MARTA RUSSO, UCCISA PER GIOCO ALL’UNIVERSITÀ?

MARTA RUSSO, UCCISA PER GIOCO ALL’UNIVERSITÀ?

Marta Russo è una brillante studentessa di 22 anni che frequenta il terzo anno di Giurisprudenza, all’università La Sapienza di Roma. Sul diario scrive: “Come potrò mai essere utile agli altri?”. La risposta ce l’ha già: diventando magistrato.

Il 9 maggio 1997, insieme all’amica del cuore Jolanda Ricci, Marta percorre un vialetto della cittadella universitaria. Un angolo squallido, fatto di edifici grigi, scale di ferro e finestroni. Qui, alle 11.35, Marta Russo viene colpita da un proiettile esploso da una pistola calibro 22 a canna lunga.

Nessuno sente il rumore dello sparo, la pallottola, che le perfora la testa, lascia solo un buco piccolissimo sotto l’orecchio sinistro. All’inizio, si pensa a uno svenimento improvviso e la ragazza, ancora viva, viene trasportata di corsa al vicino Policlinico Umberto I.

Marta Russo

Marta Russo

 

Dopo cinque giorni di coma profondo, durante i quali migliaia di studenti stazionano davanti all’ospedale lasciando fiori e bigliettini, Marta Russo muore. I genitori concedono l’autorizzazione per l’espianto degli organi: ne saranno donati sei. Hanno rispettato la volontà della figlia che, da quando aveva 15 anni, si era detta favorevole a questo tipo di donazione.

Ai funerali partecipa una marea di persone colpite dall’assurdità di quella morte, tra le quali c’è il capo di governo e altre autorità dello Stato. Un mese dopo, l’università conferisce a Marta Russo una “laurea alla memoria”.

Ai due pubblici ministeri che si occupano del caso, Carlo Lasperanza e Italo Ormanni, vengono messi a disposizione ben 80 investigatori. Vengono inoltre utilizzate le tecnologie più avanzate.

L’università di Ferrara mette a disposizione, per la prima volta, una videocamera laser tridimensionale per le riproduzioni virtuali degli edifici dell’antichità, che viene utilizzata per ricostruire in tre dimensioni il cortile dell’università dove si è svolto il delitto.
Grazie a questo modellino virtuale si riesce a tracciare con esattezza la traiettoria del proiettile, che risulta essere stato esploso dagli uffici dell’istituto di Filosofia del diritto.

Una settimana dopo il delitto, Enzo Ricci, padre di Jolanda ed ex direttore del carcere romano di Rebibbia, si presenta alla polizia sostenendo che il vero obiettivo dell’assassino era sua figlia. L’uomo aveva ricevuto numerose telefonate anonime, anche di notte, nelle quali veniva minacciata Jolanda. Questa pista, però, viene lasciata cadere e dopo un mese di indagini serrate arriva il primo arresto.

In manette finisce il professor Bruno Romano, direttore dell’istituto di Filosofia del diritto. Dalle intercettazioni telefoniche risulterebbe che ha fatto pressioni sui dipendenti dell’università perché non rivelassero particolari utili alle indagini.

L’omertà sarà la caratteristica di tutti i testimoni, che si decideranno a parlare solo dopo le insistenze degli inquirenti. Il professore verrà rilasciato perché avrebbe agito solo in difesa della reputazione del suo istituto.

Il 14 giugno vengono arrestati due assistenti dell’istituto: Giovanni Scattone, di 29 anni, e Salvatore Ferraro, di 30. A indirizzare gli inquirenti sono stati alcuni studenti, secondo i quali i due si erano appassionati all’idea del “delitto perfetto”.

Giovanni Scattone

Salvatore Ferraro

 

Il loro professore aveva anche tenuto una lezione su questo tema, nella quale aveva sostenuto che si può commettere un omicidio senza essere sospettati quando manca un movente e si fa sparire l’arma.

Il giorno prima, tra l’altro, in televisione avevano dato Schindler’s list, nel quale c’è proprio una scena dove una persona viene uccisa a caso per strada.
Il film potrebbe essere stato di ispirazione?

Scattone e Ferraro continuano a dichiararsi innocenti, ma non riusciranno mai a presentare un alibi convincente. Escono dal carcere un anno dopo, nel 1998, quando ottengono gli arresti domiciliari.

Nello stesso anno, durante il primo processo, viene mostrato il video dell’interrogatorio di quattro ore della testimone principale, la segretaria del dipartimento di Filosofia, Gabriella Alletto.
Nel video, l’Alletto continua a ripetere di non essere stata presente sul luogo del delitto, piangendo e giurando sulla testa dei figli, mentre i pubblici ministeri la incalzano ricordandole che potrebbe essere accusata di complicità.

Marta Russo

Gabriella Alletto

 

È forse la prima volta che il grande pubblico può vedere la durezza con la quale vengono condotti gli interrogatori durante le indagini. Di fronte a tali pressioni, osserva qualcuno, esiste la possibilità che una persona (peraltro interrogata come semplice teste) dica la verità e non, piuttosto, quello che l’accusa vorrebbe farle dire?
Lo stesso capo del governo in carica, Romano Prodi, definisce gravissima questo tipo di condotta.

La testimonianza della Alletto viene comunque considerata valida dal tribunale e diventa l’arma principale dell’accusa. La segretaria dopo avere a lungo negato, aveva infine ammesso di essere stata presente nell’aula 6, al primo piano dell’istituto di Filosofia del diritto, dove avrebbe visto Giovanni Scattone sparare un colpo fuori dalla finestra.

Poi il giovane avrebbe raccolto il bossolo del proiettile e infilato la pistola nella borsa di Ferraro. Quest’ultimo, sempre secondo la segretaria, aveva visto la scena mettendosi le mani tra i capelli. Accanto a lui, c’era l’usciere Francesco Liparota.

Nella finestra indicata dalla donna è stata individuata una particella composta da antimonio e bario, che secondo la legge italiana rappresenta l’indizio di un colpo d’arma da fuoco. Per costituire una prova certa, si sarebbe dovuta trovare anche una particella di piombo. La valutazione sulla consistenza di questo indizio, messa in relazione con la dichiarazione della segretaria, spetta al giudice.

Secondo i pubblici ministeri, non ci sarebbero dubbi sul fatto che Giovanni Scattone abbia sparato dalla finestra dell’aula che dà sul vialetto. Il giovane, per scagionarsi, ha fornito alibi sempre diversi, senza però fornire testimoni attendibili.

Da tutti era considerato un giovane tranquillo, onesto e religioso, ma per l’accusa si tratta di apparenze. Inoltre, durante il servizio di leva aveva fatto il carabiniere e ciò spiegherebbe la sua confidenza con le pistole.

Il supposto complice Salvatore Ferraro avrebbe nascosto l’arma del delitto, che non è mai stata trovata. Anche lui nega tutto, giura che quel giorno non era nemmeno all’università, ma la fidanzata, chiamata a confermare l’alibi, si avvale della facoltà di non rispondere.

Da ultimo, l’usciere Francesco Liparota avrebbe cercato di allontanare i sospetti dai due giovani assistenti facendo false dichiarazioni. Sotto la pressione degli inquirenti, l’uomo aveva infine confermato la versione dell’Alletto, ma durante il processo ritratta tutto, sostenendo di aver mentito per paura di finire in carcere.

Se l’accusa non ha dubbi sul fatto che Scattone abbia sparato, il movente appare più sfumato.
Il giovane ha fatto fuoco perché voleva, forse, colpire un professore di Scienze politiche che camminava anche lui nel vialetto? Ha mirato alla sconosciuta Marta Russo per provare la teoria del “delitto perfetto”? Oppure, semplicemente, gli è partito un colpo mentre giocava con la pistola davanti alla finestra?

Il giorno delle arringhe finali, i pubblici ministeri dimostrano di non avere dubbi in proposito, chiedendo 22 anni per omicidio volontario per Scattone. Sedici per il complice Ferraro e 5 per il favoreggiatore Liparota. La giuria si convince della colpevolezza, ma non della volontarietà.

Giovanni Scattone viene quindi condannato a 7 anni per omicidio colposo e Salvatore Ferraro a quattro. Assoluzione, invece, per Francesco Liparota. Quattro anni dopo, nel 2001, la condanna viene sostanzialmente confermata in appello, ma Liparota viene condannato per favoreggiamento.
Nello stesso anno, però, la Cassazione annulla la sentenza per errori formali e si riparte da zero.

Nel nuovo processo del 2002 le condanne vengono alleggerite. E lo sono ancora di più nell’appello definitivo del 15 dicembre 2003: 5 anni e 4 mesi per Scattone. 4 anni e due mesi per Ferraro. Decade l’accusa per Liparota.

A questo punto, Scattone accusa un dipendente di un’impresa di pulizie di essere il vero assassino, ma non serve a nulla perché la sua condanna e quella di Ferraro vengono definitivamente convalidate dalla Cassazione.

Solo Scattone torna in prigione, ma avendo già scontato due anni nel corso del primo processo e avendo accumulato giorni di buona condotta, esce dal carcere di Rebibbia quattro mesi dopo, il 2 aprile 2004. Poi, come prevede la legge, chiede l’affidamento ai servizi sociali.

Già nel 2005 il giovane condannato per omicidio riprende l’insegnamento in un liceo, come professore di storia e filosofia.
Ferraro tra carcere e domiciliari nel corso del primo processo, ha scontato due anni di pena. Aggiungendo i mesi guadagnati per buona condotta chiede subito l’affidamento ai servizi sociali. In seguito tenta con poco successo la carriera politica.

Una parte dell’opinione pubblica si è dimostrata sempre scettica sulla colpevolezza dei due assistenti universitari. Ci si chiede come si possa essere tanto sciocchi da sparare dalla finestra di un’aula dell’università senza nemmeno chiudere la porta, per evitare l’ingresso di testimoni.

La memoria di Marta Russo viene ricordata dall’associazione fondata dai genitori Aureliana e Donato per promuove la campagna per la donazione degli organi, trasformando in pratica le idee generose di una ragazza uccisa senza motivo tanti anni fa.

 

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1 commento

  1. Se i due sono innocenti hanno fatto fin troppa galera, se sono colpevoli se la sono cavata bene. Ma chi può dire al di là della verità giudiziaria come sono andate le cose veramente?
    Alla fine c’è una sola certezza: Marta Russo è morta e tale rimarrà. Per lei non ci saranno condoni, affidamenti ai servizi sociali, possibilità di rifarsi una vita.
    Resta la sua bontà di animo comprovata dalla donazione degli organi e l’amore che certamente ha donato a chi l’ha conosciuta in primis i suoi genitori e un senso di dolore e smarrimento in tante persone, compreso il sottoscritto che si chiedono ancora: perchè?

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