35 ANNI FA L’ELEFANTE GAY, LA CANZONE PER BAMBINI SULL’OMOSESSUALITÀ

l'elefante gay

Al di là dei generi musicali, dei ritmi, degli autori, degli interpreti, la canzoni si suddividono essenzialmente in due categorie: quelle belle e quelle brutte.
E poi, fuori gara, ci sono le canzoni uniche.
“L’Elefante Gay” è una di queste.
Ecco la sua storia.

Era il 1983 quando mi fu proposto di scrivere una canzoncina per bambini da presentare al concorso canoro Ambrogino ‘84, versione milanese più matura dello Zecchino d’Oro, in quanto tarata su interpreti di età leggermente superiore a quelli dello storico Festival dell’Antoniano (10/13).

C’era già la bambina, Erika Mannelli, 9 anni, molto carina, brava e intonata. Ne avrebbe avuti 10 giusti per partecipare l’anno successivo. Mancava solo la canzone.

Io avevo da un po’ di tempo un’idea in testa, e il preciso incarico ricevuto mi dette l’occasione di buttarla giù. Lo feci in un attimo, parole e musica. Qual era l’idea? Semplicemente quella di completare una trilogia, iniziata nel 1981 con “Tommi”, che raccontava, 28 anni prima che lo facesse Povia, la storia di un ragazzo omosessuale che ci ripensa. Inutile dire le polemiche, persino le offese e le minacce che mi arrivarono dal mondo gay, e fortuna che allora non esistevano i social… Per rincarare la dose, sul retro del mio 45 giri c’era “Donna più donna”, storia di una moglie che chiede al marito il permesso di poter fare sesso con un’altra donna. Lui acconsente, a patto però di entrarci in mezzo. Sempre avido di primati, fu qui che ardii inserire per la prima volta nel testo di una canzone il numero 69 alluso come posizione sessuale (“Provi estasi nuove fino a sessantanove”), e forse è pure rimasto l’unico caso, non so. Piovvero altre critiche, ovviamente, anche perché non tutti avevano capito che era il maschio a farci la peggiore figura.

Insomma, al di là delle polemiche, e a mio modo, avevo scritto e cantato una canzone sui gay e una sulle lesbiche, incise nei solchi di un medesimo 45 giri che si potrebbe definire “concept”.

Il quadro non era però ancora completo. Cosa mancava? Il campo neutro. Una canzoncina che parlasse simpaticamente ai bambini del mondo omosessuale, per un approccio sgombro di pregiudizi a tale inoppugnabile realtà. Questa era l’idea, un po’ azzardata, certo, ma consona alla mia indole provocatoria, nonché alla mia vocazione di apripista. Fu così che nacque “L’Elefante Gay”, personaggio allegro, divertente, inequivocabilmente riconoscibile come “diverso”, ma, per la sua schietta simpatia, più “uguale” di tanti altri.

E quello che segue, su due fogli pieni di scarabocchi, cancellature, ripensamenti, redatto con la mia pessima calligrafia, è il suo certificato di nascita: una mattinata di gestazione (veloce, perché a mezzogiorno dovevo essere davanti a un microfono distante 15 chilometri), seguita da un parto naturale con l’ausilio di una chitarra levatrice che mi guidò le dita su un accordo di Mi minore: non proprio il massimo per comporre qualcosa di allegro. Eppure il fiore dell’allegria quella mattina sbocciò. Nacque e barrì. Anzi, cantò. E il suo canto non fu simile ad alcun altro: unico anche in questo, nei suoi sei distinti momenti musicali.

Sì, quella mattina mi nacque un figlio davvero… diverso.

E lo spartito? Eccolo, scritto con accurata calligrafia in tempi successivi. La creazione è sempre caotica, la stesura però, poi, deve essere precisa. Quella che vediamo è la copia spedita alla SIAE per il deposito della canzone.

Ora vi chiederete il perché di questa mia fissazione sui gay, e forse vi sarete già risposti… Ma sbagliate. Anch’io a un certo punto mi feci marzullianamente la fatidica domanda, dandomi, com’è d’uopo, l’imprescindibile risposta: questo battere e ribattere sul tema era senz’altro attribuibile al mio interesse per tutto ciò che mi è estraneo, che non conosco, che mi è diverso. Infatti non c’è uno più eterosessuale di me, plurisposato, pluripadre, innamorato delle donne come pochi, uno purtroppo incapace, fin da quando ancora giocava col secchiello sui greti dei fiumi, di immaginarsi anche solo sfiorare la pelle di un maschio. Dico purtroppo perché è un limite, ma non posso oppormi alla natura. E mi va bene così.

Dopo questo imbarazzante coming out al contrario, non sufficientemente suffragato, mi rendo conto, dal puerile tentativo di alibi fotografico (ma avevo pure dato un fiore alla bambinona dal costumino ascellare!), torniamo alla canzone. Lo scabroso argomento inizialmente incontrò qualche resistenza da parte della mamma della piccola interprete, personaggio importante in quanto promotrice e sponsor dell’operazione, che però poi, una volta ascoltato il provino, rimase del tutto convinta. Andava bene, anzi, benissimo. Incaricai l’amico Giulio Clementi, musicista bravo ed eclettico, di curare l’arrangiamento, e lui centrò in pieno lo spirito del pezzo, sempre sotto la mia supervisione. Ci volle molto più tempo per trovargli la veste musicale che per scriverlo: alcune indimenticabili notti in bianco nell’appartamento da bohémien del musicista, posto nel centro storico di Firenze, guarda caso proprio a S. Ambrogio, vedi il destino. Enfin voilà: base fatta con comune soddisfazione. In uno studio di registrazione situato nel popolarissimo quartiere di San Frediano poi la ragazzina, che era di una intonazione rara, infilò alla grande con la sua vocina limpida tutta la canzone, che alla fine risultò un vero gioiellino. Colgo l’occasione per precisare per l’ennesima volta che la voce maschile nel riff non è la mia. Me lo chiedono sempre.

Ecco: adesso la parte artistica c’era, mancava la collocazione. Sarebbero stati così coraggiosi all’Ambrogino da accettare una bambina che cantava nel 1984, anno sinistramente orwelliano, una canzone sull’omosessualità?

A proposito, per rendersi conto di un testo, la cosa migliore è leggerlo.

 

LELEFANTE GAY

Uaccadì uaccadù
unghie
a smalto rosso
uaccad
ì uaccadù
zanne di lam
è
uaccad
ì uaccadù
guarda com
’è grosso
uaccad
ì uaccadù
sta arrivando

LElefante Gay con cinquanta nei
sparsi qua e l
à, che arie che si dà.
Le mutande blu a pois,
ciglia finte in su
, si sa,
non nasconde pi
ù la sua
vera identit
à.

Lelefante gay, non più lui ma lei,
gli occhi dolci fa con ambiguit
à,
il vizietto lui ce l
ha,
co
l giudizio altrui ci fa
un gioiello per la sua
femminilit
à.

Elefante Gay,
Elefante Gay,
Elefante Gay
che simpatico che sei
!

Uaccadì uaccadù
unghie
a smalto rosso
uaccad
ì uaccadù
zanne di lam
è
uaccad
ì uaccadù
guarda com
’è grosso
uaccad
ì uaccadù
sta arrivando

LElefante Gay, ora è tutto ok,
la virilit
à lha attaccata al tram,
con le orecchie lui ci fa
deltaplani e poi si d
à
svolazzando a chi gli va
con avidit
à.

Elefante Gay
Elefante Gay
Elefante Gay
che simpatico che sei
!

……………………

Il vizietto lui ce lha,
si distende sui lill
à,
se gli piaci poi ti fa
:
Bello vieni qua!

Elefante Gay
Elefante Gay
Elefante Gay
che simpatico che sei
!

Uaccadì uaccadù
unghie
a smalto rosso
uaccad
ì uaccadù
zanne di lam
è
uaccad
ì uaccadù
guarda com
’è grosso
uaccad
ì uaccadù
l
Elefante Gay...

Sì, all’Ambrogino furono coraggiosi: in quegli anni, sembra assurdo, c’era più apertura mentale di adesso. Lo sapevo bene io, che alla radio frantumavo impunemente ogni convenzione loquiale, cosa che oggi non potrei fare senza rischiare pesanti conseguenze.

Pier Quinto Cariaggi, direttore artistico, e Lara Saint Paul, famosa cantante e presentatrice dell’evento, accolsero senza storcere il naso quell’elefantino anticonvenzionale, e alla loro memoria va tutto il mio apprezzamento: oggi, paradossalmente, sarebbe molto più arduo piazzare in un festival infantile il mio ingombrante elefante, ma anche allora, benché il “politicamente corretto” non avesse ancora avvelenato il linguaggio, non era cosa da poco. Anzi.

Per farla breve, “L’Elefante Gay” entrò in finale, e passò due volte in diretta su Rai Due. Erika appariva sia nella sigla iniziale che in quella finale della trasmissione, in onda, dopo una prima giornata di selezioni, per due puntate il 6 e il 7 dicembre, festa di S. Ambrogio, patrono di Milano, nel grande spazio del Palalido.

Complimenti anche alla Rai per il coraggio, una volta tanto. La stessa Rai che metteva le mutandone alle ballerine e censurava canzoni come “Tua” e “Disperato erotico stomp” lasciò che una bambina cantasse di un elefantino omosessuale che “si dà svolazzando a chi gli va con avidità”, e che “se gli piaci poi ti fa: Bello vieni qua!”, uno che “la virilità l’ha attaccata al tram”, che è “non più lui ma lei” e… “il vizietto lui ce l’ha”. E di che vizietto si trattasse era evidente, dopo il successo dei film omonimi del 1978 e del 1980, che avevano reso questa definizione proverbiale. Per non parlare dell’allusivo e ricorrente “guarda com’è grosso”… Mi stupii, sinceramente, di tanta apertura, avrei giurato che la canzone per motivi strategici venisse stroncata alle selezioni, proprio allo scopo di evitare la sua andata in onda sulla TV di Stato, e invece passò.

A me piace molto il dietro le quinte, vi si fanno incontri da ricordare, e l’osservazione dei comportamenti dei vari personaggi che abitano questo spazio ai confini della realtà è molto istruttiva per un osservatore come me. Potrei scrivere un trattato in merito, e chissà che prima o poi non lo faccia.

Per la finale dell’Ambrogino gli ospiti d’onore della trasmissione erano due gloriosi cantanti della vecchia guardia, Nilla Pizzi e Giorgio Consolini, che credo a quell’epoca si esibissero insieme, poi c’erano Fabrizio Frizzi e Roberta Manfredi, il duo che aveva dato vita al fortunato programma per ragazzi “Tandem”, e, visto il carattere sportivo del palazzetto in cui ci trovavamo, troneggiava Dino Zoff, mitico portierone da poco ex. Non mancava un gruppo di fresche medaglie olimpiche di Los Angeles ‘84 di cui avrò modo di riparlare.

Io per la verità ero parecchio distratto dal prominente “dietro le quinte” della figlia di Nino Manfredi, ma non potei resistere al largo sorriso di un giovane Fabrizio Frizzi, che si avvicinò premuroso e mi chiese se fossi un papà o un autore, e, ricevuta risposta, quale fosse il titolo della mia canzone. Glielo dissi. Lui rimase un po’ interdetto, e ripeté: “L’elefante…”. “Gay”. “Ah… Ho capito”, e di nuovo il viso gli si allargò in uno dei suoi sorrisi irresistibili. Dandomi la mano mi disse: “Complimenti!”, ma non mi sembrava del tutto convinto. Altissimo e gentilissimo sì, però. Lì vicino c’era la regina della canzone, la grande Nilla, che intervenne: “Sorbole!”. Dino Zoff si chiuse in un impenetrabile silenzio.

Lara Saint Paul: “Ti piace la tua canzone?”.
Erika: “Sì, è buffa”.
La miglior risposta.

L’esibizione di Erika fu spettacolare. Dico subito che era tutto in playback, cosa che dava modo ai piccoli interpreti di animare le loro esecuzioni a piacere. Erika danzò leggera e acrobatica seguendo una precisa coreografia che si era accuratamente preparata.

Potete vederla e sentirla qui:

E per vederla da adulta… basta continuare a leggere.

Senza farsi per niente intimidire dal muro di persone assiepate sulle gradinate lei volò insieme al suo elefantino.

 

Certo non vinse, a tutto c’è un limite, già la provocazione aveva destato un serpeggiante malcontento nei più bigotti, ma io ero lì, e posso testimoniare che se ci fu una vincitrice morale questa era proprio lei, la piccola con l’elefantino dalle zanne di lamè. Piaceva anche per essere la più bassotta di tutti: tranne un suo coetaneo gli altri ragazzini e ragazzine erano più grandi di età e statura, come si vede in questa foto in cui Erika, in bianco, riesce a non farsi impallare dall’allora Sindaco di Milano Carlo Tognoli, che assiste attento alla lettura del verdetto finale.

Si sentiva la vittoria nell’aria nel grande Palalido, sia tra il folto pubblico che nel famoso dietro le quinte: gli stessi concorrenti, gli altri autori e un po’ tutti davano l’elefante col vizietto come favorito, era stata tra l’altro l’unica canzone citata nei titoli di giornale, e forte fu la delusione della mini cantante quando il primo posto andò, ex-equo, a due canzoncine di cui si persero ben presto le tracce.

Alla proclamazione dei vincitori applaudì sorridendo, ma la sconfitta le bruciava. Eh lo so, non si dovrebbero fare gare, concorsi, graduatorie tra bambini. Ma si fanno, e certe delusioni rischiano di lasciare traccia per tutta la vita. Tornando a Firenze in macchina Erika scoppiò in lacrime, io invece ero tranquillissimo, addirittura euforico, sicuro di aver fatto qualcosa di unico, che sarebbe rimasto nella piccola storia della canzone, qualcosa da poter ricordare.

Cosa che faccio adesso, nel 2019, mentre “L’Elefante Gay” compie 35 anni. Perché, sapete, a tanta distanza di tempo la mia rimane l’unica canzone cantata da un bambino ad affrontare l’argomento omosessualità. E non solo in Italia: nel mondo.

Per correttezza devo citare altre due canzoni, venute molto più tardi, che però non sono da considerare della stessa categoria del nostro elefante: “Twee vaders”, cantata da un quattordicenne olandese figlio di due padri nel 2005 (21 anni dopo), pezzo autobiografico interessante ma tutt’altro che gioioso, di carattere sociale, ed “Elmer l’elefante variopinto”, cantata da un adulto, di cui si hanno tracce nel 2009 (25 anni dopo), che non fa alcun riferimento all’omosessualità, ma a una simbolica diversità generica, che può essere anche quella del differente colore della pelle o di una qualsiasi disabilità, prendendo spunto da un’intelligente serie di libri per l’infanzia di David McKee (ma la canzoncina per la verità è proprio terra terra).

Non sono certo queste le canzoni che possono togliere a “L’Elefante Gay” il suo scettro di unicità, né, tanto meno, lo schiacciante primato cronologico. Quindi, festeggiamo!

L’etichetta discografica LaSaPa di Lara Saint Paul produsse il 33 giri dell’Ambrogino ‘84 più l’introvabile musicassetta. E stampò anche un 45 giri contenente le canzoni che, certo non a caso, aprivano le due facciate del long playing, e che, sempre non a caso, avevano gli stessi tre autori, tra l’altro molto noti e “introdotti” (due della PFM e una cantautrice). Se avessero anche vinto, avrei sentito puzza di bruciato, ma non vinsero, quindi tutto (quasi) regolare.

Due parole sulla giuria che aveva determinato il verdetto, non direi proprio delle più qualificate: la responsabilità era stata riversata tutta sugli atleti Medaglie d’Oro olimpiche ospiti del programma, venuti in realtà a Milano per ritirare l’Ambrogino d’Oro, prestigioso riconoscimento assegnato ogni anno dalla città nel giorno di S. Ambrogio a personaggi distintisi in vari campi, cerimonia che niente aveva a che fare col festival canoro dallo stesso nome. Il Sindaco era lì apposta a prendere due piccioni con una fava (le riprese televisive attirano sempre i politici): consegnare in diretta gli Ambrogini comunali agli atleti e presenziare simpaticamente al concorso dei piccoli cantanti. Soprattutto apparire.

Quei ragazzoni con la giacchetta azzurra chiamati a fare da giuria apparivano parecchio spaesati, distratti, totalmente fuori contesto. Loro, i miracolati dal boicottaggio dei Paesi del blocco sovietico ai Giochi di Los Angeles ‘84, furono incaricati di decidere chi avrebbe vinto e chi perso in una gara musicale tra ragazzini. Ma non fecero il miracolo. L’elefantino buffo dovette miracolarsi da sé.

Tanto per cambiare, ad alcuni rappresentanti dell’intellighenzia gay non piacque nemmeno questa operazione-simpatia, blaterarono che avevo dipinto gli omosessuali come delle checche, che il travestitismo non era il lato giusto da cui vedere il loro mondo ecc. Io continuavo a stupirmi, perché ne avevo visti tanti di travestiti, trans e non trans, e continuavo a trovarne in giro sempre di più, tra l’altro tutti simpatici, autoironici e generatori di allegria. Avevo avuto persino la sorte di vedere in persona il primo travestito famoso della storia, Coccinelle, elegante esemplare francese, e poi altri un po’ più sciamannati nei viali delle Cascine, dove i fiorentini facevano il loro notturno “puttan tour” per vedere la Romanina, Luna o la Carlotta in azione. E quanto a “checche” e travestitismo che dire dei Gay Pride, delle drag queen e di tutto il sempre più variopinto mondo lgbt?

Avevano torto a criticare il mio allegro elefantino, ma questi intellettualoidi gay sembra non siano mai contenti. In effetti vennero poi smentiti dai fatti.

Coccinelle (Jacques Charles Dufresnoy) in compagnia di Edith Piaf

 

La Romanina (Romano Cecconi)

 

Carlotta (Carlo Paiano)

 

La copertina del 45 giri de “L’Elefante Gay”, pubblicato dall’etichetta Tosco Record su concessione della LaSaPa, è terribile. Presenta, all’interno di un progetto grafico a dir poco dilettantistico, il disegno di un elefante goffo dallo sguardo spento ed ebete, presumibilmente ubriaco. Purtroppo non fui coinvolto nella sua realizzazione, perché avrei scelto molto più accuratamente l’immagine: nemmeno io sarei stato capace di fare un disegno così brutto. E non solo: sul disco la povera Erika era diventata Erica con la “c”, e Mannelli si era tragicamente trasformato in Mannella con la “a” (potrete constatarlo più avanti). Il tutto, per buona misura, relegato nella facciata B, riservando la facciata A alla canzone di un’altra ragazzina che aveva partecipato all’Ambrogino passando del tutto inosservata (ma uno degli autori era il boss dell’etichetta). Un disastro.

Però almeno “L’Elefante Gay”, diversamente da buona parte delle altre canzoni in concorso, oltre al LP in comune con tutti i finalisti, ebbe anche il suo 45 giri.

Mi venne quindi l’idea di stimolare la creazione di altre immagini. Sebbene il mio non fosse certo un programma per bambini, molti bambini mi ascoltavano: quelli con i genitori più aperti (specie i babbi) e quelli che lo facevano di nascosto. Così usai il mezzo radiofonico per invitare i piccoli ascoltatori a disegnare l’elefantino come lo vedevano loro. L’iniziativa fu abbinata a un concorsino che ebbe per promotrice la stessa piccola Erika. Arrivarono molti disegni (a quel tempo le cose si spedivano materialmente) ed ebbi la conferma di aver avuto ragione. I bambini hanno la mente libera, non si fanno fregare dai pregiudizi, per loro fu naturale disegnare quel personaggio così simpatico senza pensare a diversità o architettare discriminazioni. Lo scopo educativo era raggiunto, alla faccia di chi aveva capito tutto il contrario.

Ecco come i bambini hanno visto l’elefantino, partendo dal disegno che per tecnica e concezione è senz’altro il più bello, però anche il meno infantile, fra tutti quelli arrivati, completo di citazione della frase che maggiormente ha colpito Francesca, l’autrice.

Giada ha identificato il personaggio come maschile, chiamandolo “elefantino”, ma nel fumetto gli fa dire: “Come sono bella!”, e gli mette il reggiseno. Una bambina che ha capito tutto.

E abbiamo addirittura Michelangelo! Che però scrive “ghei”, così come lo ha sentito dire nella canzoncina. E non ha certo dimenticato i “50 nei”!

Daniele ama i colori, e femminilizza l’elefantino con le “ciglia finte in su”, una coccarda, la collana, il reggiseno, il fiocco sulla coda e un’intenzione di tacchi alti. Belli i pois differenziati.

Confesso che questo disegno è di una delle mie figlie, Vanessa. Tratto molto femminile, adatto al soggetto, raffigurato con espressione sognante.

Coinvolgendo quella che allora era la rappresentante più piccola della mia discendenza, penso di aver dato prova di quanto credessi nella bontà pedagogica dell’operazione “elefante gay”, confermata proprio, se ce ne fosse stato bisogno, dai disegni che stiamo vedendo.


L’elefante di Chiara è uno dei pochi privi delle mutande a pois. In compenso tende ad affermare la propria identità dipingendo su un quadro la scritta “Sono io!!! L’elefante gay”, mentre saluta mentalmente con un “Ciao”.

Daniele ci mostra un elefante completamente femmina, facendogli dire: “Sono l’elefante gay, e mi piaccio così!”. Ottimo, no? Ops… a lato si legge “Finocchio” (traduzione popolare immagino fornita da un genitore). Comunque ha aggiunto di suo anche delle noccioline ed Erika che canta.

Sicuramente il dettaglio che più ha colpito i piccoli disegnatori è quello delle mutande a pois. Nella canzone le mutande sono blu, e pur se molti le hanno colorate diversamente sono i pois ad avere attirato fortemente la loro attenzione, come si vede anche dal disegno di Mery.

Mattia invece ignora i pois e ci dà un’originalissima interpretazione dell’elefantino, rompendo gli schemi. Del resto, non li rompe anche il nostro soave pachiderma?

Sembra triste l’elefante di Eva, ma forse è solo pensoso, o, semplicemente, le è venuto così. Ha tutto per essere felice, mentre se ne va: il sole, i fiori, le farfalle, gli uccelli, tanti cuori… e la mutande a pois.

Questa era solo una piccola parte dei tanti disegni arrivati, un’esemplificazione di come la canzoncina abbia tutt’altro che sconvolto il pubblico a cui era rivolta, in barba ai bigotti che vedono il marcio in tutti i posti tranne che in quello giusto: dentro di loro.

La mia vita andò avanti, mi dedicai corpo e anima al mio programma radiofonico quotidiano e tralasciai la musica, sia le canzoni scritte interamente da me che quelle scritte in collaborazione con Gianfranco Reverberi, quelle rimaste in Italia e quelle che avevano varcato gli oceani, per non parlare delle tante ancora chiuse, più che nel cassetto, nelle cassette che al tempo servivano per registrare. E così anche “L’Elefante Gay” cadde nel mio personale dimenticatoio. La chitarra e l’estro compositivo li usavo solo per le mie sigle e per certe canzonacce che eseguivo negli spettacoli dal vivo, che per farvi capire quanto fossero pesanti chiamavo “canzonerchie”. Facevo anche delle turpiloquianti “serenatiche”. E, se declamavo, le mie erano “porchesie”: spiritaccio fiorentino non mediato dall’interesse materiale che ha portato certi maramaldi a uccidere la già morente fiorentinità pur di far soldi. Io, nelle vesti del “G”, ho sempre tenuto alto il grado di corrosione e lo spirito carogna delle mie radici, usando senza pietà il pubblico, facendo e dicendo cose scorrettissime che oggi non si possono più fare né dire, ma indossando, per contrasto, lo smoking. Però avevo abbandonato il mondo musicale ufficiale.

Poi arrivò il web. Sempre curioso, fui tra i primi dei miei conoscenti ad avere dei siti, ad aggeggiare su quel coso strano che mi metteva in contatto con l’umanità. E girando qua e là… Toh, chi si rivede! Ritrovai il mio elefantino. Ma come, mi dissi, è ancora vivo? Sì, spuntava fuori da tutte le parti. Senza che io avessi fatto niente per mantenerlo in vita aveva lasciato il segno. E non più solo tra i bambini, ma tra persone di ogni età, quelli a cui ricordava l’infanzia e quelli che lo scoprivano più tardi, da bimbi o da adulti. Ma soprattutto non era ghettizzato nel recinto dei “diversi”: arrivava a tutti con egual simpatia… o antipatia, come vedremo. Stavamo approdando al Terzo Millennio e mi accorsi che, tutto da solo, era diventato un piccolo cult.

Presi nota di oltre 150 siti che se ne occupavano, oggi quasi completamente scomparsi nella voragine di quella rete sfondata che è il web (ho ancora però tutti gli indirizzi), ma ulteriori ne sorsero e molti sopravvivono, altri via via si aggiunsero e si aggiungono. Materia viva.

Sull’elefante trovai, con mio stupore, forum e blog come quelli appena visti, e simpatiche immagini come questa.

E c’erano su YouTube diversi video confezionati sulla versione originale, più altre versioni “fatte in casa” del mio motivetto. Ci si divertivano, sia gay che etero, e i commenti abbondavano, variando dai più entusiastici apprezzamenti a vere e proprie “smerdate”. Che altro poteva aspettarsi un natural born provocateur come me? Ma un provocatore molto stupito.

Il nostro bizzarro pachiderma, attraverso le reazioni di chi l’ha avvicinato, ci apre uno spaccato di varia umanità, e così ci si accorge di come, nel suo piccolo, il grosso elefante abbia influito su memorabili momenti di vita delle persone più diverse. In certi casi lo vediamo spogliarsi del suo ruolo di canzonetta e diventare modo di dire, fatto di costume, inserirsi nel linguaggio corrente, nelle abitudini lessicali e concettuali di alcuni. C’è chi involontariamente ne stravolge il testo scambiando “vizietto” per “pizzetto”, “sparsi” per “spazi”, “zanne” per “zampe”… E c’è persino chi ha fondato, per diffondere i propri cazzeggi, un’artigianale ”L’Elefante Gay Production” con tanto di barrito casereccio. Come c’è chi, legittimamente, non lo sopporta proprio.

Ecco una carrellata esemplificativa di “youtubate” varie alternate a raffiche di giudizi deliziosamente contrastanti copiati qua e là dal web e qui pari pari incollati (gli errori che ci troverete quindi sono tutti loro).

Ele-mucca

Questa canzone merita un sacco! Come abbiano fatto a farla cantare ad un concorso per bambini ancora non lo capisco.

— Super, non mi va via di testa

— Che cacata…

Laltra sera ero a teatro e nel silenzio non ti parte Lelefante gay a tutta gargana perché Paris mi telefonava ed io avevo lasciato il cell acceso!!! Ho fatto furore!

Il primo disco di cui abbia ricordo pagato con la mia lauta paghetta è Lelefante gay’… dovevo capire già tutto, no?

In italia una canzone del genere!!! SCANDALOOOOOOOOO!!! AHAHAHAHAH

bellisssimimissima forte!!!!!!!!!!!!! non adatta a i minori di 8 anni!!!!!!!!!!hahaha


Languido

Molto orecchiabile… ma qualcuno mi sa dire cosa sono le zampe di lamè??

— Siete tutti entusiasti che una canzone degli anni 80 parla dei gay.. ok.. MA LE AVETE SENTITE BENE LE PAROLE DI QUESTA CANZONE??? che schifo.. a me fa completamente vomitare. Una canzone di merda.
gay=barzelletta-macchietta-travestito-vizioso???? vergogna!!!

Vaya, qué linda canción, me ha fascinado! nunca había escuchado de Erika Mannelli, pero si llegué a este vídeo fue porque ya su nombre me recordó a Erika Mann, y entonces desde el nombre me sonó tan “Gay”!

E stato per mesi e mesi un vero e proprio tormentone Insieme labbiamo ballata Insieme labbiamo cantata Insieme abbiamo sorriso

Una canzone degna di sfidare i secoli, altro che Beatles e Rolling Stones! UN MITO!

Mai sentita prima la canzone dellelefante gay (ma merita attenzione!).

Che cera qualcuno che ancora non la sapeva?


Giocoso

— Ke simpatico ke sei!!bellisima, veramente il top!!!!

— Sembra una sigla mal riuscita di un cartone animato giapponese di seconda scielta degli anni 80….

— Io per natale voglio l’elefante gay!!

E una perla rara sotto tutti gli aspetti, non solo per il testo delirante a metà strada tra il cabaret, il burlesque e la canzone per bambini, ma anche per la particolare struttura melodica e ritmica e per gli ottimi arrangiamenti. Un caso analogo nella discografia del nostro Paese difficilmente si potrà mai più verificare. Tanto di cappello dunque alla lungimiranza (o allincoscienza?) di coloro che decisero di proporre questa coraggiosa e ironica canzone.

Ma non è un modo un tantino razzista di descrivere la condizione omosessuale? Poi negli anni 80 potrei capirlo, ma ora cosa attrae di questa canzone?

Ma la cantava una bambina?

Sì, era una bambina. Da denuncia chi gli ha fatto cantare questa oscenità (non per il tema, ma per le cazzate che dice questa canzone).

 

Cartoonato

“Non più lui, ma lei”. Epico!

— Non so cosa pensare di questa canzone, ma una volta che i vatussi sono “gli altissimi NEGRI” non mi sorprende più niente

OhMyGod O.o STRABELLA

Lelefante gay è ufficialmente la colonna sonora dellestate sarda 2006!!!

Piena di luoghi comuni ma geniale e trashissima.

Veramente emozionante.

Brutti porci chi l’ha scritta e chi lascolta!

 

Dance

— La cosa bella è che non la dimentichi sta canzone e sto ritmo anche se è senza senso

Non riesco a smettere di ascoltarla

— Che grande stronzata, e poi come hanno avuto il coraggio di far cantare una cazzata del genere a una bambina? Proprio dei malati mentali

SARA CHE ho ascoltato 100 volte Lelefante gay perché è lunica canzone che mi diverte sempre.

E una canzone un po strana e un po distruttiva per la psiche di un bimbo.

Basta, mi arrendo. La lacuna dellElefante Gay è troppo grande, non è possibile che io sia vissuto finora senza conoscerla. Sono stato un inutile pirla negli ultimi 21 anni, e ormai non c’è più rimedio né redenzione.

Ho gli incubi con questa canzone.

 

Rosa e con gli occhiali


— S
ono perplessa… sta canzone se è del 1984 è una vera pioniera, però cmq diffonde stereotipi tipo che il gay vuole essere per forza donna e si veste da donna ecc. ecc… cosa che potrebbe risultare offensiva per alcuni… diciamo che la melodia allegrotta sdrammatizza il peso di ste dichiarazioni… O_o

— Totalmente ochentera, me encanta es graciosa, no pueedo paarar de reir, cuando era chico siempre soñé con ir a un circo y ver un elefante de colores

O MIO DIO! Lelefante gay! Io da piccolo avevo il 45 giri e la ascoltavo a ripetizione Sarà per questo che sono cresciuto così?

La miglior canzone sull’omosessualità.

Semplicemente Poesia!

Semplicemente….GENIALE!

Semplicemente schifo.

 

Cantando l’elefantino in macchina

Hit assoluta! Elefante gay che simpatico che seiiiii!

— Io la amoooooooooooooooooooo

In effetti è davvero strano, strano che sia passato in Rai un messaggio così

Il mio primo pensiero va a quella povera Erika mannelli ignara (spero!) del significato della canzone Ma i genitori doverano??!! Uninfanzia rovinata.

ma come c a z z o ho fatto a vivere finora senza aver mai sentito questa sublime canzone?! Penso che ora potrei morire, ho già sentito tutto, e ho sentito la canzone + bella del mondo! cmque davvero deliziosa, la metterò come suoneria, VIVA I BUHI!!!

Se il cielo non fosse azzurro di che colore vorresti che fosse? Rosa, a pois, lilla Insomma: come Lelefante gay.

Questa è una canzone mitica Ricordo che la canticchiavo a cinque o sei anni Chissà dove lavevo sentita Mi è sempre piaciuta troppo!!!

 

Nella cameretta

— Avanti 40 anni per l’epoca…..

1984 retrocedendo si avanza (?) grande!

La migliore canzone del mondo da cantare quando sei ubriaco fradicio: Lelefante gay

Oddio quanto ci si diverte a spruzzarsi tutti e tornare tutti bagnati cantando la canzone dellElefante Gay!

Ma i manicomi!?!?

parte la canzoncina, cantata da una tenera vocina femminile ma che parla di un elefante con unghie smaltate e zanne laccate di vizietto e di virilità attaccata al tram. Ahahahahah Altro che gatti puzzoloni, sveglie birichine e coccodrilli senza verso! Sono scoppiata in una risata esagerata!!! E pensare che adesso è divenuta la canzoncina preferita di mia nipote che appena entra in auto o sale a casa dice: Zia Vae mettere Tantegay?. Beh, adesso non posso far altro che fare i miei complimenti ad Erika che ha una vocina deliziosa, allautore del testo e anche agli organizzatori di questa rassegna Miticiiiiiii!!! Ora devo proprio staccare perché c’è la peste che insiste ancora con la canzoncina e devo andare a ballarla con lei ahahahahahahahah!!! Che si fa per i nipoti!!!

E’ diventata famosa grazie alla “Coppa Rimetti” del Ruggito del Coniglio su Radio 2. Definirla trash è farle un complimento! X-D

 

Piano e voce

— aaaaaaaaah!!!! è troppo trash… vorrei sapere chi è il geniale autore del testo!

— EEEEELEFANTEE GHEEEIIII…Dai, tuttinZiemeeee……….

Questa è la prova che questo è un sistema corrotto! Una canzone meravigliosa, smettere di ascoltarla è difficilissimo =)

Semplicemente fantastico! Un opera d’arte. Non credo che un commento possa restituire tutto ciò che questa canzone sta dando alla mia vita… Grazie di esistere elefante GHEI xD

Elefante ghei… io ti ammazzerei…

La vera novità è che nel panorama musicale non solo italiano, ma mondiale, venne introdotta da Gianni Greco una canzone per i bambini, cantata da una bambina, che affronta chiaramente, senza infingimenti o doppi sensi, l’argomento dell’omosessualità. e devo dire che è stata mandata su rai 2 senza tagli negli anni 80 e tutt’ora fa scalpore =)

Merda immonda che insegna ai bambini il contronatura. Vi manderei tutti in galera.

 

Versione live rock dei Mosa

Non ho nulla in contrario contro i gay, tantomeno con la canzone in se (a parte che è oscena, ma questo la fa piacere). La cosa che mi lascia perplesso è che la interpreta una bambina. Ad ogni modo se è stato bene loro…

Grazie a Betto che durante la cena si è preso addosso qualunque cosa (pane, pomodori, insulti) e ha schiacciato le patate arrosto sui capelli di quel musone di Lets e mi ha messo Lelefante gay a cena!!!

Il pizzetto lui ce lha

Ah ah!!! Mitica!!! Lelefante gay è il must!!! Ciao bellina!!! Vado a mettere lo smalto rosso!!!

A mi me sale el elefante gay, me carga, saquenlo.

Mio Dio, è meravigliosa!

Ma è terribileeeeeeeeeeeee!

 

Ancora i Mosa


My favourite!

20 anni avanti, Erika vivi ancora nei nostri cuori.

— Che spazzatura indifendibile, è BUONA giusto per le serate trash dei centri sociali (dove l’unica cosa che si socializza è la merda)

— LA SUPERCLASSIFICA DELLE CANZONI PIU IMPORTANTI DELLA STORIA 7) Lelefante gay (di Erika Mannelli) Un capolavoro inestimabile di trasgressione

Noi labbiamo ballata al Salentotek questanno ahahahahah

Hai visto, purtroppo la TV ci propina solo ciò che vuole lei poveri noi siamo cresciuti a pane e Zecchino dOro e invece ora scopriamo questo

Il mio bicchiere perennemente pieno, come il posacenere dei miei pensieri. La cena a casa di Gianni. Lelefante gay cantato da Erika Mannelli quando aveva sette anni. La solitudine, cercata, trovata, assaporata

 

Prove di un balletto sulle note dell’elefantino

Questa canzone che ascolto ogni tanto con piacere da anni è semplicemente geniale (W l’autore), buffa e piacevole da ascoltare.

Ma che cazz ?

Se non fosse cantata dalla bambina potrebbe essere confusa tranquillamente per una canzone dei DEVO

Lelefante gay di Erika Mannelli è una delle canzoni più orrende che io abbia mai sentito. C’è anche una versione cantata da Platinette. Eviterò di esprimermi su di essa!!!

Aaaaaaaaaaa Mi sono innamorata di questa canzone. Stupenda. A dir poco stupenda. Complimenti.

Lelefante gay è sempre il nostro tormentone preferito.

Povero mondo.

 

Performato da una drag queen

— Lelefante gay ora è tutto ok la virilità lha attaccata al tram muahuahauhauahu spettacolo!

La canzone di Erika Mannelli Lelefante gay è un simbolo per tutta la cultura e lambiente omosessuale al mondo. Uno dei classici più preziosi della musica italiana. Il ritmo, la melodia, il testo fanno di LElefante Gay una bella canzone per ascoltare e riascoltare con lorgoglio proprio di essere omosessuale.

e’ dA schif parade

Que viagem de ácido

Sembra falsa, ma è vera da morire.

Ahahahahahahahahahah Ma che cazzo di canzone è?

Lelefante gay ha fatto troppi danni in giro.

 

La Trudi ce l’ha proprio nel repertorio… Secondo video

— Hahahahahaha ho le lacrime

“Elefante gay, che simpatico che sei”! Dovrebbe diventare l’inno ufficiale del Gay Pride, altro che Madonna e Carrà

Aiuto, ormai ce l’ho in loop continuo! O_o troppo forte! 😀

Sono io l’elefante gay.

Non so se è più osceno il fatto che la facciano cantare ad una bambina di sette anni che probabilmente nel 1984 a malapena sapeva il significato di GAY (allora eravamo ancora bambini puri, non dei piccoli lussuriosi come quelli di adesso) oppure la canzone in se. “Wakkadì wakkadù guarda com’è grosso”… eppure ha un qualcosa che ti costringe ad ascoltarla di continuo…

Grandissima canzone 🙂 Certo che far cantare sta cosa ad una bambina di 7 anni… roba da telefono azzurro.

Non toccatemi l’elefante gay

Merda pura!

 

“L’Elefante Gay”, mi resi conto, aveva dato corpo anche a delle leggende metropolitane. Si leggeva di tutto: che la canzone era stata in gara allo Zecchino d’Oro (falso), era stata esclusa dall’Ambrogino (falso), aveva vinto l’Ambrogino (falso), era stata censurata (falso), il testo cambiato (falso), la bambina che la cantava aveva 7 anni (falso)…

 

Estratto dal libro Gay: La guida italiana in 150 voci (Mondadori, 2006):Si rasenta poi involontariamente, o genialmente, il trash con Ernesto (1979) di Cristiano Malgioglio e Ambiguità” di Leopoldo Mastelloni, ma anche con LElefante Gay, scartata nel 1984 alle selezioni per lAmbrogino dOro, il concorso canoro per linfanzia.

Estratto dal libro Crisco Disco: Disco music & clubbing gay tra gli anni 70 e 80 (Vololibero, 2013):Comunque i tempi stavano, sia pur lievemente, cambiando ed erano sempre più presenti, in quasi tutti i generi, brani che parlavano di omosessualità: Amico gay di Gianni Bella, 1979, la rievocazione di Pasolini in Una storia sbagliata di De André o la singolare canzone per bambini LElefante Gay, che fece vincere a Erika Mannelli lAmbrogino dOro del 1984.

Come si vede, l’affermazione “Parli come un libro stampato” non è affatto garanzia di verità: due libri diversi, due diverse falsità!
Di vero c’è solo la vocina di Erika che si alza fresca e sicura ogni volta che si clicca il play.

Ma nel 2005 successe qualcosa. Durante una pausa della mia trasmissione un ascoltatore mi chiamò: “Ma lo sai che stamani Platinette su Radio DeeJay Ha cantato “L’Elefante Gay”?”. No che non lo sapevo, io la radio la facevo, non l’ascoltavo. Insomma, venni a sapere che il buon travestitone aveva inciso una cover della mia canzone senza che io ne fossi stato minimamente messo al corrente. Ma come? Sono l’unico autore, risulto sui cataloghi SIAE, magari anche fare una piccola richiesta di assenso, come di regola… no, eh? Mica avrei eccepito, ne sarei stato ben contento. Come in effetti fui. Ma il metodo non si rivelò dei migliori. E vabbè. Comunque da lì ripartì la corsa dell’elefantino, e inevitabilmente ripartirono anche le polemiche.

Una cosa straordinaria, nel caso-Platinette, fu che il direttore della rivista Pride, promotrice dell’operazione discografica, colui che per sua stessa ammissione aveva fortemente voluto “L’Elefante Gay” come pezzo trainante del cd, era proprio tra coloro che più l’avevano osteggiato 21 anni prima, un signorino che si era scagliato via stampa contro gli stereotipi di cui secondo lui era infarcita la mia canzone, ma che così si espresse pubblicamente quando gli fece comodo: “Nelle mani di Platinette questo capolavoro diverrà una terribile arma di distrazione di massa, col serio pericolo che il motivetto impazzi per tutte le discoteche italiane.
Ma davvero? Guarda un po’…
(Piccole rivalse a scoppio ritardato).

Peraltro, e per la verità, la versione di Platinette (Mauro Coruzzi) non lega nemmeno le scarpe all’originale di Erika Mannelli, risultando musicalmente più monotona e vocalmente sgraziata nel tentativo, riuscito solo in parte, di essere ironica. Però il pezzo si attaglia perfettamente alla mole dell’interprete: più elefante e più gay di così dove lo trovi? Quindi tutto ok, elefante gay. La cover platinettesca venne inserita in un cd compilation di canzoni gay cantate da gay, dove figura come prima traccia. Ma traccia dell’autore… nessuna!

Il caso scoppiò con quei “simpaticoni” del Trio Medusa. Eravamo nel 2005, Terzo Millennio, e nel loro programma su Radio DeeJay ancora rompevano col fatto che io avessi fatto cantare a una bambina una canzone sui gay nel secolo scorso. Arrivavano in ritardo di 21 anni. Gli ascoltatori mi registravano le loro trasmissioni così che io potessi rendermi conto delle bischerate che dicevano. E dai una volta, e dai due volte, e dai tre volte, mi feci vivo e chiesi spiegazioni. Concordammo un collegamento tra la mia radio e la loro, dato che eravamo in trasmissione nello stesso orario. Lo scontro in diretta comune fu epico, li trattai a Firenze si dice “come pellai”, ho ancora la registrazione, e ogni tanto quando ho voglia di farmi due risate la riascolto. Ero stato pesante, sì, ma come si può, dico, essere così bacchettoni, oltretutto a distanza di tanti anni? I tempi, me ne rendevo conto, andavano rapidamente deteriorandosi, l’11 Settembre e l’avvento dell’euro, insieme al feticcio della privacy, ai vari telefoni colorati, alle authority, ai comitati di ogni tipo, alle quote rosa, all’adeguamento dei termini di genere, alla messa all’indice di aggettivi e sostantivi di tradizione popolare e a terroristici divieti comportamentali di ogni sorta, ci avevano fatto tornare indietro al medioevo culturale. Uno dei tre ragazzotti dopo la trasmissione mi fece una lunghissima e prolissa telefonata in privato minacciando anche di querelarmi. Non mi restava che ricorrere a uno dei miei tormentoni fiorentinacci più frequenti: “Cheggentec’ènni’mmondo!”. Ma davvero, sai!

Venne fuori, a proposito della mia canzoncina, la parola “trash”. Non è che mi stesse tanto bene, anche se da noi più sei trash più sei cult. E poi a volte il confine tra spazzatura e capolavoro è indefinito: ancora negli anni cinquanta del Novecento tra i rifiuti si potevano trovare dei fondi oro del Trecento, e io non dispero tuttora di trovarci un vangogghino…

C’è, tra gli altri, un ottimo sito di musica trash, “Orrore a 33 Giri”, che riesce a distinguere le differenze, e in cui “L’Elefante Gay” viene cultizzato con argomentazioni equilibrate. Francesco Roggero, che ne è un animatore, oltre a essere addetto ai lavori televisivi in Mediaset, mi scrisse privatamente una testimonianza appassionata sull’elefantino, che poi fu pubblicata altrove, e che qui riporto come esempio di quanto una canzoncina per bambini, ma molto particolare, possa influire sulla vita di una persona (intelligente). Da leggere assolutamente.

LA MAGICA ALCHIMIA DE ‘L’ELEFANTE GAY’

La prima volta che ho sentito ‘L’elefante gay’ sono caduto dalla sedia. Era il 2002, facevo il quinto anno del liceo e come molti ero un affezionato lettore (poi collaboratore) di bottomfioc.net, il primo sito che diffuse sulla rete il Verbo dell’Elefante. Mi colpì soprattutto il pensiero di quanto fosse avanti coi tempi affrontare una tematica così delicata con la ‘gaiezza (mi si passi il gioco di parole) di un festival canoro per bambini. Tempo 30 secondi e ‘L’elefante gay’ era già la colonna portante delle mie compilation da automobile, che puntualmente facevo sentire a ogni essere vivente che si possa definire ‘amico’. Ricordo con affetto che un mio caro amico, aficionado della marijuana, ebbe alcune interessanti visioni di draghi rossi ascoltando la canzone in macchina con me. Su ‘L’elefante gay’ basavo spesso le mie lunghe e faticose disquisizioni su quanto l’estetica Anni ’80 fosse ‘ci fai’ ma anche un po’ ‘ci sei’, infiniti discorsi da adolescente, ci siamo passati tutti. Ma quel che conta è che ‘L’elefante gay’ mi ha cambiato la vita, spostando in avanti i paletti della mia personale ricerca sulla musica Trash, Weird (perché sarà pure una splendida canzone, la canzone del secolo, e nessuno lo nega, ma in fondo in fondo un po’ stranuccia è), o più semplicemente sulla musica ‘di genere’: in poche parole ho pensato: una bambina che canta di un ambiguo elefante a un festival di canzoni per bambini, ma allora SI PUO FARE! La consapevolezza del fatto che oltretutto ‘L’elefante gay’ fosse anche un gioiellino dal punto di vista tecnico-musicale si è formata successivamente in me, più o meno al milionesimo ossessivo ascolto del pezzo, e con essa è venuto il desiderio ancora più forte di condividere con quante più persone possibile la genialità di tale perla. Così oltre ad averne parlato su Orrore a 33 Giri, blog nel quale insieme all’indefesso Vikk, creatore del sito, parliamo di ogni genere di sublime schifezza musicale, ho avuto anche la possibilità, come redattore di Markette sotto l’apprensiva ala di Piero Chiambretti, di proporre e vedere concretizzato sullo schermo un confronto tra il pezzo originale e la cover di Platinette, con tanto di esecuzione di quest’ultimo in studio. Non so a quanti possa interessare la storia che qui vi ho raccontato, ma dopo il primo ascolto sicuramente tutti capiranno quello che voglio dire. Sarà magia, magari anche un pizzico di suggestione, ma ‘L’elefante gay’ è come il pandoro a Natale, crea unità. E noi siamo una grande famiglia, fatta di etero, di gay, di uomini donne e bambini, tutti appassionati per una canzone che merita il suo posto nella moderna cultura europea.

Francesco Roggero

Che altro aggiungere?

Io ho sempre difeso la mia creatura da questa secondo me immeritata etichetta-spazzatura, però mi sono anche divertito quando “L’Elefante Gay”, nella versione originale di Erika, fu trasmessa più volte nel programma “Il ruggito del coniglio”, in onda su Rai Radio2, nel corso di una orribile gara di canzoni brutte intitolata “Coppa Rimetti”. Per la cronaca, dopo settimane di programmazione, confronti, scontri, eliminazioni, e aver sconfitto persino i Pooh, arrivò seconda, anche questa volta finalista, ma per fortuna di nuovo battuta. In verità i due conduttori si lasciarono sfuggire vaghe parole di apprezzamento per il pezzo, quasi forse dispiacendosi che fosse approdato a quella ignominiosa classifica. Perché in effetti le altre canzoni concorrenti sì che facevano davvero rimettere, e un po’ anche i due sbeffeggianti conduttori, diciamo la verità, uno dei quali, udite udite, narrano le cronache abbia fatto pure pubblico coming out della propria omosessualità. E bravo!

Un altro che ha trasmesso più volte “L’Elefante Gay” mandandolo in onda nel provocatorio programma “La Zanzara” di Radio24 quando veniva toccato l’argomento omosessualità, è Giuseppe Cruciani, prima ancora di sapere che la canzone fosse mia. In seguito mi chiamò dichiarandosi mio fervente estimatore (e ci credo, visto il suo stile) per chiedermi di fornirgli alcune vecchie telefonate del “Sondazzo” da passare in trasmissione. Fu allora che seppe chi era il padre dell’elefantino.

Il fatto è che gli autori – triste verità – vengono spesso ignorati. Le canzoni di solito si attribuiscono ai cantanti. Basta andare a cercare un testo su Google, e trovi che quella tale canzone è di… mettiamo Orietta Berti. Degli autori mai alcuna traccia. Contano i cantanti. Anche a Sanremo alla fine vediamo premiati i cantanti: chi li vede gli autori puri sul palco a ritirare il premio principale insieme all’interprete? Solo riconoscimenti collaterali. Eppure è il Festival della Canzone Italiana, non del Cantante Italiano.

Al di là del fatto che molti cantanti sono anche autori, ci sono altresì tanti autori che non sono cantanti, o comunque scrivono per altri. Li buttiamo via?

Da quando ho ritrovato il mio elefantino non l’ho più lasciato. Mancava solo qualcun altro da ritrovare: Erika, la bambina bella e brava senza la cui voce lui non sarebbe esistito. Successe nel 2009. Ero passato dalla radio alla TV, e guardando il calendario mi accorsi che “L’Elefante Gay” compiva 25 anni. Così rintracciai Erika Mannelli e la invitai nella mia trasmissione giornaliera “Ciao “G”!” per una rimpatriata commemorativa. Ormai donna fatta, Erika era rimasta graziosa e piccola di statura, e non aveva affatto scordato quel 1984. Che le era successo nel frattempo? Dopo qualche tentativo di inserirsi nel mondo dello spettacolo e alcune apparizioni televisive e cinematografiche senza seguito si era dedicata ad altro. Quindi “L’Elefante Gay” rimaneva il punto più alto delle sue ambizioni artistiche. In fondo era già qualcosa al confronto della generalità degli umani. Ci ripromettemmo di fare una bella chiacchierata in diretta ricordando l’occasione che ci aveva entrambi coinvolti un quarto di secolo prima, concludendola poi con una versione venticinquennale de “L’Elefante Gay”, io chitarra e “uaccadì-uaccadù”, lei voce. Un’occasione ghiotta per gli aficionados, ma soprattutto per noi. Accadde, tondo tondo, nella puntata n. 300 del mio programma. E venne una bella cosetta, anche se la vocalità dell’ex bambina non era ovviamente più la stessa e qualche strappetto testuale necessitò di essere da me rammendato al volo. Ma fu tutto molto simpatico e umano, soprattutto spontaneo, perché, come piace a me, improvvisato.

Sembra ieri, ma da quel giorno sono passati già altri dieci anni. Inesorabile è il tempo, che lascia giovani solo i personaggi di fantasia.

Sono sempre stato un amante delle unicità. Persino in casa amo circondarmi di pezzi unici. Nelle cose che faccio cerco sempre di essere creativo, sennò non mi diverto, e il numero delle idee che mi sono state copiate conferma tale propensione, facendo crescere a dismisura il mio divertimento.

Sapere di aver scritto una canzone unica al mondo da un lato mi rende fiero, ma dall’altro mi pone un quesito: perché in questo non sono stato seguito? Perché nessun altro autore ha scritto una canzoncina esplicita sull’omosessualità destinata all’infanzia e nessun altro bambino di conseguenza l’ha cantata? La risposta, amico mio, la porta il vento, quello agitato dalle orecchie del mio Dumbo gay.

Accidenti, dov’è che ho letto che il Dumbo di Disney era gay? Non avrò mica copiato io questa volta? Ma no, dai, sono solo pettegolezzi, lo si è vociferato anche di Superman. E che dire della coppia Batman e Robin? Loro poi non cantano nemmeno.

Intendiamoci, molte persone “L’Elefante Gay” non l’avranno mai nemmeno sentito nominare prima, ma questo succede per un sacco di cose anche molto più importanti. Però è esistito, è entrato nella vita di tanta gente. E ancora esiste, e resiste.

Nella voce Wikipedia “Ambrogino d’Oro (festival)”, per esempio, è l’unica canzone fra tutte quelle che hanno partecipato negli anni a essere menzionata all’interno del testo, la sola ricordata tra una miriade di altre. Ci sarà un perché.

Ed è datata febbraio 2019 una versione rock di Marca Canaglia, specializzato in cover in chiave “quasi metal” delle canzoni più famose. Divertente, energetica, punkissima.

Oggi, nel 2019, dopo 35 anni, l’elefantino allegro è più vivo che mai, a giudicare anche da un servizio di “Io Donna”, costola del Corriere della Sera, che recentemente l’ha inserito con mia grande sorpresa tra le 25 canzoni che rappresentano “L’amore libero nella musica italiana”, insieme, e dico poco, a canzoni di Fabrizio De André, Loredana Berté, i Pooh, Gianna Nannini, Renato Zero, Ivano Fossati, Ivan Graziani, Enzo Jannacci, i Subsonica, Daniele Silvestri, Umberto Bindi, Fabio Concato e altri tra cui Gianni Bella… gran bella compagnia! E io non finisco di stupirmi.

Sembrava uno scherzo, l’elefantino, ma poi guarda un po’…

Come autore che devo dire? Buon 35° compleanno Elefante mio. Solo io potevo raccontare la tua storia, sono l’unico che sa tutto di te.

Non so se al 40° sarò ancora disponibile per il mondo, caso mai vai avanti tu (uaccadì uaccadù).

Felice di averti conosciuto.

 

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