L’AMORE HA MILLE COLORI, MA NON QUELLO DEL SANGUE

L’AMORE HA MILLE COLORI, MA NON QUELLO DEL SANGUE

Il mio nome è Irina, sono nata il 23 marzo dell’86 e sono colpevole.
La colpevolezza si è acquattata nelle mie membra nove anni fa, crescente e perpetua, silente e letale, dissimulata in impercettibili sprazzi d’amore.
La mia esistenza procedeva modesta quando Carlo ne è entrato a far parte. Le sue attenzioni amorevoli mi sottraevano alla pesantezza dei giorni, mi rubava dal mondo, mi racchiudeva in una piccola ansa di felicità. Ci siamo amati forte, respirandoci l’un l’altra.
Quel che ignoravo era che stavamo danzando, orbi e ubriachi, retti da un sottile filo di seta fragile e precario, sospeso oltre un baratro di pece.
Mia madre si ammalò gravemente. Non feci in tempo ad accorgermene che la morte l’aveva già presa per mano venticinque giorni dopo, trascinandosi con sé il mio prezioso filo e lasciandomi precipitare velocemente avvinghiata soltanto dalle braccia dell’oscurità.
Caddi in una profonda depressione, imprigionata in un vortice di stanchezza, sonnolenza e apatia. Mi stavo sgretolando giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo… In poco tempo divenni l’ombra di me stessa: mi sentivo di vetro e lui mi trasformò in cocci. Dapprima mi ritrovai sepolta sotto un pesante macigno fatto di insulti e parolacce: “troia”, “puttana”, “stronza” mi richiamavano all’appello ogni giorno, in poco tempo mi resi conto che tutto questo non era altro che lo sparo di partenza della lunga maratona della sua deviazione.
Gli insulti si trasformarono in lividi. Chiudevo gli occhi e facevo appello alla parte più razionale di me, al quale presentavo il conto e domandavo perché, perché mi stavo lasciando fare questo, e lo domandavo ogni volta sempre più insistentemente, fino ad urlare, senza mai ottenere risposta. La mia razionalità era morta da un pezzo, insieme a mia madre.
Una sera Carlo rincasò da lavoro più rabbioso del solito, mi trovò in casa e decise che quella sera avremmo fatto sesso, che io lo volessi o no. E fu così che mi ruppe ancora, già scalfita da insulti e botte mi spezzai sotto la violenza delle sue perversioni, morii un altro po’ e mi fece sentire anche in colpa insinuando che per pochi soldi avrebbe scopato meglio con una puttana. Così iniziò a frequentare siti di escort, mi disprezzava e mi mostrava quelle che per lui erano le vere donne, elogiando la perfezione dei loro corpi e sottolineando ogni mio difetto, facendomi sentire disgustosa agli occhi di chiunque.
Le liti tra di noi divennero sempre più furiose, lui colpiva, io subivo, sempre più piccola, sempre più morta. Una sera, durante un litigio, il nostro gatto lo ferì. Andò al pronto soccorso lasciandomi a casa da sola. Al suo rientro capii chiaramente che intendeva farmela pagare. Si scagliò su di me senza accorgersi che in quel momento ero al telefono con un’amica. Il telefono cadde ma la conversazione non si interruppe e all’altro capo del filo finalmente qualcuno condivise con me la mia sofferenza. In poco tempo arrivarono sotto casa tre amici, Carlo, con la spavalderia di un leone, scese ad affrontarli ma fu sottomesso e malmenato. Io, per chissà quale ragione, restai con lui. Forse l’errore più grande della mia vita, perché il giorno seguente cercò di uccidermi.
Mi ritrovai a casa da sola, con i vestiti sporchi di sangue, totalmente impotente agli avvenimenti che mi stavano sovrastando. Ormai ero spenta, stretta nella morsa della colpevolezza, mi sentivo insignificante e ogni botta desideravo che fosse l’ultima, quella decisiva, quella che mi avrebbe riportata da mia madre.
Ed è in quelle condizioni che mi trovò la mia migliore amica quel giorno. Mi fece la doccia, mi vestì e mi coccolò come una bambola: piccola e preziosa ma priva di anima. La guardai distruggere casa di Carlo pezzo dopo pezzo, infranse piatti, bicchieri, elettrodomestici, computer… Io rimasi immobile ad osservare la cattiveria e la rabbia che stava sfogando su ogni cosa e capii che era la stessa che Carlo esercitava su di me. Piansi guardando la mia prigione cadere a pezzi, piansi tutta la notte insieme alla mia amica, mi liberai di tutto il marcio che mi ero caricata sulle spalle e mi sentii finalmente libera.
Non fu facile, ma nei mesi successivi ripresi in mano la mia vita: cercai lavoro, ripresi gli studi, misi su casa da sola e rimisi insieme i frammenti di me che Carlo aveva distrutto.
Oggi sono qui, in tutta la mia bellezza, piena di crepe ma ancora viva, perfettamente consapevole che mai più permetterò a nessuno di mietere la mia persona.
Conservo ancora quella maglietta insanguinata per ricordarmi che l’amore ha mille colori, ma non quello del sangue.

I nomi che trovate in questo racconto sono di fantasia, perché la protagonista di questa vicenda preferisce restare anonima. Qualche giorno fa Irina mi ha contattata e mi ha raccontato la sua storia, mi ha chiesto di metterla nero su bianco e di divulgarla al mondo perché arrivi agli occhi di quelle donne che stanno subendo quello che ha subito lei e che trovino la forza di denunciare i loro aguzzini.
Irina ora è rinata, quest’anno si laureerà e intraprenderà una meravigliosa carriera con le società di supporto alle donne che hanno subito o stanno subendo violenza, perché dalla merda nascono sempre i fiori.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati con *

Dichiaro di aver letto l'Informativa Privacy resa ai sensi del D.lgs 196/2003 e del GDPR 679/2016 e acconsento al trattamento dei miei dati personali per le finalità espresse nella stessa e di avere almeno 16 anni. Tutti i dati saranno trattati con riservatezza e non divulgati a terzi. Potrò revocare il mio consenso in qualsiasi momento, integralmente o parzialmente, con effetto futuro, ed esercitare i miei diritti mediante notifica a info@giornalepop.it

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*