QUANDO IL PUGILE MONZON SI TRASFORMÒ IN ASSASSINO

QUANDO IL PUGILE MONZON SI TRASFORMÒ IN ASSASSINO

Per la festa di San Valentino del 1988, l’ex pugile Carlos Monzon e la moglie Alicia Muniz affittano una villetta nella località vacanziera di Mar del Plata: l’Argentina si trova nell’emisfero meridionale del pianeta, quindi a febbraio è piena estate.

I due si tuffano in mare e poi, quando scende la sera, fanno l’amore sulla terrazza. Per il resto della notte, Carlos e Alicia litigano furiosamente. Lui è ubriaco, non sa quello che fa. Inizia a picchiare la donna, poi le stringe la gola. Sempre più forte, finché lei non si muove più.
Cercando di essere lucido nonostante l’alcol che gli annebbia la mente, l’uomo decide di simulare un incidente. Getta il corpo giù dal terrazzo, poi si lancia anche lui, fratturandosi una spalla.
Ai soccorritori dice che sono caduti insieme, che è stato un terribile incidente.
È morta così, a 32 anni, la terza moglie di uno dei più grandi campioni di tutti i tempi.

QUANDO IL PUGILE MONZON SI TRASFORMÒ IN ASSASSINO

Alicia Muniz

 

Carlos Monzon, dalla pelle olivastra e i tratti del viso marcati, è il sesto dei dodici figli di una poverissima coppia di indios. Nasce nel 1942 in un’umile capanna: sulla nuda terra è distesa soltanto una coperta. Da piccolo Carlos si ammala di tifo, ma il suo fisico robusto gli permette di guarire, diversamente da cinque fratelli che muoiono per questa e altre malattie.

Il papà, dopo aver lavorato come “gaucho”, guardiano di bestiame, si improvvisa becchino, ma i contadini della zona sono troppo poveri per pagare funerali dignitosi ai loro cari.
Carlos scappa spesso da scuola, sgattaiolando dalla finestra dell’aula, per andare a lavorare come lustrascarpe nelle strade della vicina Santa Fe.
Commette piccoli furti ed è coinvolto in alcune risse. Probabilmente finirebbe come il fratello Zacarias, un piccolo delinquente ucciso durante un regolamento di conti, se un allenatore di boxe, Amilcar Brusa, non si accorgesse delle sue qualità atletiche. Brusa lo fa combattere a 16 anni come peso leggero, tra i dilettanti.

Il ragazzo promette bene: non perde mai un incontro. Siccome lo sport non gli consente ancora di guadagnare, Carlos si mette a fare il protettore di prostitute che sono poco più che bambine. Se qualcuna si ribella, la riempie di botte. Il modo di trattare l’altro sesso lo impara così.
Sempre a 16 anni ha un figlio da una ragazza benestante, Zulema Torres. Vorrebbe portarla all’altare, ma i genitori di lei si oppongono alle nozze.
Tre anni dopo sposa la sua nuova ragazza, Mercedes Garcia, che gli dà due figli. Un terzo verrà poi adottato.

Il primo incontro di boxe da professionista lo disputa nel 1963. Con un potente destro, Carlos Monzon liquida il rivale dopo due soli round, vincendo un premio equivalente a trent’anni di stipendio del padre.
Alto 1 metro e 84 centimetri, molto per la categoria dei pesi medi in cui combatte, l’indio è un fascio di muscoli. La grande estensione del braccio gli permette di tenere a distanza i rivali, inoltre è un buon incassatore. Freddo e determinato, vince un incontro dopo l’altro, fino a diventare il più forte pugile argentino.

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Carlos Monzon

 

Il successo gli permette di avere donne belle e famose, accecando di gelosia la moglie Mercedes, un’autentica latina dal sangue “caliente”. Dopo averlo sorpreso tra le braccia di una ragazza, lei prende una pistola e gli spara alla schiena.
Carlos sopravvive per miracolo: il proiettile gli viene estratto dopo un intervento di sette ore. Anche se più avanti, per drammatizzare l’avvenimento, si dirà che gli è rimasto conficcato nel corpo per tutta la vita.

Lasciando per la prima volta il Sud America nel 1970, Carlos Monzon va a Roma per sfidare Nino Benvenuti, detentore del titolo di campione del mondo dei pesi medi.
Benvenuti pensa che sarà un match facile, almeno così gli ha assicurato il suo entourage. Dopo dieci round di sostanziale equilibrio, la freschezza di Monzon si impone sul triestino, ormai logorato dall’attività agonistica. Al dodicesimo, l’argentino conclude il match con un devastante destro al volto di Benvenuti. È il primo k.o. subito dall’italiano.
A Buenos Aires, la capitale argentina, duecentomila persone salutano in delirio il ritorno del nuovo campione del mondo. Solo Maradona godrà, anni dopo, di un trionfo simile in patria. Benvenuti ottiene la rivincita a Montecarlo: sconfitto un’altra volta, abbandona la boxe.
Finisce così la carriera di un campione che con i suoi successi aveva esaltato il pubblico italiano.

Nino Benvenuti atterrato dall’argentino a Montecarlo

 

L’ex povero indio diventa un personaggio del jet set internazionale, passa le estati in Costa Azzurra insieme allo stilista Pierre Cardin e gli attori Alain Delon, David Niven e Jean-Paul Belmondo.
Sempre conteso dalle donne, dice ai giornalisti: «Non ho mai saputo dire no». Con i suoi occhi freddi e il sorriso disarmante, racconta: «A Nizza ho fatto l’amore con Ursula Andress nell’ascensore dell’albergo, fermandolo tra un piano e l’altro. Dopo averla accompagnata nella sua camera, ho incontrato in corridoio Nathalie Delon, l’ex moglie di Alain, e ho fatto l’amore anche con lei ridiscendendo con l’ascensore».

Mantiene il titolo di campione dei pesi medi abbattendo inesorabilmente tutti gli avversari fino al 1977, quando lascia definitivamente il ring per entrare nella leggenda. Come pugile ha vinto più di chiunque altro, difendendo il titolo mondiale in quattordici incontri. In tutta la carriera ha perso soltanto 3 match su 102: ai punti, mai per k.o.

 

Fuori dal ring, però, Monzon conosce soltanto sconfitte. Cerca di avviare una nuova carriera come attore e nel primo film che gira a Cinecittà, El Macho, manda all’ospedale le comparse che prende a pugni veri durante le riprese. Il film non ha particolare successo, Monzon capisce che recitare non è il suo mestiere.
Ora che ha appeso i guantoni al chiodo e non vede altri sbocchi professionali, in balia di se stesso torna a frequentare le compagnie equivoche della gioventù, si ubriaca e dilapida le enormi somme vinte grazie ai successi sul ring.

Sposa l’attrice Susana Gimenez, per poi picchiarla tutti i giorni. Lei sopporta indossando grandi occhiali scuri che le coprono a fatica i lividi sul viso.
Nel 1979, Monzon si innamora della ventitreenne Alicia Muniz, modella uruguaiana incontrata a una festa. Divorzia da Susana e sposa in terze nozze Alicia, che gli dà il quinto figlio.
Tra i due nascono presto dissapori e anche la nuova sposa finisce per subire il trattamento delle precedenti.

Alicia si confida con gli amici: «Carlos vuole avere vicino una donna che non si arrabbi mai, che non discuta con lui, che resti a guardarlo per lunghe ore mentre gioca a carte. Lui parla quasi sempre dei figli. Spesso accende la luce alle quattro del mattino solo per dirmi che si sente colpevole di averli lasciati soli».

Probabilmente Monzon è iperprotettivo nei confronti dei figli perché non vuole che abbiano un’infanzia come quella che hanno avuto lui e i suoi fratelli, morti in gran parte per malattia o uccisi dalla malavita.

Dopo la tragica notte di San Valentino, il corpo senza vita di Alicia è steso sul bancone dell’obitorio. I medici non hanno dubbi: la sua morte non è stata causata dalla caduta dal terrazzo, ma da strangolamento.
Carlos Monzon viene arrestato e condannato per omicidio. La pena è di soli undici anni, perché, secondo il giudice, il delitto non è stato volontario.
In prigione riga dritto. Nino Benvenuti lo va a trovare in cella, abbracciandolo anche se è l’avversario di sempre, l’uomo che gli ha portato via il titolo mondiale.

Dopo nemmeno sette anni di carcere, Monzon ottiene la libertà vigilata. Appena uscito, da playboy impenitente qual è, conquista la giornalista televisiva Helena Velez, condividendola con l’altro suo amante, il presidente argentino Carlos Menem.
Si sta godendo la libertà soltanto da poche settimane quando, una notte del 1995, dopo aver partecipato a una battuta di caccia con alcuni amici, Monzon preme a tavoletta l’acceleratore della sua Renault 19 per tornare al carcere di Las Flores, alla periferia di Buenos Aires, dove deve passare la notte.
A 140 chilometri orari di velocità, l’auto sbanda e si ribalta sette volte. Per l’ex campione non c’è niente da fare, la morte l’ha preso a 52 anni.

 

Ai suoi funerali partecipano migliaia di persone, compreso Menem, suo presidente e rivale in amore. A dimostrazione del fatto che gli argentini non hanno mai dimenticato il loro campione, malgrado tutto.

 

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