LA BREVE, INTENSA, STAGIONE DELLA BLAXPLOITATION

La stagione della blaxploitation

Il termine blaxploitation, unione di black (nero) ed exploitation (sfruttamento), indica un genere cinematografico nato negli Stati Uniti all’inizio degli anni settanta che presenta film a basso costo basati su violenza, sesso e droga per il pubblico afroamericano.
Anche i registi e gli attori sono afroamericani, mentre le colonne sonore sono le prime a presentare musica soul e funk.

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La blaxploitation salva Hollywood

Il fenomeno ha avuto un certo successo nonostante la breve durata, dato che tra il 1971 e il 1976 sono stati prodotti oltre duecento film ascrivibili a questo genere.
Nella maggior parte dei testi sulla storia del cinema il fenomeno della blaxploitation è ignorato o considerato di scarso livello. In realtà ha svolto un ruolo molto rilevante nel cinema americano, per almeno due ragioni.

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In primo luogo è stato un fattore determinante per superare la grave crisi finanziaria degli studios di Hollywood, che li aveva investiti alla fine degli anni sessanta. In secondo luogo, i film della blaxploitation portano sugli schermi una parte della società americana del tutto ignorata fino a quel momento: la comunità afroamericana, che nel 1971 annovera oltre ventidue milioni di persone.
Molti sostengono che la blaxploitation sia venuta fuori dal nulla, in realtà l’esplosione del fenomeno è stata possibile a seguito di una lunga trasformazione della società iniziata negli anni sessanta, con precedenti nei cinquanta, avvenuta attraverso le proteste per i diritti civili dei neri.

 

Sweet Sweetback’s Baadasssss Song (1971)

Il film indipendente scritto, diretto, montato, interpretato e prodotto da Melvin Van Peebles, dà inizio al genere della blaxploitation. La pellicola inizia indicativamente con una didascalia: “Questo film è dedicato a tutti i fratelli e le sorelle che ne hanno abbastanza dell’uomo bianco”.
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Peebles realizza Sweetback assieme a un gruppo multietnico, la metà del quale non ha mai visto una macchina da presa, lavorando venti ore al giorno per tre settimane. Il risultato è una narrazione “obliqua” realizzata mediante l‘utilizzo di filtri colorati, sequenze incrociate, scatti ripetuti, fotogrammi bloccati, doppie esposizioni e scarsa illuminazione.

All’inizio il film non entusiasma il pubblico afroamericano, Van Peebles riesce a piazzarlo solo in due cinema, uno ad Atlanta e uno a Detroit. A Detroit solo tre persone vengono al primo spettacolo e nessuna al secondo. Ma per il terzo, i militanti del gruppo di estrema sinistra delle Pantere Nere si presentano in forze e spargono la voce che è un film che la comunità nera deve vedere. Il tal modo, a fronte a una spesa di 500mila dollari per produrlo, realizza 15 milioni di dollari al botteghino.

 

Shaft (1971)

Film di culto, da maneggiare con cura a causa dello status di icona raggiunto negli anni che lo mette al di fuori della portata della critica. In questo periodo i dirigenti della storica casa di produzione Metro Goldwin Mayer, sull’orlo del fallimento, hanno l’idea di realizzare un film sull’onda del recente successo di Sweet Sweetback’s Baadasssss Song.

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Decidono di portare sullo schermo il romanzo “Shaft” scritto nel 1970 da Ernest Tidyman, il quale ha come protagonista un affascinante investigatore nero dai modi piuttosto rudi. Per la regia ci si affida a un raffinato fotografo afroamericano della rivista “Life”, Gordon Parks, alla sua seconda prova dietro la macchina da presa. Come protagonista viene scelto un ex giocatore di football prestato alla moda: Richard Roundtree.

Bello, atletico, sicuro di sé, sfrontato, con una leggerezza che lo porta a estraniarsi da quello che lo circonda, Roundtree è l’uomo giusto per incarnare l’orgoglio nero descritto dal cantante soul James Brown nel 45 giri del 1968 Say it loud I’m black and I’m proud (“Dillo a voce alta, sono nero e sono orgoglioso di esserlo”).
Girato nei bassifondi di una Harlem nevrotica e degradata, prodigiosamente sostenuto dalla musica di Isaac Hayes, il film incassa venticinque milioni di dollari salvando la Mgm dalla liquidazione.

 

Superfly (1972)

Superfly è un trafficante di cocaina interpretato dal Ron O’Neal, il quale inizia a rendersi conto che il suo pericoloso stile di vita potrà concludersi solo con la prigione o con la morte. Decide allora di cercare una via di fuga da questo destino tentando il colpo grosso: convertire tutta la coca in suo possesso in dollari, tenerseli tutti per sé e scappare lontano per iniziare una nuova vita.
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Come in altri film del periodo il protagonista viene mostrato come un perdente che si batte in modo violento contro una struttura sociale che percepisce come ingiusta. I dubbi sulla legittimità morale delle proprie azioni sono come giustificati dall’obiettivo: vincere una scommessa per riscattare anche l’orgoglio delle persone emarginate come lui.

Un film in cui un eroe nero tossicomane, fiutando cocaina da un cucchiaio a forma di croce, entra nel letto di una donna bianca nuda viene visto da alcuni come uno spot pubblicitario a favore della droga. “Eravamo preoccupati di questo, ma volevamo raccontare come la cocaina stava cambiando la cultura della strada e se vuoi raccontare la storia, racconti la storia”, ha dichiarato il regista.

 

Cool breeze (1972)

Ispirato al romanzo noir di W.R. Burnett del 1949 dal quale fu tratto nel 1950 il capolavoro di John Houston, Giungla d’asfalto, questo film ne è la versione in salsa blaxploitation. Dell’originale, immerso da un misto di ansia e disperazione determinate dal “tutto contro tutti” che domina la vita nelle grandi metropoli, questa versione mantiene solo le linee portanti della trama.

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Sidney Lord Johns, interpretato da Thalmus Rasulala, appena uscito di prigione raduna una squadra di ragazzi diseredati per effettuare una spettacolare rapina che dovrà fruttare tre milioni di dollari in diamanti.

Come tanti altri film del genere, anche questo presenta la donna di colore sexy e molto attiva sessualmente, la bellissima Judy Pace, anche se ancora sottomessa al maschio. Il regista Barry Pollack con questa pellicola inizia e conclude la propria carriera cinematografica.

 

Cleopatra Jones (1973)

Singolare mistura di un “bond film” declinato al femminile con una pellicola blaxploitation, Cleopatra Jones racconta la storia di una splendida agente speciale sotto copertura, interpretata da Tamara Dobson, al servizio del governo degli Stati Uniti. Cleo sfreccia sulla sua Corvette Stingray nera e argento perfettamente addestrata nell’uso delle arti marziali.

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La protagonista deve lottare contro la boss di una gang di spacciatori di droga: la vecchia, grassa, volgare, sadica e lesbica Mommie (Shelley Winters).
Il film contiene una bellissima sequenza di inseguimento, quando Cleopatra ha appena inserito una cassetta musicale e nota gli scagnozzi di Mommie che la inseguono su una Ford Galaxie e una Ford Mustang.

Il film trasformò l’altissima Dobson (188 cm) in una star, antesignana del personaggio della donna forte che farà da apripista per Ellen Ripley di Alien e Sarah Connor di Terminator.

 

Coffy (1973)

L’importanza di questo film sta nell’avere creato una nuova icona cinematografica: Pam Grier. E quando si parla di icone cinematografiche, Pam Grier gioca in un campionato tutto suo. Donna dalla prepotente sensualità, dura come una roccia, regina indiscussa del genere blaxploitation, ammirata per la sua bellezza selvaggia, il suo fisico tutto curve e gli audaci personaggi interpretati.

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Nel ruolo di protagonista, la Grier di giorno è un’infermiera ospedaliera che di notte si trasforma in una vigilante per liberare la città dagli spacciatori di droga che hanno trascinato la sorella nella dipendenza dell’eroina: per avvicinare gli spacciatori si finge prostituta.

Questo film ha dimostrato che le donne nere sullo schermo possono essere forti e tenaci in un momento in cui i ruoli per le nere sono, nelle parole della Grier, “praticamente invisibili o dolorosamente stereotipati”.

 

Tnt Jackson (1974)

Ibrido tra due mode del periodo: quella della blaxploitation e quella dei film di kung fu. Il risultato ottenuto dal regista Cirio Santiago non è entusiasmante: una splendida ragazza nera (Jeanne Bell) esperta di kung fu va a Hong Kong in cerca del fratello scomparso.
Scopre che il fratello è stato ucciso da una rete criminale di narcotrafficanti e giura di vendicarlo.

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Jeanne Bell nell’ottobre del 1969 era stata la seconda ragazza afroamericana ad apparire come playmate del mese sul paginone centrale di Playboy, dopo Jennifer Jackson nel 1965.

Questo film contiene un unica scena scena davvero memorabile: quella della battaglia in camera d’albergo in cui la Bell, completamente nuda tranne che per un paio di ridottissime mutandine nere, accende e spegne ripetutamente la luce combattendo con pugni e calci.

 

Three the hard way (1974)

Qualcuno lo considera il più perfetto esempio del genere blaxploitation. Il film è un’avventura selvaggia, folle, illogica che nessuno studio di Hollywood avrebbe il coraggio di rifare oggi.

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È il più costoso film prodotto di questo genere, con un budget di due milioni di dollari che ha permesso acrobazie e pezzi scenici elaborati, così come riprese in location nelle città di Los Angeles, Washington, New York e Chicago.
La storia narra di tre amici interpretati da Jim Brown (ex giocatore di football americano, uno dei migliori running back della storia), Fred Williamson (anche lui proveniente dal football, ha posato nudo per la rivista Playgirl nell’ottobre 1973) e Jim Kelly (campione di karate), che si uniscono per bloccare i piani di un suprematista bianco.

Indimenticabile la scena nella quale tre motocicliste, nelle loro tutine colorate in bianco, rosso e blu, sfoggiano una insolita tecnica di interrogatorio a seno nudo (siamo certi che Tarantino non mancherà di omaggiarlo in uno dei suoi prossimi film).

 

Black Belt Jones (1974)

Anche Black Belt Jones mescola blaxploitation e kung fu, due grandi punti fermi nella produzione dei cineasti urbani degli anni settanta.
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Questo film lo fa meglio di altri, anche per la presenza di Jim Kelly, campione mondiale di karate diventato star cinematografica grazie alla sua apparizione accanto a Bruce Lee nel film I tre dell’Operazione drago.
Il film include tra gli interpreti anche Gloria Hendry, statuaria attrice nera che ha recitato come bond girl accanto a Roger Moore in Agente 007 – Vivi e lascia morire nel 1973.

Due le scene indimenticabili. Nella prima Gloria Hendry (Sidney) entra in una sala da biliardo, si toglie le scarpe con i tacchi, slaccia alcuni bottoni della lunga gonna e inizia a menare. La seconda è la battaglia finale in cui Black Belt Jones e Sydney affrontano i criminali in un autolavaggio, combattendo in mezzo a montagne di schiuma. Si tratta di una scena bizzarra, ma visivamente sbalorditiva.

 

Foxy Brown (1974)

Come Coffy anche il secondo hit di Pam Grier è la storia di un angelo vendicatore, nei panni di Foxy Brown.
Dopo l’omicidio del suo fidanzato, un’agente della narcotici, Foxy, si infiltra in un giro di prostituzione per vendicarne la morte. Nelle intenzioni della produzione il film Foxy Brown avrebbe dovuto essere un sequel di Coffy, ma durante la lavorazione si è trasformato in una sorta di remake.

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Benché le trame siano essenzialmente uguali il tono generale della storia cambia, anche perché Foxy Brown è un po’ meno brutale del film precedente.
Il fatto che in entrambe le pellicole la Grier si finga una prostituta dà modo agli autori di mostrare spesso le nude curve assassine dell’attrice.

Foxy utilizza il sesso come arma, alla stregua di un coltello o di una pistola, per raggiungere i suoi obiettivi. Questo finisce per offuscare parzialmente il tentativo di essere un film simbolo dell’emancipazione femminista.

 

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