LE IMPRESE DEI NAR DI VALERIO FIORAVANTI

LE IMPRESE DEI NAR DI VALERIO FIORAVANTI

Ricostruire le vicende di un periodo complicato come furono i cosiddetti “anni di piombo” nasconde sempre l’insidia di cadere nell’incompletezza, nella parzialità e nello schematismo.
Parlare di Valerio Fioravanti è ancora più difficile per l’aura che si è formata attorno alla figura del terrorista nero, del quale i media hanno spesso esagerato l’importanza in una specie di gioco al massacro. In più di un’occasione, lo stesso Fioravanti, per puro protagonismo, si è volentieri prestato a tale gioco.

Non abbiamo pertanto la presunzione di raccontare la storia definitiva del gruppo eversivo romano di estrema destra dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), racconteremo solo una delle tante versioni, quella che ci sembra più plausibile partendo dalle testimonianze più attendibili.

A questo proposito, Giovanni Bianconi, giornalista del Corriere della Sera, ha scritto uno dei più bei libri dedicato a Valerio Fioravanti e al suo gruppo: A mano armata (Baldini & Castoldi, 1992), un saggio da cui non si può prescindere per scrivere sui Nar.

Ad Alessandro Alibrandi, detto Alì Babà, figlio di un giudice istruttore del tribunale di Roma, si deve il primo omicidio dei Nar. Il gruppo fino ad allora aveva compiuto solo “semplici bravate”, dedicandosi più che altro allo scontro di piazza contro i militanti dell’estrema sinistra per il controllo del territorio.

Il 29 settembre del 1977, Elena Pacinelli, una militante di sinistra, fu ferita gravemente in piazza Igea a Roma, luogo di ritrovo dei giovani del movimento. I colpi di pistola furono esplosi da una Mini Minor bianca.

Il venerdì 30 viene organizzato un volantinaggio di protesta da parte dei giovani di sinistra nel quartiere della Balduina, davanti alla sezione del Movimento sociale italiano (Msi), il partito dei nostalgici del fascismo, di viale delle Medaglie d’Oro.
Durante gli scontri che ne seguirono vennero esplosi alcuni colpi di pistola che portarono alla morte dello studente attivista di sinistra Walter Rossi.

LE IMPRESE DEI NAR DI VALERIO FIORAVANTI

 

È un omicidio strano, la cui dinamica appare casuale. Non c’è certezza su chi abbia esploso il colpo mortale: la pistola era una e i giovani dei Nar se la passavano l’un l’altro sparando a casaccio.

Agli atti è stata registrata la versione di Cristiano Fioravanti, fratello e complice di Valerio, che durante un interrogatorio del 1982 indicò in Alibrandi l’esecutore materiale dell’omicidio.  Alibrandi non poteva smentirlo, essendo morto il  5 dicembre 1981 durante un conflitto a fuoco con la polizia stradale alla stazione Labaro, sulla via Flaminia.

Il secondo omicidio dei Nar, quello di Roberto Scialabba, che vedremo tra poco in dettaglio, è invece opera di Valerio Fioravanti, il leader della formazione romana. Un leader carismatico che affascinava per la sua fede cieca nella violenza e la ricerca ossessiva della morte.

Valerio Fioravanti, detto “Giusva”, nasce a Rovereto il 28 marzo del 1958, cresce a Roma dove, durante gli anni del liceo, matura una sua personale coscienza politica che lo porta a schierarsi “dalla parte dei più deboli”, cioè, nella sua visione, i giovani dell’estrema destra.

Si procura la sua prima pistola a Milano dove era andato per i funerali di Sergio Ramelli, il militante del Fronte della gioventù (l’organizzazione giovanile del Msi) morto in seguito a un aggressione a colpi di spranga da parte di giovani del gruppo di estrema sinistra Avanguardia Operaia.
Si tratta di una vecchia 38 special, una specie di residuato bellico, che Fioravanti usa tre anni dopo per uccidere l’operaio elettricista Scialabba, a Roma, il 28 febbraio 1978.

LE IMPRESE DEI NAR DI VALERIO FIORAVANTI

 

È una vittima scelta a caso, la cui unica colpa è quella di frequentare, senza nemmeno troppa convinzione, gli ambienti di Lotta Continua. Si sta facendo una canna ai giardinetti quando Valerio Fioravanti e il fratello Cristiano scendono dalla macchina e gli sparano. Giusva si piazza, con le gambe a cavallo del corpo agonizzante di Scialabba e gli spara il colpo fatale.

Fioravanti spiegherà l’omicidio come la sua personale risposta ai fatti di Acca Larenzia di un mese prima. Due giovani attivisti del Fronte della gioventù, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, furono assassinati davanti alla sede del Msi nel quartiere Tuscolano. All’evento segue la morte di un altro attivista di estrema destra, Stefano Recchioni, ucciso qualche ora dopo dai carabinieri, negli scontri avvenuti durante la manifestazione di protesta organizzata sul luogo dell’agguato.

Il gesto di Fioravanti spiega bene quelle che furono le ragioni della nascita del cosiddetto spontaneismo armato. Dietro le azioni violente di quei giovani, che pure si richiamavano al fascismo, non c’era un’ideologia precisa né alcuna strategia politica.

Furono le emozioni di odio e rabbia provate nei confronti delle istituzioni e la necessità di difendere i “camerati” dagli attacchi subiti, a portare un gruppo di ragazzi poco più che ventenni sulla strada senza ritorno della lotta armata.

“Non ci interessa la politica, ma soltanto lottare”, scrivono i Nar nel comunicato più famoso di tutta la loro storia, una frase che descrive Valerio Fioravanti come meglio non si potrebbe.

La terza morte dei Nar non concerne un antagonista di sinistra, ma un membro effettivo della formazione: Franco Anselmi, soprannominato “il cieco di Urbino”.
Nato a Bologna il 1 marzo del 1956, Anselmi si trasferisce con la famiglia a Roma nel 1972, dove subisce un’aggressione da parte di un gruppo di militanti di estrema sinistra e, a causa dei colpi ricevuti, finisce in coma. Ne uscirà soltanto tre mesi dopo con un grave abbassamento della vista.

Per recuperare i due anni scolastici persi a causa dell’incidente, si iscrive all’Istituto paritario monsignor Egisto Tozzi, nella zona di Monteverde, dove, nel 1975 fa la conoscenza di Alessandro Alibrandi e di Valerio Fioravanti.

Il 28 febbraio del 1975, mentre partecipava alle manifestazioni di protesta che si tennero durante il processo agli autori del rogo di Primavalle (dove in un incendio innescato da militanti di Potere operaio persero la vita Virgilio e Stefano Mattei, di 22 e 8 anni) Anselmi assiste all’uccisione di Miki Mantakas, giovane militante del Fuan (l’organizzazione degli studenti universitari del Movimento sociale) da parte di due giovani appartenenti a Potere operaio.
Sul suo passamontagna rimangono alcuni schizzi del sangue dello studente greco: non se ne separerà mai.

LE IMPRESE DEI NAR DI VALERIO FIORAVANTI

 

Il pomeriggio del 6 marzo 1978 un gruppo operativo composto dai fratelli Fioravanti, Alibrandi e Anselmi va dal più fornito rivenditore di armi di Roma per compiere una rapina. A entrare e prendere in ostaggio i due titolari sono Franco Anselmi e Valerio Fioravanti.

La rapina riesce, ma durante la fuga uno dei due proprietari, Danilo Centofanti, liberatosi, mette a segno due colpi di pistola: il primo ferisce Alibrandi a un braccio, l’altro pone fine alla vita di Anselmi, il cui cadavere venne ritrovato dagli inquirenti riverso sull’uscio della porta. L’evento fu traumatico per i giovani dei Nar e comportò un inasprimento della loro lotta.

Dopo aver ucciso per sbaglio il geometra Antonio Leandri, scambiandolo per l’avvocato Giorgio Arcangeli, ritenuto responsabile dell’arresto del terrorista nero Pier Luigi Concutelli, i Nar decidono di attaccare i rappresentanti delle forze dell’ordine.

Iniziano uccidendo l’agente di polizia Maurizio Arnesano, in via Luigi Settembrini a Roma, il 6 febbraio 1980. Continuano con l’appuntato Franco Evangelista, detto Serpico. Durante questa azione viene ferito in volto Luigi Ciavardini, membro dei Nar detto Gengis Khan, figlio di un maresciallo di polizia.

Spirito ribelle, Ciavardini simpatizza per l’estrema destra fin da giovanissimo. A soli quattordici anni è già in giro a far casino nelle manifestazioni. Con il viso coperto da un fazzoletto, i jeans Wrangler, le Clark scure, i Ray-Ban a specchio, ributta lacrimogeni contro la polizia. Nei Nar entra quasi per gioco nel 1980, a soli 18 anni. Alla prima azione da terrorista resta ferito.

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La mattina del 28 maggio 1980 l’appuntato Franco Evangelista, detto Serpico, e gli agenti Giovanni Lorefice e Antonio Manfreda sono in servizio di pattuglia davanti al Liceo Giulio Cesare di Roma.
Attorno alle 8:10 un commando dei Nar formato da Valerio Fioravanti, Giorgio Vale, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini si dirige verso i tre con l’obiettivo di disarmare gli agenti e di impossessarsi delle loro armi.

La reazione degli agenti, però, scatena un conflitto a fuoco conclusosi con l’uccisione dell’appuntato Evangelista, colpito da sette pallottole, e il ferimento dei colleghi Manfreda e Lorefice.

Durante la sparatoria Ciavardini viene colpito da un proiettile. Sente un dolore improvviso sotto l’occhio sinistro, dove gli rimarrà per sempre una cicatrice sullo zigomo. Da quel momento Gengis Khan è ufficialmente un latitante, ha sparato e ucciso un poliziotto: deve ancora compiere diciotto anni, una vita bruciata.

Inizia una latitanza fatta di spostamenti frenetici, attraverso Milano, la Sicilia, Treviso, la Puglia e le Marche, fino alla cattura finale di Ciavardini in via Sistina a Roma, bloccato dalla polizia.

Il primo vero delitto politico dei Nuclei armati rivoluzionari, l’omicidio del sostituto procuratore di Roma Mario Amato, venne affidato a Gilberto Cavallini, il milanese che Fioravanti soprannominava “il Negro”.
Amato aveva ereditato i fascicoli del giudice Vittorio Occorsio, grande esperto del terrorismo nero che era stato ucciso il 10 luglio 1976 dal neofascista Pierluigi Concutelli.

Mario Amato era diventato uno dei maggiori esperti di eversione nera e aveva maturato una comprensione profonda delle motivazioni che stavano dietro a quella disperata rabbia giovanile.

“Vi sono un sacco di ragazzi o addirittura ragazzini, che sono come i miei o i vostri figli, che vengono armati o comunque istigati ad armarsi e che poi arrivano ad ammazzare”, scriveva Amato. “Li troviamo con le armi, coi silenziatori, o colti nel momento stesso in cui stanno ammazzando. Si tratta di un fenomeno grave, un gravissimo danno sociale che pagheremo tutti”.

 

Formatosi negli ambienti dell’estrema destra milanese, Gilberto Cavallini conosce Valerio Fioravanti durante una rapina alla gioielleria D’Amore di Tivoli nel 1979. Il suo senso dell’onore, del cameratismo e lo sprezzo del pericolo lo porteranno a diventare in breve tempo una delle colonne dei Nar.

Mentre brinda assieme a Fioravanti e alla Mambro a Treviso con ostriche e champagne per l’uccisione del giudice Amato, Cavallini racconta di aver avvertito “il soffio della morte” mentre gli piantava due proiettili nella nuca.

Cavallini sarà l’ultimo dei Nar a essere catturato: il suo arresto avviene il 12 settembre del 1983 mentre è seduto assieme ad altri due militanti di estrema destra al tavolino del Golden Bar di via Sapeto, all’angolo di corso Genova, nella sua Milano. Il “Che Guevara nero” ha una bomba a mano tra le gambe, ma la sua pistola è rimasta chiusa nel borsello. Un errore fatale.

Valerio Fioravanti fu arrestato il 5 febbraio 1981, suo fratello Cristiano, al quale era legatissimo, poco dopo, l’8 aprile 1981. Cristiano Fioravanti prese molto male l’arresto, in seguito al quale passò un periodo di profondo travaglio interiore, durante il quale tentò il suicidio ben tre volte.
Alla fine prese la decisione di “pentirsi”. Fino a quel momento aveva sempre vissuto all’ombra del fratello maggiore Valerio.

La parabola di Cristiano, apparentemente assurda, è in realtà simile a quella di molti altri giovani che come lui scelsero la lotta armata. Fin da piccolo è un bambino difficile, in lite continua con il padre.
Le incomprensioni con i genitori e la sensazione di essere additato come “il fratello incapace” lo porteranno ad allontanarsi dalle mura domestiche, cercando un surrogato della famiglia tra i militanti della sezione Msi di Monteverde.

 

È lui il primo dei due fratelli a interessarsi di politica, già nel 1973, all’età di 13 anni, incomincia a fare i primi attacchinaggi e volantinaggi. Spesso rientra a casa a tarda ora e in alcuni casi è malconcio per le botte prese dagli avversari politici.

Proprio quando Cristiano comincia a prendere le prime bastonate in Valerio scatta l’istinto protettivo del fratello maggiore e inizia a restituire ai “rossi” le botte prese dal fratello.

La cosa va avanti per diversi anni crescendo man mano, senza tappe particolari, senza punti di svolta, dalla scazzottata alla bastonata, dalla bastonata alla coltellata, dalla coltellata alla pistolettata, dalla pistolettata alla raffica di mitra, i due fratelli arrivano alla cosiddetta lotta armata.

Quando la Digos lo ferma a Roma, nei pressi di un ufficio postale, Cristiano deve dare conto di qualche omicidio e di un elenco sconfinato di reati. “Fu la fine di un incubo”, racconterà anni dopo.

Francesca Mambro, compagna inseparabile di Valerio Fioravanti e unica donna del gruppo, viene arrestata il 5 marzo 1982.
“Quando ti trovi a fare certe scelte è chiaro che hai bisogno anche di certi mezzi”, racconterà. “Quindi hai bisogno di saper usare un M12, una High Power, una 357, e le devi portare perché sopravvivere fa parte della tua giornata”.

Alla morte dell’amico Stefano Recchioni, colpito dalle pallottole dei carabinieri, avvenuta quasi nelle sue braccia, decide che la guerra è cominciata. Negli anni successivi è accanto a Valerio Fioravanti in tutto e per tutto, condivide con lui gli omicidi, le rapine, ma anche i pochi momenti belli che i due riuscivano a ritagliarsi durante la loro folle corsa.
Molti episodi ne mettono in luce la complessa personalità.

 

A Cologno Monzese durante una rapina in banca, Francesca Mambro, che per l’occasione era travestita da uomo, si chinò per prestare soccorso ad una signora anziana che si era sentita male, rendendosi riconoscibile come donna.

Il resto della banda la redarguì a lungo paventando il rischio di essere identificati, ma lei non se ne curò minimamente. La sera del 5 febbraio del 1981 a Padova, durante uno scontro con i carabinieri, Valerio Fioravanti fu gravemente ferito a entrambe le gambe e cadde a terra.

Fioravanti le urlò di fuggire perché lui non riusciva a camminare e l’avrebbero sicuramente arrestato. Lei non voleva abbandonarlo per niente al mondo e furono solo le insistenze del fratello di Fioravanti, Cristiano, a convincerla ad andare a recuperare un medico che potesse curare Valerio.

Quando i due tornarono con il medico, videro che la zona era piena di ambulanze e capirono che Valerio era stato arrestato. La corsa della pasionaria nera si interrompe durante un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine, dove viene gravemente ferita all’inguine da un proiettile.

“Uno, che non era mio amico, invece di portarmi in ospedale voleva tirarmi un colpo in testa perché si dice che sotto anestesia si può parlare e si preoccupava di tornare a casa e dormire tranquillo”. Ricorda la Mambro. Ma gli altri della banda lo zittiscono e Francesca viene catturata viva.

Giorgio Vale, detto Drake, invece non riuscirono ad arrestarlo. Ripeteva spesso: “Vivo non mi prenderanno mai”. Fu accontentato dalle forze dell’ordine. A fianco del suo cadavere vengono ritrovate una cassetta dei Queen e una collanina d’argento con una croce celtica, a conferma della difficoltà di inquadrare la personalità di questi ragazzi sui generis.

Giorgio Vale arriva ai Nar da Terza Posizione, movimento neofascista eversivo romano che predicava un uso mirato della violenza. La sua carriera nei Nar è velocissima, dal 1980 prende parte alle azioni più importanti e scala tutte le gerarchie, tanto che dopo l’arresto di Valerio Fioravanti, viene considerato il capo carismatico del gruppo.

 

Durante alcuni appostamenti davanti a una carrozzeria di Morena, borgata della periferia romana, gli uomini della Digos scoprono che in una casa adiacente si nasconde Giorgio Vale. Alle 11:30 del 5 maggio 1982, decidono per un’irruzione nell’appartamento, durante la quale il terrorista nero ventenne rimane ucciso.

Secondo la ricostruzione dei fatti ci sarebbe stato uno scontro a fuoco tra le forze dell’ordine e Vale, ma l’autopsia stabilisce che il terrorista è stato colpito da un solo proiettile.
Inizialmente le forze dell’ordine tentano di accreditare la tesi del suicidio, ma la prova del guanto di paraffina le smentisce: Giorgio non ha mai sparato.

Valerio Fioravanti e Francesca Mambro sono stati riconosciuti colpevoli, assieme a Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini, per la bomba che il 2 agosto 1980 uccise 85 persone alla Stazione di Bologna.
I due, però, si sono sempre dichiarati estranei a questa strage.

 

 

 

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