MODA ANNI NOVANTA, UN VIAGGIO NEL DELIRO

MODA ANNI NOVANTA, UN VIAGGIO NEL DELIRO

Non è morto ciò che può attendere in eterno. Così diceva Lovecraft ne La città senza nome e così può benissimo esser detto di un altro tipo di orrore. Un orrore peculiarmente umano: la moda. In particolare, la moda anni novanta. La differenza è che col volgere di strani eoni anche la morte può morire. Mentre certe cose di schiattare non ne vogliono proprio sapere.

Pensandoci, dire che il tempo sia poco gentile è un eufemismo. In realtà gli anni novanta sono stati un decennio ricco di bruttezza. A volte è difficile credere a ciò che una volta era in voga. Certe tendenze non solo meritano di morire, ma di restare morte. Invece ti accorgi che… A volte ritornano.

 

L’imbarazzante moda anni novanta e i suoi agghiaccianti annessi e connessi.

MODA ANNI NOVANTA, UN VIAGGIO NEL DELIRO
Il discorso, diciamo di sponda, l’ho già affrontato nell’articolo Tutto il peggio degli anni novanta. Due righe in cui si cercava di ricostruire a grandi linee lo svolgimento di una giornata tipica dell’epoca. Con tutti i suoi pro e contro.

In un modo o nell’altro, c’è sempre qualcosa che ciccia fuori a tradimento: una vecchia foto. Oppure qualcosa di sepolto e dimenticato nell’armadio. Qualunque cosa sia, ci sarebbe da tenersi le mutande dal ridere, se non ci fosse da piangere cogitando su una semplice domanda: sul serio avevamo il coraggio di andare in giro così?

Proviamo a partire dal basso. Cosa ci schiaffavamo ai piedi? Dal carosello degli orrori, per qualche strana ragione denominato moda anni novanta, con foga vengono fuori le Reebok Pump.

MODA ANNI NOVANTA, UN VIAGGIO NEL DELIRO

Le Pump sono state lanciate nel 1990 e c’è da dire che trent’anni dopo, incredibile ma vero, sono ancora in commercio. La particolarità di queste scarpe, che subito le fece schizzare in cima alla lista dei desideri dei giovini dell’epoca, era una cosa abbastanza assurda.

C’era ‘sto testicol… pallone da basket stilizzato sulla linguetta che, su carta, permetteva di gonfiare l’imbottitura della scarpa. Questa caratteristica serviva a qualcosa? Assolutamente no. Che ci vuoi fare, erano tempi più semplici e bastava poco per essere contenti.

Per quanto discutibili, le Reebok Pump ancora ci potevano stare. Il trionfo del cattivo gusto si è raggiunto quando sono spuntate fuori le jelly shoes. O sandaletti di gomma, che dir si voglia.

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‘Sti cosi, c’erano sia per lei che per lui. Per un certo periodo, nei primi anni novanta, andavano di gran voga. Personalmente, a parte il fatto che tipo dopo mezz’ora ci voleva il piede di porco per toglierle, le trovavo attraenti come un’improvvisa perdita di sangue.

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Ok, saliamo un po’ e dopo le scarpe cosa troviamo? I pantaloncini da ciclista. Una delle cose più agghiaccianti regalateci dalla moda anni novanta. Fossero stati indirizzati esclusivamente a un pubblico femminile, ok. Il problema stava nel fatto che pure gli uomini ci andavano in giro.

Un conto era Axl Rose, prima della sua trasformazione in Benny Hill. Altro paio di maniche vedere zio Franco, con il fisico di un cadavere ripescato da un fiume dopo tre giorni, andare in giro così. Il peggio lo si raggiungeva quando i pantaloncini andavano in combo col marsupio: l’evidenziascroto per eccellenza.

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I pantaloncini da ciclista erano soggetti a una finestra temporale limitata: i mesi estivi. Quindi, il giovine di tendenza aveva bisogno d’altro per affermarsi durante il resto dell’anno.

Sono sicuro che molti della mia età ricorderanno quanto fossero “fighi” i Jnco Jeans. Magari, qualcuno si ricorderà pure quale avrebbe dovuto essere il motivo. Semplicemente, a un certo punto andavamo tutti in giro come pagliacci senza piedi. Ovviamente c’erano vari outfit d’abbinare ai pantaloni bracaloni da pagliaccio urbano.

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Tipo le magliette psico-pacifiste. Le indossavi, et voilà!, hai portato la pace nel mondo.
Altro grande must have era il vezzo di vestirsi a strati. Non che ci sia qualcosa di male in questo, sono il primo a ficcarsi due-tre maglie addosso l’una sull’altra.

Il problema erano le t-shirt sulle stramaledette maglie a maniche lunghe. Guardando indietro, vorrei solo non aver preso parte a tutto ciò. Però, oh, faceva tendenza.

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Cose del genere, intendo maniche corte su maniche lunghe, magari in combo con i Jnco Jeans, ti facevano solo somigliare a un mucchio di pezze ambulanti. Cosplayer ante litteram del cesto dei panni sporchi. Questo ti fa capire che il concetto di bello sta alla moda anni novanta come una sprangata nelle rotule di un centometrista.

Certo, quegli anni ci hanno dato tante cose buone: la Playstation, per esempio. Lo Snes. Ma anche Nickelodeon e Alicia Silverstone, tanto per dirne alcune.

Con il proverbiale senno di poi, risulta piuttosto strano credere su cosa uno era in grado di fissarsi. Nei secoli bui pre-cellulare, andava un casino collezionare schede telefoniche. Schede di plasticaccia tossica flessibile, su cui, a un certo punto, cominciarono a schiaffarci ogni tipo d’immagine.

Si andava dai marchi commerciali ai supereroi. Da qualche parte, giuro, ho visto pure quelle con i santi. Per il sacrosanto principio dell’uovo e della gallina, non so di preciso come, o perché, partì il boom del collezionismo. In giro cominciò a dilagare la pazzia: tizi disposti a spendere due-trecento mila lire pur di avere una scheda rara con due ornitorinchi che si inchiappettavano.

Pare strano detto da uno come me, che collezionava i tappi dei succhi di frutta perché c’erano sopra i Power Rangers, eppure, delle schede mi è sempre sbattuto meno di zero. Comunque la mania delle schede svanì velocemente e collezioni che valevano milioni da una settimana all’altra si sono trovate a valere meno di un ciuffo di peli pubici.

Altra moda anni novanta che fece sbroccare malamente un po’ tutti fu il Tamagotchi. Lanciato nel 1996, l’obiettivo del gioco era quello di prendersi cura sin dalla nascita di un mostrillo alieno chiamato, appunto, Tamagotchi. Bello, su carta. In pratica, il cazzillo creava dipendenza e ti incatenava a esso, schiavizzandoti. Bisognava nutrirlo, accudirlo e dargli tutto il necessario per farlo crescere.

Come per le schede telefoniche, pure di ‘sto coso non mi è mai fregato assolutamente nulla. Ricordo una volta in cui mio cugino venne a mangiare a casa mia e, oh, a stento spiccicò mezza parola. Ché tutto applicato malissimo con il badante-simulator qua. Provandoci a giocarci dieci minuti, mi era solo venuta voglia di sbatterlo contro il muro.

Una cosa che mi piaceva parecchio, invece, erano gli autostereogrammi. Un autostereogramma è un’immagine astratta realizzata per creare un’illusione ottica tridimensionale da un’immagine bidimensionale. Come dice Wikipedia, al fine di percepire una forma, gli occhi devono superare di norma il coordinamento automatico tra messa a fuoco e convergenza.

A un certo punto, credo fosse il 1991 o il 1992, esplose la mania per questi autostereogrammi, nonostante gran parte delle persone non riuscisse a vederci ‘na beata mazza di niente in quelle immagini dai colori shock-aggressivissimi. Io da ragazzino ne avevo ben tre appesi in camere mia e li ricordo ancora bene. Uno era verde, uno rosso e l’altro blu.

Quello verde mostrava una vallata con i dinosauri tipo Jurassic Park. Il rosso la “Piramide” di Marte. Mentre l’ultimo, quello blu, il sistema solare. Per anni quasi tutti mi hanno dato del pallonaro, visto che ero l’unico a vedere quelle immagini. Fino a quando un mio zio a cui non dissi quali fossero i soggetti, li vide pure lui.

C’era tanta altra roba su cui la gente riversava il proprio sclero a frotte. Gli anni novanta, oltre che del cattivo gusto, sono stati forieri di tante bizzarre manie. Prendi le bamboline Troll. Perché erano dappertutto? Qual era il loro scopo? Perché si potevano mettere anche sulle penne?

A guardarlo oggi, il fatto d’impalare di culo il troll su una penna mi pare un tantino discutibile.
Altro articolo indispensabile quanto inutile: il Furby. Esageratamente caro per quel che effettivamente valesse, questa versione caruccia dei Gremlins per uno o due Natali fu la mania del momento. Ricordo di aver visto faide familiari per colpa di questi cosi, che la primavera dei popoli era robetta da volemose bene.

A ogni modo, visto che la pappardella la sto a tirare per le lunghe e di robaccia del passato ce n’è ancora a morire, facciamo che il resto degli orrori ce li conserviamo per un’eventuale altra volta, ok?

Ebbene, detto questo credo che sia tutto.

Stay Tuned, ma soprattutto Stay Retro.

 

 

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