Club Italiano, per giornali e per alcune testate dell’editore Sonzogno, di cui diventerà l’autrice di punta. Tiene rubriche per più di una rivista e comincia a pubblicare romanzi. Scrive anche copioni teatrali e cinematografici, oltre a libri per bambini scritti a quattro mani con Alessandro Chiavolini, redattore del quotidiano Il Popolo d’Italia.
Esordisce nel 1919 con il coraggioso romanzo Perfidie, che innescherà tra gli scrittori e i cineasti del periodo rilevanti cambiamenti su più fronti. Il successo commerciale arriva con lo spregiudicato Piccola del 1921.
Nel 1934, con il romanzo Sambadù, amore negro, riesce ad attirare l’attenzione di Benito Mussolini che ne dispone il sequestro.
Continua a scrivere e a pubblicare fino alla morte prematura. Verranno poi dati alle stampe alcuni romanzi postumi, il primo dei quali nel 1941, Camelia fra le fiamme, con la prefazione della scrittrice Flavia Steno, nella quale affermerà, con ragione: “se qualcuno vorrà studiare la donna italiana nei primi anni del Novecento, devastati da guerre e rivoluzioni, dovrà ricorrere ai libri di Mura”.

Mura: “Piccola”. Casa Editrice Sonzogno, 1921. Copertina di Luigi Bompard

Mura: “Sambadù, amore negro”. I Romanzi di Novella, N. 10, Aprile 1934

Questo breve preambolo che non può dare la giusta prospettiva a una personalità così complessa e decisiva, tra l’altro dimenticata, vuole solo essere una introduzione a leggere qualcosa di suo, in fondo la miglior cosa per capire dove stanno i suoi punti di forza.
In proposito, ho cercato sulla rivista “Le Grandi Firme” un suo breve racconto.

Le Grandi Firme, N. 33, 1° Novembre 1925

Le Grandi Firme, sottotitolata “quindicinale di novelle dei massimi scrittori, diretto da Pitigrilli”, è stata una rivista di successo pubblicata a Torino dal 1924 al 1939, le cui pagine hanno ospitato i maggiori scrittori della giovane letteratura, nonché molti tra i migliori disegnatori e umoristi. Fondatore e direttore è stato Pitigrilli, pseudonimo di Dino Segre, che fu anche promotore di altri fortunati periodici. Tratto distintivo della rivista sono state le copertine, con le donne sensuali disegnate da Gino Boccasile.

Il divertente racconto di Mura che ho scelto si intitola Precisamente. Appare nel Numero 33 del 1° Novembre 1925, inserito nella rubrica Manie di donna dove venivano pubblicati suoi racconti
È stato trascritto integralmente e nel rispetto dei segni grafici originali.

Signori e signore, benvenuti negli anni Venti.


PRECISAMENTE, UN RACCONTO DI MURA

Precisamente

Pomeriggio d’ottobre sul dolcissimo golfo ligure. Il Grand Hôtel tutto bianco, sembra un sogno di vergine appollaiato nella fantasia verde della giovinezza. Nella sala da pranzo, spaziosissima, bianco-giallo una giovane straniera vestita di morbida flanella candida affaccia la testa bionda dal volto roseo nel vano della porta, volge attorno un’occhiata curiosa e scompare. Giungono soltanto le sue parole, pronunciate in un francese gutturale come un raffreddore e ricompare seguita lentamente da un vecchio signore che rassomiglia a Giosuè Carducci, eccettuata la rosetta ardente della Legion d’Onore all’occhiello della giacca nera.
In un angolino, sola sola, sto studiando il «menu» mentre l’appetito scompare inavvertitamente. La giovanissima straniera seguita da quella specie di can barbone sorride con soddisfazione quando il maître le indica la tavola presso la mia. È appena giunta dal suo freddo paese nel sole d’Italia, non ha conoscenze, non ha amiche, ed ha un gran desiderio di mettere a cuccia quel suo cane barbuto per godere un po’ di spensieratezza, il sole o il nuovo sconosciuto paese. Mi sorride due o tre volte con timidezza, poi, rinfrancata, giunge le manine inanellate, indicando con gli occhioni azzurri l’azzurro più cupo del mare.
‒ Come è bello!
Il barbone brontola un momento e si accuccia di nuovo tranquillo con i gomiti sulla tavola e gli occhi fissi sul «menu». La giovanissima bionda mi rivolge qualche domanda sul paesaggio, sull’Italia, e con molta circospezione, sugli italiani. Italiani in calzoni, giovani, intraprendenti. Italiani da flirt. Rispondo con la stessa circospezione per non risvegliare il can barbone che dorme con un occhio solo.
Il maître si avvicina alla straniera, indica la mia tavola e pronuncia il mio nome e le mie attribuzioni. Uno sguardo di simpatia mi compensa della tristezza che mi nasce nell’anima tutte le volte che accanto al mio nome viene pronunziata quella attribuzione di scrittrice. Ho proprio la sensazione che mi invecchi, e che mi addossi responsabilità che non voglio avere nella vita.
Non appena la colazione è terminata e il grosso barbone si sdraia in una poltrona del «bar» per facilitare la digestione con una collezione di liquori, la giovanissima e curiosissima bionda mi si avvicina. Parla un delizioso italiano sgrammaticato, senza né capo né coda, con i verbi buttati là a caso, tanto per far vedere che ci sono e che servono in qualche modo.
‒ Che fortuna! Che fortuna! Capitare in Italia e conoscerla subito… Lei mi dirà… mi suggerirà… mi consiglierà… Si ferma ancora in questo hôtel per molto tempo?
‒ Parto fra poche ore.
‒ E non si può rimandare a domani? Passeremo la sera insieme, dopo aver messo a nanna il mio gros chien noir!
‒ Che accento! Eppure mi sembra così mansueto nonostante il brontolio.
‒ Oh, non vi fidate delle apparenze! È come un cane furioso… sempre, o quasi sempre…
‒ Brrr! Lo fate inquietare?
‒ No! È geloso!
‒ Oh, povera bambina!… È vostro marito?
‒ Marito. (sospiro) Per tutta la vita!
Sorrido, accennando con gli occhi alla possibile brevità della vita del can barbone geloso; ma la bionda scuote il capo e mormora, stringendosi nelle spalle e sospirando di rassegnazione:
‒ Oh, no… Vecchio, brutto, brontolone, geloso… ma una salute di ferro! Questo matrimonio è stato il primo grande errore della mia vita!
‒ Bisognava riflettere prima!
‒ Oh, riflettere! Si può riflettere forse a diciotto anni? Ho fatto riflettere a tutte le mie amiche! Ho domandato consiglio a tutte, le ho pregate di mettersi nei miei panni e di consigliarmi coscienziosamente se era preferibile per me un matrimonio col cane barbone o con mio cugino: un cugino di venti anni, ufficiale di cavalleria, non troppo ricco… ma un tipo!
‒ E vi hanno consigliato il can barbone?
‒ Oh, no! Mi hanno consigliato, tutte, il cugino… Precisamente! Ma, all’ultimo momento, quando si è trattato di decidere, non so perché, ho scelto il can barbone.
‒ Probabilmente è più saggio!
‒ Credete? Avete forse ragione! Però sarebbe stato meglio se avessi sposato il cugino! Ma ormai non c’è rimedio ed è inutile lamentarsi!
‒ Ecco: è inutile lamentarsi. Bisogna via via adattarsi alla vita secondo come è stata predisposta.
‒ Precisamente. Bisogna ribellarsi alle imposizioni della vita.
Non era «precisamente» lo stesso concetto di quella semplice filosofia, ma non ribattei per non sentirmi trasportare verso un’altra improvvisa contraddizione.
‒ Avete scelto questo rifugio tiepido perché vi è stato consigliato, oppure perché lo avete preferito voi stessa?
‒ Mi avevano consigliato la Sicilia come soggiorno invernale, allora ho scelto la Liguria.
‒ Non è la stessa cosa, credo!
‒ Precisamente! Credo che come temperatura, sia identica!
Avevo una voglia irresistibile di chiudere nelle mani quella testolina maniaca di contraddizione e di ripeterle sugli occhi troppo azzurri, che quel suo voler far sempre tutto il contrario di quanto si faceva consigliare, era una sua deliziosa particolarità. E volevo domandarle quale tragedia accadeva nell’intimo del suo rifugio, quando le calde sere di luna e di stelle invitano all’amore anche gli spiriti ribelli.
Parve ch’ella avesse intuito il mio pensiero nell’improvviso silenzio che era seguito alle rapide battute di prima. Domandò fra il serio e il ridente, offrendomi una sigaretta del suo paese:
‒ Vi sono dispiaciuta?
‒ Ma no… Sto pensando con malinconia al tempo troppo breve che ci conosciamo, ed alla mia prossima partenza. Il soggiorno in questo angolo di sole allietato dalla vostra compagnia, sarebbe incantevole.
‒ Siete molto gentile.
‒ Vorrei diventare una vostra amica, starvi molto vicina, capire un poco la vostra vita e la vostra maniera di vivere attraverso tutti questi vostri «precisamente» che dicono sempre il contrario di quanto pensate.
Mi spalancò sul volto due occhioni così grandi.
‒ Io?!
‒ Voi. Ma non importa. Non sarete tanto deliziosa se non foste così, ed anche il vecchio gros chien non vi amerebbe tanto.
‒ Povero gros chien! È molto buono, ma ha la mania di suggerirmi tutto quello che devo e che non devo fare, momento per momento!
‒ E voi lo ubbidite?
‒ Io?! ‒ parve interrogarsi scrupolosamente, poi rispose con un sorriso luminoso: ‒ Io seguo sempre i consigli degli altri! Precisamente! Posso offrirvi qualcosa che vi piaccia?
‒ Permettetemi piuttosto di offrire a voi qualche cosa di Italiano! Volete?
‒ Ma certo!
E quando il «barman» fece per avvicinarsi ad un cenno di richiamo, ella ordinò tranquillamente due coktail il cui miscuglio apparteneva alla più genuina ricetta americana. Non sorrisi, ma carezzai con dolcezza le due manine bianche e inanellate che ridevano per conto loro con rapidi gesti del tiro involontario che la loro padrona mi aveva giocato.
‒ E adesso che abbiamo bevuto insieme questo ottimo miscuglio, volete permettermi qualche indiscrezione sulla vostra maniera di vivere? Sui vostri gusti? Sulle vostre preferenze?
‒ Ma io permetto tutto… e spero di poter essere in grado di rispondere. Non temete di essere indiscreta: fra donne, e fra una donna come voi e una donna come me in particolare, non esistono indiscrezioni e tutto ciò che nella vita è chiamato così, diventa, per noi, una attrattiva ed un piacere. Precisamente! Potete interrogare, vi sto ad ascoltare con molta silenziosa attenzione e vi prometto di rispondere con la maggiore precisione a tutte le vostre domande. Però dovete lasciarmi il gusto di indovinare quali domande state per rivolgermi… Scommetto che volete sapere come ho potuto sposare un così gros chien tanto buono; poiché non avrete creduto affatto ch’io lo abbia sposato soltanto perché le amiche mi avevano consigliato il cugino… Invece proprio sì! Io non rifletto mai troppo, ve l’ho detto; però credo fermamente che sia ottima cosa fare tutto il contrario di quanto ci viene consigliato. Forse sbaglio, ma non ne posso fare a meno! È come una mania della quale non so guarire! Ed è una mania che mio marito alimenta continuamente con quel suo volermi consigliare da vicino come se fossi una bambina! Indovino? Volevate sapere questo? No? Qualche cosa di più indiscreto?
Accennai di sì, senza nemmeno tentare di parlare, soffocata ormai da quel diluvio di parole della mia interlocutrice che un attimo prima aveva promesso di ascoltarmi con molta silenziosa attenzione.
‒ Allora volete sapere che differenza passa fra l’amore d’un vecchio gros chien barbuto, e quello d’una ragazza di quasi diciannove anni? Questo? Ebbene, vi prego di non ridere, ma non c’è proprio differenza. Credo che prevalgano in tutti e due gli stessi gusti e gli stessi desideri. Non fate quel musetto sarcastico ed ambiguo! Non c’è nulla di male se io non ho ancora trenta anni e se dell’amore preferisco ancora ciò che è una parure di seta la guarnizione di pizzo di Bruxelles! Adesso ridete? Preferisco questa vostra risata all’ambiguità della vostra espressione di dianzi! Del resto mio marito è felicissimo, ed io non domando di più! Direi quasi che ne ho di troppo! È incredibile, mia signora amica, come gli uomini un poco gros chien come mio marito amino l’amore…
‒ Per questo, forse, sono tanto gelosi…
‒ Precisamente! Perché ormai temono l’altro amore, quello che hanno dovuto dimenticare…
Parve arrossire lievemente, ma subito quel tentativo si dissipò e scuotendo il capo riprese:
‒ Meglio così.
Chiusi nelle mie le sue mani per impedirle di parlare ancora e domandai rapidamente, prima che un’altra valanga di parole me lo impedisse:
‒ E contate di essergli fedele?
‒ Certamente. A condizione.
‒ Di tempo?
‒ Ecco: di occasione.
‒ L’occasione la si cerca quando il peccato tenta…
‒ Precisamente: io l’aspetto.
‒ E non avete paura della burbera gelosia del gros chien?
‒ Una paura terribile, precisamente. Ma non importa: nella vita non c’è stato nulla che abbia potuto intimorirmi… Nemmeno il matrimonio!
‒ Un peccato italiano?
‒ Certo: con qualche straniero in cerca di sole e di bellezza come me.
‒ E perché non uno dei nostri bruni giovani della Sicilia che non avete voluto conoscere, ardenti come la loro terra e passionali fino alla tragedia…
‒ Chi sa… Vedete come è difficile vivere per me! Una bufera nell’acqua tranquilla del mio ménage sarebbe come un terremoto capace di distruggere… E non voglio distruggere nulla.
‒ Quando il cuore comanda…
‒ Appunto: non si ascolta. Anche quando come me si è un poco schiave del proprio cuore…
‒ Non mi sembra.
‒ Chi vi dice che non abbia amato anch’io questo vecchio gros chien che è mio marito?
‒ Scusate. Questa volta sono andata oltre l’indiscrezione.
‒ Oh, no, no! Dacché vi assicuro che non sono mai stata fedele e che non sarò mai fedele a questo marito!
Fissai gli occhioni azzurri con uno sguardo che evidentemente esprimeva la mia incapacità di capire.
‒ Non avete capito?
‒ No!
‒ Mio Dio! ‒ esclamò, alzando le mani con un gesto di implorazione. ‒ Mio Dio come è difficile capire per voi Italiani!
‒ Grazie!
‒ Oh, non vi offendete, vi prego! Non capire, qualche volta, è buon segno! Non faccio questione di intelligenza, faccio questione di vita… D’amore.
‒ D’amore? Con un giovane, italiano, o straniero, invece che con un vecchio gros chien?
‒ Ma no! Se vi dico che amo il suo amore e che non ho ancora trent’anni!
‒ Con… Con un uomo non più giovane o non ancora del tutto gros chien?
‒ Precisamente! ‒ scattò, prendendomi la testa fra le mani e baciandomi rapidamente e morbidamente sulle labbra. ‒ È difficile capire… Ma sentite, capite, indovinate, signora… Tradire, peccare… È così delizioso quando anche nell’amore il piacere diventa una contraddizione…
‒ Un giovane, giovanissimo?
‒ Precisamente! Una donnina, per esempio, come voi…

Gavirate, ottobre ’25.

Mura

Una cartolina pubblicitaria di Hodierna Editrice in cui appaiono un testo battuto a macchina di Mura e la sua firma autografa, 2 gennaio 1931

 

 

2 commenti

  1. Una splendida scoperta quest’autrice.
    I suoi articoli, Tea, sono sempre una sorpresa intellettuale.
    Grazie.

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