PITIGRILLI, LA TELEFERICA PER L’ARCOBALENO

PITIGRILLI, LA TELEFERICA PER L'ARCOBALENO

Tempo di vacanze. Ne approfittiamo per leggere un racconto a tema di Pitigrilli che, con la sua scanzonata e magistrale penna, riesce a cogliere dell’umanità il lato più oscuro, mostrandolo con una leggerezza che non vuol dire essere superficiale, ma saper raccontare senza offendere. In altre parole, per chi si sente toccato è un affare privato.

Pitigrilli: Mammiferi di lusso (Sonzogno, 1923). Copertina di Carlin

Personaggio discusso e già citato qui, a proposito della sovversiva scrittrice Mura, Pitigrilli era lo pseudonimo di Dino Segre (1893 – 1975), ebreo torinese ma ateo, giornalista e romanziere di successo. I suoi romanzi superarono i confini nazionali e furono tradotti in una quindicina di lingue. Oggi dimenticato, e poi vedremo perché. Ne parlò Umberto Eco nel suo saggio L’uomo che fece arrossire la mamma, attualmente raccolto in Il superuomo di massa, sottolineandone l’innegabile originalità e validità letteraria.
Tombeur de femmes, fu l’amante di Amalia Guglielminetti, si sposò con Deborah (Reri) Senigallia nel 1931, ma già nel 1936 tornava a sposarsi in Svizzera con rito civile (in Italia la legge lo dichiarava ancora ufficialmente legato al primo matrimonio) con Lina Furlan, la prima donna avvocato penalista italiana. In lei trovò il suo ideale di compagna. Questo ci importa, non tanto per curiosità di vicende personali quanto perché dall’unione di Dino e Lina nacque Pier Maria Furlan (Pitigrilli), accreditato medico psichiatra e prolifico autore scientifico, con un curriculum nazionale e internazionale che non finisce più.
Dino Segre cadde nell’oblio e nella riprovazione generale subito dopo la Seconda guerra mondiale, quando fu accusato di essere stato informatore dell’Ovra, la polizia segreta dell’Italia fascista. Questo il marchio, mai condiviso e ricusato da Segre, e poco tempo fa ritornato in luce attraverso il figlio che ne ha voluto recentemente acquisire lo pseudonimo. Perché Pier Maria Furlan Pitigrilli mette in dubbio l’accusa, per altro, come esplicitamente afferma, mai provata. Leggiamo al riguardo una intervista fattagli da La Stampa il 5 dicembre 2016.

Pitigrilli: Oltraggio al pudore (Sonzogno, 1922). Copertina di Sergio Tofano

Tornando, invece, a Pitigrilli scrittore, è stato autore così prolifico e arguto, salace e corrosivo, che consigliarne qualche opera è un’impresa difficile. Sulla bocca dei nostri bisnonni correvano La cintura di castità, Cocaina, Dolicocefala bionda, e tanti altri romanzi, promettendo fin dal titolo sale e pepe. Sui loro volti, quando si bisbigliava il nome dello scrittore, saliva un sorriso: “Ahhh, Pitigrilli!” esclamavano, per poi immergersi in uno sguardo interiore, di colpo muti, immersi nei ricordi. Ha scritto fino al 1974. Sempre attuale, ancora oggi, basti leggere il racconto che segue. Aggiungete uno smartphone, l’accenno a una fiction televisiva al posto della radio, la notizia del giorno, di quale giorno, quello di oggi o quello di ieri? che importanza ha, le notizie ritornano… chi è il traditore?

Pitigrilli: I vegetariani dell’amore (Sonzogno, 1931). Copertina di Garretto

È stato anche giornalista. Nel 1924 fonda la fortunatissima rivista Le Grandi Firme, che si avvarrà dei maggiori esponenti della letteratura giovane di allora e di grandi disegnatori. Gli anni successivi dà vita ad altri periodici: Il dramma, quindicinale di critica letteraria (uno dei tre pilastri dell’archivio teatrale italiano, le altre riviste saranno Comoedia e Scena illustrata); Le grandi novelle, periodico di letteratura scelta dallo stesso direttore, in due anni raggiunge una regolare vendita di oltre le 200mila copie; Crimen, primo periodico italiano dedicato al genere letterario giallo. E altri ancora.
Per capire la portata, per esempio, dell’impatto di Crimen nella società italiana, è indicative leggere ciò che scriveva lo scrittore Lorenzo Montano a Mondadori il 5 febbraio 1932 (Montano, nel 1929, aveva cominciato a collaborare con l’editore in veste di consulente editoriale, dando poi vita alle collane “I Gialli”, “La Medusa”, “I libri verdi”), a proposito di una serie che gli sta proponendo e che vorrebbe chiamare La serie nera, I gialli di Georges Simenon. Nella missiva Montano afferma che concorrenza con i “Gialli”, l’altra collana, non ce ne sarebbe, perché questa nera sarebbe non per tutti, e continua: “La concorrenza se mai sarebbe fatta alla raccolta Crimen di Pitigrilli (L. 2,50) e collezioni similari. Sarebbe questa una collezione più da edicole che da librai.” (If, N. 24-25, Anno XII, Aprile 2020; Claudio Gallo & Giuseppe Bonomi: Lorenzo Montano e le origini del nero/noir in Italia).

Pitigrilli: Autoritratto con sigaretta, s.d. Tecnica mista su carta, firma e dedica in basso

PITIGRILLI, LA TELEFERICA PER L'ARCOBALENO

Il racconto che ho scelto proviene da Le Grandi Firme, Numero 66, 15 Marzo 1927.
Si intitola: La teleferica per l’arcobaleno.
È stato trascritto integralmente e nel rispetto della punteggiatura originale. Risulta inedito in Rete.

PITIGRILLI, LA TELEFERICA PER L'ARCOBALENO

 

La signora Silvia Rimembriancor rimase estatica, con il pettine in mano e gli occhi fissi in alto, come se si preparasse a pettinare la coda a una cometa. Il marito che si stava pennellando le unghie, agitò le dita affinché lo smalto evaporasse, e fissò la signora nello specchio.
‒ Che pensi?
‒ Penso ‒ rispose la signora.
Quel marito appariva sempre seriamente meditabondo come le bestie e come i professori universitari di dottrine inutili.
Ella era di quelle brave signore che conoscono le virtù medicamentose delle erbe alpine e interpretano i sogni. Non era bella, ma dal suo corpo emanava quel profumo stimolante, un po’ fermentato, che esce dai negozi di frutta, primizie e selvaggina. Piatta come una sogliola e prolifica come un’aringa, aveva acceso passioni diverse, ma non aveva mai corrisposto all’amore di nessuno; i figli erano tutti del marito. I figli! Il suo orgoglio mensile, poiché ogni mese andava a trovarli in collegio. Avrebbe voluto tenerli tutti in casa, sotto la sua guida, la sua educazione, le sue regole igieniche e morali, ma i figli le impedivano di « fare il bene ».
Esistono persone che per beneficare gli estranei non pagano la domestica, per regalare al povero vecchio quattrocentonovanta mozziconi la settimana, fumano settanta sigarette il giorno, e delle buone mammine che non s’accorgono del linfatismo dei propri figli, essendo occupate a ungere le ghiandole dei ragazzi altrui.
La signora Rimenbriancor era così.

* * *
Riprese a pettinarsi le lunghe chiome liscie, e il marito si verniciò le unghie dell’altra mano.
‒ Che pensi?
‒ Penso ‒ rispose finalmente la signora ‒ che c’è un’unica soluzione al problema. Io ho una grande idea. Partire con i pochi amici che hanno resistito a tutte le prove e andare in campagna.
Il marito attese che la grande idea uscisse.
Poi commentò:
‒ Non mi pare una grande idea. Vuoi fare ciò che comunemente si dice recarsi in villeggiatura.
‒ No! ‒ spiegò meglio la signora. ‒ La nostra esperienza di dieci anni ci insegna che non si può vivere felici in mezzo alla società. Presi uno per uno, tutti gli uomini sono accettabili perché ognuno lo vedi di fronte: ma quando sei in mezzo a duecento, qualcuno te lo trovi necessariamente alle spalle: ed è raro che quello si lasci sfuggir l’occasione di pugnalarti nella schiena. Ne ho già parlato alla contessa Tintura di Mandragora, al marchese Grasso di Marmotta, alla duchessa Idra d’Acquadolce, al principe Balsamo d’Opodeldoch, al marchese Emisferi di Magdeburgo, a donna Palla di Gravesand, alla baronessina Siringa di Pravaz, al dottor…
‒ E che cosa hanno risposto?
‒ Hanno approvato il mio punto di vista. Lo stesso dottor Guaiacol ha concluso che dobbiamo andare tutti e quattordici…
‒ Ma non siete tredici?
‒ E tu fai quattordici. A vivere nel verde, secondo natura, interrompendo quasi tutti i nostri rapporti con la società. Ormai ci conosciamo da tanto tempo: siamo buoni, onesti, giusti, incapaci di debolezze, di viltà, di tradimenti. Possiamo formare una repubblica ideale di quattordici individui che si vogliono bene. Ciò che rende tragica la vita è il pericolo dell’insidia. Fra quattordici persone provate, l’insidia non è più possibile.
‒ E gli altri cos’hanno risposto?
‒ L’avvocato Chambertin, da buon parigino, ha detto che quando si è in pochi, si può eliminare l’immancabile saligaud.
‒ Che vuol dire?
‒ Lo ha spiegato don Gennarino Gerace nel suo pittoresco linguaggio franco-napoletano: « In ogni società ‒ ha detto ‒ ce sta lo saligaud, c’est à dire lu fetiente, lu fetentone ».
‒ Ho capito: l’elemento disgregatore; mi meraviglio che non abbia detto il porco fottuto.
Don Gennarino Gerace aveva un’età di mezzo, ma possedeva un’affascinante barba di alluminio, che alla sua rosea faccia giovanile conferiva una fresca solennità. In onore di quella barba metallica fu nominato presidente della piccola repubblica. D’altra parte se lo meritava per la sua probità. Non dimenticava mai di mettere da parte le ossa per i cani randagi, i tozzi di pane per i cavalli delle vetture pubbliche, le briciole per i passeri, i soldini per i poveri. Un tapino gli si accostava per confessargli la sua sfiducia? E don Gennarino aveva pronta per lui una massima consolatrice o un proverbio lubrificante. Perdevate un bottone? E don Gennarino si estraeva dal risvolto della giubba lo spillo provvidenziale. Vi graffiavate un dito? E don Gennarino trovava nel portafogli un pezzo di taffetà. Il ragazzino, per istrada, aveva rotto la boccetta della medicina per la mamma malata? E don Gennarino gli rimborsava con tanta sollecitudine le cinque lire per ricomperare la medicina, che nel suo quartiere sorse la florida industria dei ragazzini che hanno spezzato la boccetta della medicina per la mamma malata.

* * *
L’accampamento fu disposto sul dolce pendio d’una montagna, nella zona dei castagni. I quattordici vi portarono gli scacchi, il grammofono con gli ultimi dischi incisi e gli ultimi romanzi usciti; la signora Silvia aveva a tracolla la Kodak, la Carolina Invernizio delle macchine fotografiche. Don Gennarino issò verso l’azzurro l’aereo della radio, e la baronessina scoprì un pianoro trasformabile in campo di tennis. Di notte, al chiaro di luna lassativo, fra l’ombra fosca dei castagni, si ballava al suono dell’orchestrina dell’hôtel Tokatlian di Costantinopoli, che recava in quell’atmosfera purissima certi gargarismi e certe esplosioni da far svegliare di soprassalto le marmotte ibernanti di tutta la vallata. Curvo sull’apparecchio, don Gennarino Gerace, oculato manovratore di condensatori e vigile cercatore di onde, con quella testa nichelata e quella barba d’alluminio sembrava anche lui una grande valvola termoionica.
‒ Che serenità! ‒ esclamò un mattino donna Palla di Gravesand, contemplando la campagna ‒ Io non comprendo e non ammetto che la vegetazione spontanea.
‒ Io preferisco i giardini inglesi ‒ rispose il principe Balsamo d’Opodeldoch.
‒ I giardini inglesi ‒ replicò donna Palla di Gravesand ‒ mi sembrano barboncini usciti freschi freschi dalla bottega dei tosacani.
‒ Non sapevo che vi piacessero i cani da pagliaio. Voi siete blasée, amica mia!
‒ E voi siete rammollito, principe.
Un’ora dopo, donna Palla di Gravesand ed il principe lasciavano sdegnatissimi l’accampamento, per tornare ciascuno per conto suo in città
‒ Che è successo? ‒ domandò uno dei dodici superstiti.
‒ Nervi, nervi! ‒ diagnosticò a tavola il dottor Guaiacol ‒ Non v’è cosa più irritante che la tranquillità. Nulla disturba come il silenzio.
La contessa Tintura di Mandragora ingoiò la sua insalata in silenzio; poi, gli spinaci; poi, le radici, e finalmente una pera che addentò senza sbucciarla. Il marchese Emisferi si trangugiò un intero pollo.
‒ Mangiare con un carnivoro è come ballare con un becchino! ‒ proclamò la contessa vegetariana.
‒ Mangiare con un vegetariano è come andare a letto con una donna frigida! ‒ ribatté il principe, levandosi di tavola.
Prima di sera il carnivoro e la vegetariana partivano, seguiti, per solidarietà, da tre compagni.
‒ Rimarremo in cinque e giocheremo a poker ‒ concluse il presidente.
E poiché la repubblica risultava composta dei cinque elementi superstiti, don Gennarino Gerace, dalla testa metallica e dal viso roseo come quello di un bimbo truccato da uomo, così parlò:
‒ Signora Silvia Rimembriancor e consorte, baronessina Siringa di Pravaz, dottor Guaiacol: siamo rimasti in cinque, numero perfetto che si trova nelle dita della mano, nei petali dei fiori più belli, nel rigo musicale. Eliminati tutti gli elementi impuri, oggi siamo in cinque persone purissime: il nostro sogno di bontà e di giustizia si può realizzare finalmente. Ci eravamo illusi che bastasse ridurci a quattordici per eliminare da noi l’elemento perturbatore, e abbiamo concluso che è necessario ridurci a cinque. Fra cinque individui filtrati e decantati come siamo, non esiste più. Da oggi potremo vivere nella più fraterna purità. Io propongo però che lasciamo questo bosco ove la prima esperienza ha dato cattivi risultati: lasciamo la zona dei castagni, ed eleviamoci nella zona dei larici e degli abeti. Questi buoni boscaioli ci lasceranno prender posto sulla loro teleferica, e in pochi minuti, sospesi nell’azzurro, saliremo più in alto, ci staccheremo più ancora dagli uomini, e ci avvicineremo all’arcobaleno della felicità.

* * *
Scesero alla prima stazione della teleferica e piantarono le tende in un delizioso angolo profumato di resina, e mentre le due signore cercavano nei casolari più prossimi le vettovaglie, il dottor Guaiacol prendeva sotto il braccio Rimembriancor e l’uomo dalla testa nichelata:
‒ Abbiamo fatto ‒ disse ‒ una cosa inutile. Tentato un’impresa assurda. La società è una miscela costante, immutabile, fissa; è un liquido di una composizione omogenea; sottoponete all’analisi un ettolitro, o sottoponete all’analisi una goccia, e troverete sempre gli stessi elementi. Sulla terra vivono un miliardo e seicentocinquantasei milioni di uomini. La percentuale dei porci fottuti sarà, supponiamo, del venti per cento. Se da questo miliardo e seicentocinquantasei milioni di uomini voi ne prelevate mille, o quattordici, o cinque, la percentuale del venti per cento di porci fottuti ci sarà sempre. Il « fellone » dell’antico teatro non si estirpa. Se la società fosse composta di pianeti, ci sarebbero i pianeti leali e i pianeti traditori.
‒ Ma se da quattordici individui ‒ obiettò Gerace ‒ ne estirpiamo nove, e li buttiamo via, fra quei nove di scarto avremo scartato il « fellone ».
‒ Il « fellone » si formerà per generazione spontanea fra i cinque che rimangono. Ma ecco le signore di ritorno con le provviste.
Mentre il caffè, più tardi, sgocciolava dai filtri nei bicchieri, don Gennarino dissuggellò un mazzo di carte e le distribuì. Nessuna partita di poker fu giocata su un tappeto così verde.
I mucchi dei gettoni dinanzi ai giocatori si formavano, si ingrandivano, si assottigliavano, sparivano, tornavano a formarsi con alterna vicenda. La fortuna passava dall’uno all’altro, senza scosse, senza urti, senza crisi: nel silenzio di quell’angolo di montagna non scattavano che le parole del gergo, e il turno ritmico della partita si svolgeva tranquillo, né timido né aggressivo. Era il solito poker casalingo delle famiglie borghesi, riposante come il gioco dell’oca, idiota come la tombola.
‒ Don Gennarino! ‒ strillò d’improvviso Silvia Rimembriancor. ‒ Voi avete fatto un segno alla baronessina Siringa di Pravaz!
‒ Non è vero! ‒ protestò l’accusato.
‒ Io non ho visto! ‒ giurò la baronessina.
‒ Ma ho visto io ‒ testimoniò, implacabile, il dottor Guaiacol.
Intorno non c’era nessuno. Inutile fare del chiasso, inutile dire parole estreme. Era vero. La baronessina e l’uomo dalla testa d’alluminio s’erano scambiati un segno, un piccolo segno innocente, che mutava le sorti del giuoco.
‒ Perché avete fatto questo? ‒ domandò con le lacrime in gola la baronessina scendendo verso la città con don Gennarino. ‒ Voi, che siete così giusto!
‒ Non volevo che perdeste. Ma voi, perché avete tenuto conto di quel segno?
‒ Non volevo perdere. E come è sorto in voi questo bisogno di aiutarmi?
‒ Non lo so. E mi domando se è sorto in me il bisogno di aiutare voi o il bisogno di tradire gli altri.

* * *
La teleferica portò gli ultimi tre sulla cresta della montagna, dove l’erba è alta un dito e popolata di cavallette che scattano sotto i passi, fuggendo in ogni direzione, a centinaia. Qualche capanna di pastore; un cielo limpido come un vetro di laboratorio di chimica; un piccolo lago. ‒
‒ Pescherò! ‒ annunciò il marito.
‒ Ed io e il dottore andremo a raccogliere l’arnica e la genzianella.
Quando fu seduto in riva al lago in attesa che un ipotetico pesce passasse da quelle parti, il marito ripensò ai quattordici che s’erano ridotti a cinque e poi a tre. A questo ‒ concluse ‒ si doveva giungere. Per eliminare il « fellone » era necessario che ci riducessimo a tre.
Anche il dottor Guaiacol, cercando, con la signora Silvia, arniche e genzianelle, era assorto in questo medesimo pensiero.
‒ Come siete giovane! ‒ sospirò a un tratto la signora appoggiandosi al suo braccio in un passaggio difficile.
Il marito, nero e trasudato come un’oliva sull’olio, pescava impassibile fra il sole e lo specchio d’acqua.
‒ Ma voi, Guaiacol ‒ non fate mai la corte alle donne?
‒ No, signora, per non offrir loro l’occasione di dirmi di no.
‒ Con questo sistema non offrite loro nemmeno l’occasione di dirvi di sì.
La signora integerrima, che non aveva mai commesso peccati di debolezza, lassù fra quel silenzio alpestre sentiva un curioso brivido per la carne. Com’era giovane il dottor Guaiacol! In lei, così fredda, così apatica, avveniva quel fenomeno che i geologi chiamano lo spostamento dei ghiacciai.
‒ Come mi sento felice quassù ‒ ella confessò. ‒ Il nostro esperimento è riuscito. Abbiamo eliminato quella gente frivola che per una questione di nutrimento carneo o vegetariano o per una leggerezza al gioco insidiava la nostra pace. Ora siamo in tre persone oneste. Vero, dottore, che in tre, il saligaud, il fellone, il traditore non può più sussistere? Vero, che non c’è più possibilità di tradimento?
Il dottor Guaiacol era sicuro di sé. Il tradimento non era più possibile. Conosceva il proprio carattere e i propri nervi.
‒ No, signora.
‒ Non chiamatemi signora, vi prego, chiamatemi Silvia.
‒ Ma via! Non facciamo sciocchezze. Vostro marito avrà presto finito di pescare.
La signora gridò:
‒ Sopra i duemila e cinquecento metri non ci sono pesci. Li aspetterà fino al tramonto. Vieni. Dammi la tua bocca. Mi piaci.

Torino, Marzo ’27
Pitigrilli

PITIGRILLI, LA TELEFERICA PER L'ARCOBALENO

 

 

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