LE ILLUSIONI COLLETTIVE DI CHARLES MACKAY

LE ILLUSIONI COLLETTIVE DI CHARLES MACKAY

Ogni tanto bisogna scavare nel passato per ritrovare il baricentro nel presente.
Tempo fa giracchiavo per una rivendita di libri usati e mi capitò tra le mani un breve saggio: il titolo si presentava stuzzicante e l’argomento ancora di più. L’ho comprato.
Si trattava di La pazzia delle folle, ovvero le grandi illusioni collettive, pubblicato da Il Sole 24 Ore nella collana “Mondo economico, 44”, nel 2000. Sottotitolato “un classico riscoperto sulla storia delle crisi finanziarie”.

Forse se ne trova ancora qualche copia in Rete, diversamente bisognerà rivolgersi al fondo bibliotecario nazionale.

LE ILLUSIONI COLLETTIVE DI CHARLES MACKAY

Il saggio era stato curato da Fabrizio Galimberti, noto giornalista e divulgatore economista, con una introduzione e la traduzione dei testi dall’inglese e dallo spagnolo.
Perché due lingue? Il curatore ha estrapolato da due autori diversi argomenti specifici riguardanti bolle e crisi finanziarie.
La parte più rilevante (che vedremo in questa sede) proviene da un testo saggistico del giornalista scozzese Charles Mackay (1814-1889) che nel 1841 pubblicò Extraordinary Popular Delusions and the Madness of Crowds (Londra, Richard Bentley editore).

Si tratta di un saggio diviso in tre parti: National Delusions riguarda le delusioni collettive in ambito finanziario; Peculiar Follies le follie collettive in ambito magico-esoterico; Philosofical Delusions i miraggi collettivi in ambito religioso come le crociate, e mitologico in senso ampio, come l’ammirazione popolare per i grandi ladri.

Charles Mackay: Memoirs of Extraordinary Popular Delusions. Edizione inglese originale

Sulle follie collettive di Mackay, il portale di Progetto Gutenberg ha messo a disposizione l’opera completa in lingua originale, è possibile leggerla in Rete o scaricarla in diversi formati.

Che mi risulti, l’autore non è mai stato tradotto in lingua italiana. Questo piccolo saggio curato da Galimberti risulta quindi essere incredibilmente l’unico approccio a un autore importante, tra l’altro presente anche nell’archivio bibliografico di letteratura fantastica e fantascientifica di ISFD, Internet Speculative Fiction Database, per il poema The Kelpie of Corrievreckan e per il saggio Witch Trials and the Law. Ma a buona ragione dovrebbero essere introdotte anche le Extraordinary Popular Delusions.

LE ILLUSIONI COLLETTIVE DI CHARLES MACKAY

Charles Mackay in una fotografia del 1889

Il curatore si limita a riportare parti dell’opera di Mackay di carattere strettamente finanziario, presenti per lo più nel primo volume. Ma altrettanto interessanti sono gli argomenti del secondo e del terzo volume, dove si spazia dalle crociate alle streghe, dalle case infestate agli alchimisti, dalla cartomanzia ai minerali magnetizzatori. Si scopre nelle argomentazioni di Mackay una sorta di progenitore del moderno Cicap, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze.

Il sommario dell’edizione del Sole 24 Ore contiene:
la prefazione di Mackay;
La denaromania, il progetto Mississipi (Money Mania, The Mississippi Scheme);
La bolla della Compagnia dei Mari del Sud (The South Sea Bubble);
La tulipomania (The Tulipomania);
Ammirazione popolare per i grandi ladri (Popular Admiration of Great Thieves).
Il capitolo finale illustra brevemente un ulteriore classico in materia finanziaria: Confusiòn de Confusiones del poeta e mercante spagnolo Joseph de la Vega, pubblicato nel 1688.

In La denaromania, Mackay ci racconta le vicende di John Law (1671-1729), sottovalutato economista scozzese, di cui ancora oggi si discute se sia stato vittima o peccatore. Nativo di Edimburgo, giocatore d’azzardo e viaggiatore suo malgrado (dal momento che le sue gesta avevano dato luogo a una situazione decisamente pericolosa per lui in patria), sbarcò in Francia e dopo la morte di Luigi XIV si trovò un amico a corte, nientedimeno che il Duca Filippo d’Orlèans, reggente in luogo dell’erede al trono, un bambino di sette anni.
Fu attraverso il reggente che trovò il naturale terreno per creare quel grande progetto finanziario che sfociò nella creazione della Banca Law & Company, una banca commerciale privata con diritto di emissione di cartamoneta, che poi diventerà Banque Royale; e che portò, successivamente, a quell’altro grande progetto conosciuto dai più come il progetto Mississippi, il quale consistette nella creazione di una Compagnia “che avrebbe avuto il privilegio esclusivo del commercio col grande fiume Mississippi e con la provincia della Louisiana”; appunto, la Compagnia del Mississippi.
In breve la Compagnia assorbì altre compagnie coloniali francesi e diventò la Compagnia delle Indie. Ottenuta la carica di primo ministro, e di fatto il controllo della finanza, Law unificò la Banca e la Compagnia. Incominciò una frenesia speculativa in tutta la nazione. Tutti, ricchi e poveri, avevano davanti agli occhi visioni di ricchezze sconfinate. Operatori di Borsa si installavano dovunque, tanto che il governo dovette far fronte con restrizioni. Ma, in mezzo a questa follia collettiva, pressioni mal direzionate fecero emettere un’eccessiva mole di cartamoneta; alcuni, e poi via via sempre di più, cominciarono a voler ritirare i propri averi in metallo prezioso e portarselo all’estero, e la cartamoneta finì col non valere più nulla. Fu la bancarotta.
John Law fuggì – vittima o peccatore, genio o ciarlatano? Ricominciò la sua vita di girovago, riuscì a ritornare in Inghilterra, ma morì a Venezia in condizioni di indigenza.

Sul suo epitaffio fu scritto:

Ci gît cet ecossais célèbre,
Ce calculateur sans égal,
Qui, par les règles de l’algèbre,
A mis la France à l’hôpital

Qui giace quel celebre scozzese
Quel calcolatore senza eguale
Che con le regole dell’algebra
Ha mandato la Francia in ospedale

Leonard Schenk: John Law. Circa 1720, acquaforte. © National Portrait Gallery, London

La bolla della Compagnia dei Mari del Sud riguardò, invece, l’Inghilterra del Settecento che, edotta dalle esperienze della sorella francese, si ritrovò con ripercussioni un po’ meno disastrose ma dove, ugualmente, la gente raggiunse punte di pazzie febbrili e il governo fu messo in ginocchio.
La Compagnia era nata a opera di Harley, conte di Oxford, per ridare credito alle finanze pubbliche e rimborsare obbligazioni dell’esercito e della marina e di parte del debito pubblico. In cambio le si garantiva il monopolio del commercio con i Mari del Sud.
Camminare per Exchange Alley e Cornhill diventò impossibile perché, da ogni dove, arrivava gente a comprare azioni, spesso impegnando tutto quel poco che aveva. E dovunque nascevano nuove compagnie per azioni. I progetti arrivarono quasi al centinaio e servivano solo a far salire le azioni sul mercato.
“Uno questi fu un progetto relativo a una ruota in moto perpetuo” con capitale di un milione (di sterline, si intende). Addirittura, tra i più fantasiosi e ridicoli, ci fu il progetto di “una compagnia che si propone di portare avanti un’impresa altamente conveniente, ma che nessuno sa cosa sia”. Sarebbe tutto molto divertente, se non fosse che, quando la bolla si sgonfiò, intere famiglie restarono senza un tetto.

Charles Mackay: Extraordinary Popular Delusions. Un’edizione londinese del 1869 (George Routledge & Sons)

La tulipomania fu una stregoneria finanziaria che attecchì un po’ in tutta Europa ma soprattutto in Olanda dove, ancora oggi, è nota la passione per questo fiore. I tulipani erano una delle rarità di allora e si pagavano patrimoni per un solo bulbo: per esempio, un bulbo per l’equivalente di una intera magione.
La follia dilagò quando l’acquisto del bulbo di tulipano non servì più al collezionista, ma diventò l’acquisto per la rivendita con un guadagno del cento per cento. Era ovvio che alla fine qualcuno avrebbe perso tutto.

Jan Brueghel il giovane: Satira sulla Tulipomania, circa 1640

Quanto all’Ammirazione popolare per i grandi ladri, così si esprime Mackay: ” … i popoli di tutti i paesi guardano con ammirazione ai ladri grandi e famosi”.
A ben guardare Robin Hood non è mai caduto di moda e anche tra i cartoni animati per bambini non manca una versione moderna del ladro gentiluomo Arsenio Lupin, il Lupin III di Monkey Punch – alias Kazuhiko Katō – presumibilmente nipote dell’originario Lupin.

I ladri di Mackay sono i più disparati, ci sono perfino i banditi italiani, ma tutti hanno un fondo comune: il favore popolare.
Mackay si chiede, citando alcuni poeti, “se, con le loro dolci rime, potranno convincere il mondo che questi eroi altro non sono che filosofi fraintesi, nati con qualche epoca di ritardo, con un amore sia pratico che teorico per

la buona vecchia e semplice regola,
prendere a chi ha il potere,
tenere quel che si può

e forse il mondo diventerà più saggio, e acconsentirà a una distribuzione migliore delle sue cose belle, riconciliando i ladri con la loro epoca, e l’epoca con loro. Sembra più probabile, però, che sia destinato a restare l’incantesimo degli incantatori.”

Bartolomeo Pinelli: Briganti all’osteria. Raccolta di Costumi di Roma, 1809

Un antico moderno saggio, questo di mister Mackay, non dedito solamente a interpretazioni finanziarie in termini matematici, statistici o di profitto, ma anche agli aspetti psicologici sociologici storici e alle motivazioni, nel “desiderio di capire”, di darsi una risposta. È anche moderno perché le vicende, è vero, sono antiche, ma allo stesso tempo attuali dal momento che, pur essendoci un abisso fra l’economia del Sei o Settecento e quella attuale, “si potrebbero descrivere con le stesse parole la crisi dei tulipani del 1637 e il crollo di Wall Street del 1987”.

Il curatore riporta un vecchio detto anglosassone. “Si possono ingannare tutti per un certo tempo, o si possono ingannare alcuni per tutto il tempo, ma non si possono ingannare tutti per tutto il tempo”. In termini ancora più popolari si dice che il diavolo faccia le pentole, ma non i coperchi.
Di diverso c’è forse che oggi i ladri non godono del favore popolare. Restano impuniti e continuano a rivestire cariche, oppure cambiano l’abito che non fa il monaco. Forse quelli che una volta erano valori, oggi sono diventati disvalori?
Però c’è anche un altro detto: Il troppo stroppia.

 

 

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