LA SAGA DI FENICE NERA, CAPOLAVORO DI CLAREMONT E BYRNE

LA SAGA DI FENICE NERA, CAPOLAVORO DI CLAREMONT E BYRNE

Per arrivare alla saga Fenice Nera bisogna partire dalle origini degli X-Men. Coloro che diventerano tra gli eroi Marvel di maggior successo, non partono con il piede giusto quando esce la loro testata nel 1963. Ennesimo parto di Stan Lee e Jack Kirby, gli X-Men si fondano su un concetto nuovo per i fumetti, anche se già sviluppato nei romanzi di fantascienza del periodo: i mutanti. La mutazione genetica, che da un lato regala poteri sovrumani e dall’altro rende emarginati, è una trovata ricca di fascino e coincide perfettamente con lo spirito della Marvel.

Jack Kirby disegna i primi 17 numeri della testata, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della serie. Dato il superlavoro di quegli anni, Kirby non riversa sugli X-Men le attenzioni che riservava per i Fantastici Quattro, l’albo più venduto della Marvel.

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I mutanti riuniti e allenati dal professor Xavier sono Ciclope, Angelo, Bestia, Iceman e Marvel Girl. Tra i nemici compaiono Magneto, lo Straniero, Juggernaut e le Sentinelle.

Ciò che fa crollare le vendite della serie è l’abbandono di Jack Kirby, avvenuto troppo presto, al quale seguono autori non all’altezza. Quando il numero delle copie vendute è ormai precipitato si cerca di ricorrere ai ripari con un rilancio nel numero 56, affidato alla coppia Roy Thomas e Neal Adams.

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La breve run di Neal Adams è spettacolare, ma arriva troppo tardi per incidere sulle vendite e si conclude con il numero 65. La testata da questo momento, siamo nel 1970, smette di pubblicare storie inedite, vivacchiando con le ristampe. Solo dal numero 94, nel 1975, si torna a pubblicare storie nuove.

 

Il ritorno degli X-Men

Il presidente della Cadence, la compagnia che aveva comprato la Marvel dall’editore Martin Goodman, Al Landau, era coinvolto anche nell’agenzia Transworld Features Syndicate, che gestiva la cessione dei diritti Marvel nei mercati esteri. Landau pensava che personaggi europei e asiatici avrebbero rappresentato un valore aggiunto per la loro diffusione a livello internazionale. Diede quindi incarico di lanciare un gruppo di supereroi non americani.

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Roy Thomas, al quale Stan Lee aveva delegato la gestione operativa della casa editrice, da anni coltivava il desiderio di rivitalizzare il team dei mutanti. Andò a pranzo con lo sceneggiatore Mike Friedrich e il disegnatore Dave Cockrum per raccogliere le idee. Il trio discusse l’ipotesi di sostituire i vecchi membri degli X-Men con un team multietnico di eroi mutanti. Dave Cockrum aveva quaderni pieni di schizzi di possibili costumi, pronti per poter essere usati in qualsiasi momento.
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Cockrum andò quindi a casa e setacciò i propri archivi alla ricerca di personaggi che aveva abbozzato quando frequentava l’università, mentre faceva il militare e quando, proprio in quel periodo, era alla Dc per disegnare il comic book di Superboy e la Legione dei Supereroi. Questi personaggi nel cassetto si chiamavano Typhoon, Black Cat, Mr. Steel, Thunderbird e Nightcrawler. Dall’unione di Typhoon e Black Cat nacque l’eroina africana Tempesta. Mr. Steel diventò il russo Colosso. Mentre Nightcrawler da demone divenne un cattolico “mago acrobata” tedesco.

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Sul numero speciale Giant-Size X-Men del maggio 1975, scritto da Len Wein e disegnato da Dave Cockrum, avviene la rivoluzione.
Nel gruppo dei nuovi X-Men entrano a far parte anche il canadese Wolverine, apparso per la prima volta su Hulk n. 181 del novembre 1974; l’irlandese Banshee, apparso per la prima volta su X-Men n. 28 del gennaio 1967; il giapponese Sunfire, apparso su X-Men n. 64 del gennaio 1970, e l’apache Thunderbird. I vecchi X-Men si sciolgono, ma Ciclope e Marvel Girl torneranno.

 

Gli X-Men scritti da Chris Claremont

Len Wein venne costretto quasi subito ad abbandonare gli X-Men per gli altri impegni di lavoro alla Marvel. “Era un titolo come un altro”, disse, “non mi sembrava particolarmente diverso da Brother Voodoo o dal paio di altre nuove serie nelle quali ero coinvolto”.

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Invece per il giovane Chris Claremont, che dalla sua scrivania posta fuori dall’ufficio di Len Wein aveva potuto sentire ciò che veniva detto durante le riunioni preparatorie, e aveva anche contribuito con qualche idea, era un’occasione d’oro. Con entusiasmo si offrì volontario per scrivere la serie. “Dissi: ‘Sì, cazzo!’. Ma era un titolo di media importanza, non pensavamo che sarebbe andato avanti più di sei numeri”. Invece gli avrebbe cambiato la vita.

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Con il numero 97, Chris Claremont che insieme a Bill Mantlo aveva collaborato con Len Wein alla stesura dei testi dei precedenti tre numeri, si assume l’onere di portare avanti la testata. Il suo stile di scrittura diventerà famoso per la capacità di dipanare le situazioni narrative nell’arco di numerosi albi, riuscendo a creare una saga pseudo-familiare di grande complessità.

 

Gli X-Men disegnati da John Byrne

Nel numero 101 Jean Grey, una mutante con i poteri telecinetici conosciuta fino a quel momento come Marvel Girl, viene trasformata in Fenice, che tanto contribuirà alla drammatizzazione dell’intreccio e che diventerà una delle figure più tragiche e tormentate dell’intero universo Marvel.

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Fenice disegnata di Dave Cockrum

Con il numero 109 del febbraio 1978 i disegni da Dave Cockrum passano a John Byrne, che con Chris Claremont forma una delle accoppiate più fortunate della storia del fumetto.
Inizia così la fondamentale run che troverà l’apice nel numero 137, con la morte di Fenice Nera, avvenimento che porterà il gruppo di mutanti a diventare il titolo più venduto della Marvel, superando l’Uomo Ragno.

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Fenice Nera disegnata da John Byrne

Quali sono i motivi che hanno trasformato la cenerentola delle testate Marvel in una splendente stella polare, che ha contribuito in modo fondamentale alla rinascita della casa editrice negli anni ottanta? Un ruolo primario l’hanno giocato i personaggi della serie, o meglio il modo in cui Claremont e Byrne hanno lavorato su di essi, approfondendone le caratteristiche e sviluppandone le potenzialità.

 

La saga di Fenice Nera

La lunga vicenda conosciuta come “La saga di Fenice Nera”, scritta da Chris Claremont e illustrata da John Byrne, è stata originariamente pubblicata nel corso del 1980 sulle pagine dell’albo degli X-Men, dal numero 129 al 138.

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La trama ruota attorno al personaggio di Jean Gray, mutante telecinetica presente sin dal primo numero degli X-Men, che acquista incredibili poteri e sviluppa una personalità secondaria conosciuta come la Fenice. In breve si trasforma in uno dei mutanti più potenti nell’universo Marvel: dalla parte del “bene”, passa a quella del “male” provocando persino un genocidio.

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L’impatto che Fenice Nera ha avuto sull’universo Marvel è così pervasivo da essere elencata in numerose classifiche dei “cattivi” più memorabili di tutti i tempi. Per esempio, la rivista Wizard l’ha inserita al numero 38 della lista dei cento cattivi più grandi di sempre, che comprende oltre ai fumetti tutta la cultura pop, cinema e televisione comprese.

 

La nascita di Fenice

La storia ha una premessa sul numero 101, quando Jean Grey e gli altri X-Men tornando da una missione spaziale vengono esposti a una tempesta solare, la quale interagisce con i poteri di Jean in un modo inaspettato. Chris Claremont e Dave Cockrum (John Byrne non è ancora arrivato) trasformano così Marvel Girl in Fenice, il personaggio femminile più potente dei fumetti.

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Dopo la sua presunta morte nel successivo schianto della navicella, Jean Grey ritorna con più potere di quanto sia in grado di gestire. Ha attinto alla “forza Fenice… la manifestazione di una delle forze elementari dell’universo che deriva dalla psiche di tutti gli esseri viventi, e che pertanto ha poteri infiniti”. Quando Jean Grey risorge come una vera e propria fenice, alzandosi maestosamente dalle acque, si capisce dal suo sguardo che qualcosa in lei è cambiato per sempre.

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Dave Cockrum adorava lavorare all’albo degli X-Men, e in particolare amava le spacconate di Nightcrawler, che considerava un po’ come il suo alter ego. Ma non era molto veloce a disegnare, e trovò difficoltà sempre maggiori a mantenere il ritmo allora bimestrale dell’albo degli X-Men insieme ad altri impegni. Quando la Marvel decise che il titolo vendeva abbastanza bene per passarlo a una periodicità mensile, l’amico di Claremont, John Byrne, cominciò a sfregarsi le mani. “Feci sapere alla Marvel”, dirà, “che avrei fatto una strage se la serie non fosse stata affidata a me dopo Cockrum”.

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La coppia Claremont-Byrne funzionò a meraviglia fin da subito. Anche perché Chris Claremont permetteva all’inventivo John Byrne di collaborare ai testi. Il sapiente ritmo narrativo che seppero imprimere alle storie permetteva loro di far confluire riflessioni su corruzione, morte, misticismo e totalitarismo in opere avvincenti. Insomma, di quanto meglio è stato prodotto dalla Marvel negli anni settanta.

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I due inserirono più sottotrame di quante ne avessero introdotte Stan Lee e Jack Kirby nei Fantastici Quattro, anche se non lo stesso numero di trovate, e vi aggiunsero una grande quantità di drammi personali. L’onnipotente reincarnazione di Jean Grey come Fenice rappresentava il maggiore motivo di disaccordo tra i due, dato che Byrne preferiva concentrarsi su Wolverine.

 

Il capitolo finale di Fenice Nera

I nodi per Fenice iniziano a venire al pettine a partire dal n. 129, quando gli eventi la mettono in contatto con una organizzazione affamata di potere nota come The Hellfire Club, la quale possiede un dispositivo di tipo mentale sviluppato dalla loro Regina Bianca, Emma Frost.

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Il dispositivo mentale consente al malvagio Mastermind di proiettare immagini illusorie direttamente nella mente di Jean Grey, nel tentativo di manipolarla per convincerla a unirsi alla loro organizzazione. Gli X-Men sono in grado di contrastare questa trama, ma non a impedire che la forza selvaggia che alberga dentro Jean Grey si impadronisca completamente di lei trasformandola da Fenice in Fenice Nera.

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Come Fenice Nera il verde del suo costume diventa cremisi scuro e le pupille dei suoi occhi dai contorni pesantemente ombreggiati diventano bianche. Fenice Nera fugge nello spazio, affamata dell’energia necessaria per placare la forza dentro di lei. Una scena, in particolare, cattura l’attenzione: quella in cui Jean Grey spegne un sole lontano, annientando così l’intera popolazione di un pianeta che vi orbita intorno.

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Gli autori avevano previsto un finale diverso da quello che poi è stato pubblicato: Jean Grey veniva lobotomizzata e perdeva per sempre la capacità di accedere ai poteri di Fenice. Fu Jim Shooter, il direttore generale della Marvel, che ne decretò la morte perché “la responsabile di un genocidio non poteva cavarsela con cosi poco”.

 

Il potere e la condizione umana

La storia introduce alcuni futuri membri degli X-Men: la giovane Kitty Pryde, la sensuale Emma Frost (che lascerà i “cattivi”) e la cantante mutante Dazzler. Si tratta anche di una delle prime volte che viene portato il personaggio preferito dei lettori, Wolverine, in primo piano. Ma non sono certo questi i motivi che rendono la storia memorabile.

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Uno dei grandi temi dell’episodio, come abbiamo visto, è la lotta tra il bene e il male. La forza che consuma Fenice Nera non è intrinsecamente buona o cattiva, in quanto è una forza della natura che è “l’incarnazione della passione stessa della Creazione, la scintilla che ha dato vita all’Universo e la fiamma che alla fine lo consumerà”. Fu principalmente la manipolazione psichica di Mastermind a lasciare Jean completamente sotto il controllo delle forze oscure.

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L’altro tema è la paura di perdere il controllo. Forze contrastanti si agitano dentro Fenice Nera, che a volte non sa che direzione prendere. Le azioni di Mastermind possono essere interpretate come un tentativo di plagio, di indottrinamento, di lavaggio del cervello, come avviene nei culti religiosi, nelle sette magico esoteriche o nelle organizzazioni terroristiche.

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Terzo tema è la corruzione del potere. Fenice ci appare inizialmente come la fonte di un potere immenso votato al bene, ma ben presto la storia la trasforma in qualcosa di oscuro, suggerendo l’idea che il potere assoluto corrompe sempre.

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Quarto e più importante tema della storia è la rilevanza data alla condizione umana. Jean Grey come Fenice Nera potrebbe diventare una dea, ma preferisce conservare la propria umanità. L’idea che la natura umana vinca sempre è potente. Se sacrificare se stessa per il bene dell’universo è l’unica cosa che può fare per mantenere la propria natura umana, allora ciò deve essere fatto. Questo è un tema risuonato in molte delle migliori storie della Marvel e se ci si chiede cosa rende davvero speciali i personaggi della Casa delle idee la risposta è proprio l’enfasi posta sulla condizione umana dei supereroi, che li rende amati e memorabili.

 

 

4 commenti

  1. Penso che lo sappiano in molti, comunque lo scrivo lo stesso.
    Gli episodi con l’Hellfire club e Jane grey versione mistress sono ispirati all’episodio “A Touch of Brimstone” della mitica serie “Agente speciale” dove Emma Peel sfoggia lo stesso abbigliamento ed è ospite dell’Hellfire club e del suo capo interpretato dall’attore Peter Wyngarde, stesso cognome e stesse sembianze di Mastermind in questa storia.

    • X-Chris deve essere un grande fan della serie inglese Avengers perché ha anche co-creato con Jim Lee il personaggio del mutante cajun Gambit che si chiama come uno dei collaboratori di John Steed nella serie New Avengers degli anni settanta.
      Credo che non fosse l’unico nella Casa delle Idee a seguire i Vendicatori britannici perché la tuta aderente che caratterizza la Vedova Nera dal 1970 in poi ricorda il look aggressivo – per i tempi – di Emma Peel.

  2. La vicenda non finì poi qui, perchè su “Fantastic Four” n.286 di gennaio 1986 (pubblicato in Italia dalla Play Press nel 1990 e dalla Star Comics nel 1992), opera di John Byrne e che si inseriva tra “Avengers” n.263 ed “X-Marvel” n.1, i Vendicatori portarono ai Fantastici Quattro un bozzolo trovato sott’acqua: una volta schiuso si rivelò essere Jean Grey, che era stata duplicata dalla Fenice: era stata la Fenice in realtà a defungere. Il sito “Grand Comics Database” aggiunge che la parte finale della storia, secondo John Byrne, fu per ordine di Jim Shooter riscritta da Chris Claremont e ridisegnata da Jackson Guice, riporta l’autore canadese. Non so come fosse la storia in originale. Da quel momento Jean Grey potè riprendere la sua sarabanda di morti e resurrezioni, mentre la Marvel non rinunciò a far fuori una clone di Jean, Madelyne Pryor.
    Un ulteriore tassello della storia si sta svolgendo ancora adesso: John Byrne nel suo forum sta postando le tavole (letterate ma non passate a china) di un suo ciclo di storie degli X-Men che si svolgono subito dopo la saga di Fenice Nera, ossia sta facendo vedere come avrebbe voluto proseguire la serie: Jean non viene giustiziata e, “lobotomizzata”, può tornare sulla Terra con gli X-Men; in questo momento siamo alla storia n.6.

  3. Francamente dopo aver sentito e letto interviste a Byrne non mi piace piu sentirlo. Ne leggere le sue storie. Per me rimane uno che aveva grandi potenzialità. L’apice l’ha raggiunto secondo me su Alpha Flight. Da li in poi, boh, non riesco a seguirlo.

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