LE CELEBRITÀ DELLO STUDIO 54

LE CELEBRITÀ DELLO STUDIO 54

Quando poco tempo fa lessi un articolo sullo Studio 54, la più famosa discoteca al mondo situata a New York al numero 254 della 54ª strada, tornai a provare una grande emozione. Mi fece pensare alle hit della disco music, alle feste, alle serate in discoteca, ai corpi delle ragazze che si dimenavano sotto le luci stroboscopiche.

Sparsi frammenti, brandelli riaffioranti di quello che poteva anche essere considerato un sogno, in gran parte rimosso e dimenticato.

LE CELEBRITÀ DELLO STUDIO 54
Non un’epoca ricostruibile sulla base di precisi documenti, ma una grande galassia onirica, affondata nel buio, fra lo sfavillio di schegge fluttuanti, galleggianti, chissà come giunte fino a noi. Quell’epoca mi pare oggi esistita solo nella mia fantasia come un sogno a occhi aperti. Eppure è storia.

Lo Studio 54 aprì il 26 aprile 1977, diventando subito famoso per il mix che lo caratterizzava: sesso, droga e disco music.

LE CELEBRITÀ DELLO STUDIO 54
Numerose celebrità ne affollavano le serate, che si svolgevano tra l’uso di droghe come cocaina e quaalude, e l’ossessiva pratica di sesso occasionale, etero e omosessuale, in luoghi appartati dell’edificio. Il tutto accompagnato dalla musica.

Lo Studio 54 è anche interessante in termini di prospettiva sociologica. A soli dieci anni dalla Summer of love, quanto lontano si erano spinti i baby boomer dai loro ideali anti-materialisti e hippie?

Cosa era successo nel frattempo? All’indomani dello scandalo del Watergate e della fine della Guerra del Vietnam, il desiderio collettivo era quello di tornare a divertirsi a maggiore ragione ora che la disco music stava spopolando.

LE CELEBRITÀ DELLO STUDIO 54
Furono due ragazzi ambiziosi, cresciuti nella periferia di Brooklyn, ad avere l’idea di affittare un vecchio teatro della Cbs per farne il più esclusivo nightclub di Manhattan.
Ian Schrager e Steve Rubell presero il meglio della trasgressione dei locali underground e il meglio della élite newyorchese, e li misero insieme in un cocktail perfetto.

Camerieri a torso nudo, musica e balli sfrenati, coreografie luminose, lunghe liste di ingresso e selezioni esclusive alla porta.
“La gente è stanca di essere seria” proclamavano Rubell e Schrager, i due sacerdoti urbani che decisero di erigere questo moderno tempio pagano della disco music. Factory della moda e delle mode, punto d’incontro delle celebrità.

LE CELEBRITÀ DELLO STUDIO 54

Il 26 aprile del 1977, per l’inaugurazione del club i due non si preoccuparono tanto della musica, quanto piuttosto che ci fossero delle celebrità. Quando le porte si aprirono, sfilarono lungo la pista Cher, Brooke Shields, Bianca Jagger, Donald Trump e Margaux Hemingway. Altre celebrità, per la gran confusione, non riuscirono a entrare.
Fu proprio l’ossessione per le celebrità che fece la fortuna dello studio 54. Ricordiamone alcune.

 

Bianca Jagger

Una settimana dopo l’inaugurazione il club è già sulle prime pagine di tutti i giornali. Il 2 maggio 1977 è il 32 esimo compleanno di Bianca Jagger, la bellezza nicaraguense che nel 1971 aveva sposato a Saint Tropez il frontman dei Rolling Stones. Una donna per certi tratti sconcertante che sapeva unire con nonchalance impegno sociale e dedizione al jet set.

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Difficile anche da inquadrare. A volte cosi estroversa da incantarti con la sua sensualità sfrontata e selvaggia, altre volte totalmente introversa come appare in certi ritratti di Avedon e di Warhol, dove assomiglia a una bambina impaurita.
La sera del suo compleanno indossa un iconico vestito rosso fuoco, creazione del guru della moda americana Roy Halston Frowick, che la fa assomigliare a una dea.

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Come se non bastasse mentre il dj sta suonando “Sympathy for the Devil”, un cavallo bianco compare dal nulla e Bianca ci monta in groppa e inizia a cavalcarlo. All’improvviso centinaia di fotografi irrompono sulla scena scattando a più non posso. Il mito era nato.

 

Truman Capote

Per Truman Capote, il grande scrittore americano, l’acclamato autore di “Colazione da Tiffany” e “A sangue freddo”, le notti di droghe, alcol e depressione passate allo Studio 54 furono solo il triste epilogo di una fortunata carriera.
Capote frequentava la discoteca con l’intento di ultimare il suo “Preghiere esaudite”, un romanzo di ispirazione proustiana che avrebbe dovuto dipingere un grande affresco del “regno del nulla” rappresentato dalle vicende meschine e fin troppo umane dei divi del jet set newyorchese.

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Per la sua esistenza estetizzante e distruttiva, Capote poteva essere considerato un Oscar Wilde contemporaneo dalla vita contrassegnata da relazioni fallimentari con uomini che ebbero come unico fine il suo denaro.
“Sono un alcolizzato, sono un tossicomane, sono un omosessuale, sono un genio”, scriveva lo scrittore nel suo “Musica per camaleonti”.

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Il personaggio perfetto per lo Studio 54. Grande amico di Andy Warhol e Steve Rubell, allo scrittore era riservato un trattamento di favore. Il codice di abbigliamento allo studio 54 era piuttosto severo: un uomo fu cacciato perché indossava un cappello, ma non valeva per Truman Capote, che una volta arrivò in accappatoio e pantofole.

 

Andy Warhol

Andy Warhol amava dipingere ritratti di persone ricche e famose, anche se quasi sempre li associava ai temi della tragedia e della morte. Warhol realizzò il suo celeberrimo ritratto plurimo di Marilyn Monroe poco dopo che l’attrice si era suicidata. Dipinse il primo ritratto di Elizabeth Taylor nel 1962, quando l’attrice era gravemente ammalata di polmonite e si temeva per la sua sopravvivenza.

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Nel 1963, Warhol si concentrò sulla bellissima figura della first lady Jackie Kennedy nei giorni successivi all’assassinio del presidente.

Non deve stupire come lo Studio 54, con il suo impareggiabile assembramento di Vip diventò presto uno dei suoi luoghi preferiti. La sua presenza lì aveva lo scopo di documentare il disfacimento del jet set durante le infernali notti di apparente divertimento che nascondevano echi di oltretomba.

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Nessuno lo vide mai ballare durante quelle notti, Warhol vagava incuriosito in compagnia di una piccola rollei 35 o di una polaroid. I suoi scatti fotografici delle celebrità che frequentavano lo Studio 54 sembrano presi alla morgue, la camera mortuaria di Parigi, sulle rive della Senna dietro Notre-Dame, dove si esponevano i cadaveri degli sconosciuti in attesa di riconoscimento.

 

Brooke Shields

Non si può dire che Brooke Shields non sia stata precoce. La sua carriera cinematografica inizia nel 1978 con il film Pretty Baby di Louis Malle, dove interpreta una bambina che si guadagna da vivere prostituendosi in un bordello. Il film esce quando Brooke non ha ancora compiuto tredici anni.

A quindici anni la Shields, già una celebrità come giovane attrice e modella, viene reclutata dallo stilista Calvin Klein per apparire in una serie di pubblicità sui giornali e in tv dalla aperta connotazione sexy.
Oltre alle foto sensuali scattate da Richard Avedon che la ritraggono fasciata in jeans super attillati.


Fu proprio Calvin Klein che introdusse Brooke allo Studio 54, quando lei aveva 16 anni. Brooke scelse per accompagnarla in queste scorribande Mariel Hemingway. Intervistata in età matura, rievocando quegli anni Brooke dichiarò di non essersi mai accorta che girasse droga. Una bugiarda?

 

Liza Minnelli

Liza Minnelli tornò sul palco di Broadway alla fine del 1977 con The Act, la storia di una cantante che cercava di ripetere il suo precedente successo. La verve delle sue esibizioni dal vivo, la padronanza del palco che sembrava adattarsi a lei più dello schermo, piacque sia al pubblico teatrale che ai critici, e le portò il terzo Tony Award.
Liza Minnelli festeggiò allo Studio 54 dopo la prima di Broadway.


Divenne presto una frequentatrice abituale della discoteca. Fino a che una sera sul palco dimenticò le parole di “Shine it on”, la canzone principale dal musical The Act. A quanto pare, le notti insonni selvagge nel club, intervallate da una serie di piaceri amorosi, non erano passate senza lasciare traccia.
Il giorno dopo, durante le prove, Lisa non fu in grado di ricordare l’intero monologo.

Gli innumerevoli cocktail serali a base di alcol, cocaina e barbiturici l’avevano condotta a questo stato. Il giorno successivo, Liza Minnelli sviluppò una febbre alta e iniziò ad avere convulsioni.
Alla cantante fu diagnosticata una grave forma di tossicodipendenza. Di conseguenza, Lisa si rivolse alla famosa clinica californiana Betty Ford per chiedere aiuto.

 

Sterling St. Jacques

Sterling St. Jacques era nero e gay. Fu adottato dall’attore di colore Raymond St. Jacques, che in realtà era il suo amante. Era molto bello e dotato di una incredibile prestanza fisica che gli permise di intraprendere la carriera di indossatore e fotomodello diventando uno dei primissimi uomini neri sulle passerelle delle principali maison della sartoria internazionale.


Per un po’ fece coppia con Pat Cleveland, una delle prime top model nere al mondo, ma era una copertura per nascondere le sue inclinazioni. Era anche un ballerino professionista e abituale frequentatore dello studio 54. Si dice che il successo del 1979 delle Sister Sledge “He’s the Greatest Dancer”, scritto da Bernard Edwards e Nile Rodgers, sia dedicato a lui.


Estremamente promiscuo, in discoteca andava a letto con qualsiasi uomo che attirasse la sua attenzione. Quasi mai indossando protezioni. Lavorava anche come escort per gay ricchi e potenti.
Ebbe un momento di celebrità internazionale quando, sfruttando due semplici lenti a contatto colorate, si spacciò per l’unico uomo nero dagli occhi azzurri.
Morì di Aids nel 1984.

 

Potassa de la Fayette

Nel gennaio 1977, Potassa de la Fayette visitò lo studio di Andy Warhol indossando un abito da sera in velluto nero e taffetà. La modella dominicana si sedette e si mise in posa per le foto dell’artista. A un certo punto sollevò la gonna e abbassò le calze per mostrare il suo grande pene. Qualunque orientamento sessuale era accettato allo Studio 54.


Il 20% dei frequentatori dello Studio 54 erano gay, il 10% lesbiche e un altro 10% trans. Tra questi ultimi uno dei più famosi era Potassa.
Potassa era un travestito stupendo. Al coproprietario Steve Rubell piaceva che prendesse di mira i finanzieri di Wall Street, che non sapevano fosse un uomo, e li portasse di sopra sulla balconata dove gli faceva rapporti orali.

Rubell diceva sempre ai baristi: “Date a Potassa una bottiglia di champagne ogni volta che la vuole”. Potassa faceva parte dell’entourage di Salvador Dalí ed era nota per preferire un ruolo attivo sotto le lenzuola.

 

Diana Ross & Michael Jackson

I’m Magic (The Wiz) è un film del filone blaxploitation del 1978, diretto da Sidney Lumet, con la sceneggiatura di Joel Schumacher, basato sulla storia de Il meraviglioso mago di Oz e riproposto in chiave urbana. I protagonisti sono Diana Ross e Michael Jackson. Le riprese furono lunghe ed estenuanti, capitava di girare tutto il giorno sotto le due torri oggi scomparse del World Trade Center.

Alla sera la troupe andava a divertirsi allo Studio 54. Quando Michael Jackson iniziava a ballare “il lato gay della pista da ballo si fermava”, racconta Rob Cohen, il produttore del film, “e il lato etero faceva lo stesso”.
Si dice risalga a quelle notti folli e scatenate anche l’unico rapporto sessuale effettivamente consumato dai due.

Una sera parlando con alcune amiche, un assistente di studio avrebbe sentito Diana dire: “Beh, ti dirò una cosa, Michael sicuramente non è gay”.

 

Grace Jones

Grace Jones stava cantando allo Studio 54, la sera in cui il buttafuori non fece entrare gli Chic. Nile Rodgers gli disse che lui e Bernard Edwards erano i produttori del suo nuovo album, ma non ci fu niente da fare.
Grace invece allo Studio 54 era una star. Fuggita adolescente dalla Giamaica, era approdata a New York forte soprattutto della sua incontenibile carica sessuale.

Quando cantava “I need a man” o “Pull up to the bumper” sulla pista dello studio 54, Grace Jones non si limitava a dare libero sfogo alla sua selvaggia sessualità, ma regalava un inno al desiderio sessuale represso che coinvolgeva soprattutto il pubblico gay che proprio in quegli anni cominciava a uscire alla luce del sole.

Su quella stessa pista incontrò nel 1983 l’atletico Dolph Lundgren, fresco di una borsa di studio al Mit. Il destino aveva deciso che l’attore svedese non sarebbe diventato un ingegnere chimico: prima divenne il suo bodyguard e poi il suo boyfriend. Fu coinvolto spesso e volentieri in accoppiamenti orgiastici che iniziavano in discoteca e continuavano a casa loro.

 

Finale

“Volevo trasformare in realtà i sogni e i desideri della gente”: nelle parole di Gianni Fabbri, il mitico gestore della discoteca Paradiso di Rimini, ritorna l’equivalenza discoteca/sogno.
Al funerale di Steve Rubell, morto nel 1989 per l’Aids contratto durante le feste folli in cui tutti facevano sesso con tutti, si presentarono molte celebrità come Calvin Klein e Bianca Jagger, versando lacrime sincere per l’amico scomparso.

Piangevano probabilmente anche per la fine di un’epoca cancellata dall’Aids e finita insieme alla disco music, caratterizzata da un senso di assoluta libertà del quale sarebbero sopravvissuti soltanto rari ricordi sbiaditi, proprio come in un sogno.

 

 

 

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